breve di cronaca
Non si fanno le nozze con i fichi secchi....
L'Eco di Bergamo - 17-11-2002
Figuriamoci le riforme, non della semplice scuola, ma dell'intero sistema di istruzione e di formazione (scuole dell'infanzia, primaria, secondaria di primo grado, licei, istituti dell'istruzione e della formazione professionale secondaria e istituti della formazione professionale superiore dai 18 ai 21/22 anni). La legge 30/2000, quella che la riforma Moratti si propone di abrogare, aveva risolto il problema negandolo: dichiarava di non costare nulla. I suoi successivi grattacapi, tra cui l'accidentato percorso alla Corte dei Conti, nascevano proprio da questa astuta ma troppo tattica rimozione. Tanto più che obbligava ad assumere circa 60 mila docenti subito e a licenziarli dopo 5 anni, senza contare i problemi edilizi che, nel frattempo, determinava e che, quanto a costo, non erano proprio bruscolini.
Una delle ragioni per cui il nuovo governo ha scelto lo strumento della legge delega per introdurre la riforma è stata proprio quella di non ripetere la stessa finzione della legge 30/2000. Infatti, per il primo anno di avvio, la delega prevede la copertura finanziaria. Rimanda, in compenso, la copertura dei successivi anni ai decreti legislativi che il Parlamento dovrà poi emanare. Il presidente del Consiglio ed il ministro Moratti avevano del resto, nei mesi scorsi, annunciato al Paese che, dal 2003 al 2009, si sarebbero allocati sui capitoli di spesa del ministero ben 19 mila miliardi di vecchie lire. Sembra non ci siano più. E non basta certo una tassa sul fumo, tra l'altro benvenuta se a questo scopo, a reintegrarli.

D'altra parte, non è possibile pensare ad una riforma senza un dignitoso contratto dei docenti. Se si chiede loro di lavorare meglio bisogna anche pagarli meglio. Né si può immaginare che si possa riqualificare l'istruzione e la formazione professionale, oggi oggettivamente non di pari dignità con i percorsi liceali, senza investire in formazione dei docenti, strutture e nuovi progetti di qualità. Ancora di più, è velleitario parlare dello straordinario strumento formativo dell'alternanza scuola-lavoro, oggi inesistente, senza poter contare su borse di studio, tutor scolastici ed aziendali affidabili, alloggi per gli studenti fuori sede e così via. O ipotizzare i Larsa territoriali (i Laboratori per il recupero e lo sviluppo degli apprendimenti per «assicurare e garantire» i passaggi tra i licei e gli istituti dell'istruzione e della formazione professionale) senza cospicui investimenti.
È vero, la scuola ha bisogno di robuste razionalizzazioni della spesa. Ce lo ricorda proprio in questi giorni l'Ocse. L'Italia, per esempio, è il Paese che ha un insegnante ogni 9,8 allievi, contro i 17 di media degli altri e addirittura contro i 21 della ricca Germania. Il rapporto alunni/personale, se si comprendono gli Ata (il personale amministrativo, tecnico e ausiliario), scende addirittura a 7,4. L'aspetto paradossale è che dal 1998 al 2001 gli alunni sono diminuiti di 21.956 unità, mentre gli insegnanti sono aumentati di 25.593 unità. I bidelli, in tre anni, dal 1998 al 2001 sono passati da 70.000 a ben 176 mila.

È non meno vero, inoltre, che c'è bisogno di creatività imprenditoriale, soprattutto nei periodi di vacche magre come quelli che attraversiamo. I comuni italiani, ad esempio, hanno chiesto 8.000 miliardi di vecchie lire per porre in sicurezza l'attuale patrimonio edilizio, notoriamente obsoleto. Forse, però, ha più ragione Blair quando, anche lui sconsolato dalla scarsità dei suoi bilanci, ha lanciato un imponente programma di rilancio dell'edilizia scolastica scegliendo il leasing: 15 mila miliardi per i prossimi anni. Imprese private costruiscono edifici scolastici «intelligenti» che, finalmente, abbandonano l'archetipo della caserma, del monastero o della prigione. Il governo britannico pagherà un canone per 20 anni alla fine dei quali se avrà i soldi riscatterà gli edifici, oppure rinnoverà il contratto oppure, ancora, pagherà la penale pattuita e restituirà gli edifici ai legittimi proprietari che li useranno però per palestre, ospizi, centri ricreativi e commerciali, eccetera.
Ma, per quanto si razionalizzi e si inventino formule di finanza creativa, comunque la riforma costa e non si può fingere diversamente. D'altronde, il Parlamento, nella sua interezza, crede o non crede che davvero il capitale più importante a disposizione del Paese sia quello umano? Quindi, ha compreso o non ha compreso che senza un rilancio qualitativo e condiviso del nostro sistema educativo il destino dell'Italia è di scivolare in poco meno di un cinquantennio nel terzo mondo?

Giuseppe Bertagna

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