Gianni Bosio e le fasce di Profumo
Giuseppe Aragno - 05-09-2012
Poche note su scuola formazione e ricerca, a margine di un dibattito che sconcerta, partendo da un principio: non è vero che la storia non insegna nulla. Nel cuore di una crisi che sembra economica ma riguarda anzitutto la democrazia, va sempre così e non aveva certamente torto Robespierre: in una fase di transizione, gli uomini che cercano soprattutto il bene pubblico sono le prime vittime di coloro che cercano solo se stessi. Diciamolo chiaro: c'è un nuovo dio, la valutazione. Governa la formazione con l'ambizione di una rivoluzione etica e gioca la sua partita tra verità e finzione. La buona novella ha un nome che incanta: si chiama merito e in un tempo buio non fatica a trovare credenti. In guardia, quindi, e teniamolo in conto ciò che la storia c'insegna: non c'è nulla di più ingannevole di una finzione che si mescoli alla verità. E' un metodo antico. Lo usarono i grandi legislatori, Licurgo, Solone e persino il filosofo del pensiero critico; Socrate, infatti, per dar forza alla sua riflessione, non disdegnò di raccontare che essa era ispirata da una divinità. Qui però non si tratta di Licurgo e Solone e men che mai di Socrate e della maieutica. La verità di fede qui la predica Profumo e il vecchio e nuovo testamento sono misteri davvero poco gloriosi; si chiamano Anvur e Invalsi: tra fasce che separano le riviste buone da quelle cattive, tra provincialismi alla rovescia su citazioni anglosassoni acquistate nelle frequentazioni di convegni costosi che nove volte su dieci lasciano il mondo com'era, finisce che dieci righi ben piazzati nel feudo giusto al momento giusto, fanno più scienza di monografie costate anni di ricerca. Non basta. Il confine impalpabile tra verità e finzione sta nell'idea stessa di un merito che si assegna seguendo tutte le strade di questo mondo, tranne che una: la lettura del testo.
"Premiamo il merito", si sente dire, e chi negherebbe che occorre farlo? Si dà il caso, però, che da quando il mondo è mondo la cultura alternativa circola su binari che non passano mai per il salotto buono. E' il destino di chi non s'allinea. Gianni Bosio, che qualcuno tra noi ricorderà, non entrò - o, se volete, non si chiuse - nei circuiti a senso unico dell'accademia e non ebbe grandi editori. Per reagire a un'ortodossia da guerra fredda, che ridusse l'egemonia culturale della sinistra a un atto di fede nelle sacre scritture, fondò riviste come "Mondo Operaio" e diede vita a piccole e meritorie iniziative editoriali, quali la Biblioteca Socialista e la collana che chiamò "Condizione operaia in Italia". Non si trattò di cose d'alto bordo ma, se non fossero nate, oggi ci mancherebbe non poco della cultura e della storia del nostro socialismo. Che fine farebbe tutto questo oggi, che conta solo chi si piega alla nuova fede? Non è difficile dirlo: senza degnarsi nemmeno di leggere, i sacerdoti del merito collocherebbero tutto in ultima fascia. Escludo nella maniera più assoluta che Bosio si sarebbe ridotto a fare i conti con l'Invalsi, l'Anvur e le mediane e, tuttavia, l'avesse fatto, non ci sono dubbi: sarebbe risultato inesorabilmente ultimo. Così, in politica, accade al Manifesto, che ha vissuto e vive della sua irriducibile alterità e non a caso, per questo governo, non ha cittadinanza: racconta un pianeta che non deve esistere. Nella religione del merito, non c'è posto per chi ha il merito di non allinearsi.
Non lasciamoci ingannare dalla strumentale magia delle formule. Non è la ricerca del merito che ha prodotto i quiz, le fasce e le mediane. E' il potere che ha bisogno di amministrare senza fastidi la "sua giustizia", qui sistemando i suoi uomini, lì mortificando i docenti e la loro funzione di baluardi della democrazia. La qualità di un lavoro non può dipendere dal nome dell'editore, dalla testata o da parametri astratti che prescindono dalla lettura. Non fu Laterza a fare grande Croce. Gli editori e le riviste, piccoli o grandi che siano, quando non sono solo commercianti, hanno di certo orientamenti politici, come, del resto, gli autori. Laterza e Croce erano entrambi antifascisti. E non è un caso. Dividere in fasce, è il nuovo credo. Senza criteri politici, mi chiedo? E senza che il peso accademico di direttori di collane, comitati scientifici e soci diventi determinante? Ma è davvero questo quello che vogliamo e, soprattutto, quello di cui abbiamo bisogno?

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