L'istruzione non è una merce
Tonino Califano - 16-11-2002
Il sistema della globalizzazione è sintetizzabile in tre punti principali:
modello unico di sviluppo (comandato dall'economia, legato alla tecnica e al
capitalismo
internazionale),
mercato globale (centrato sulle produzioni di prodotti
utili/eccellenti/cheap),
libero flusso di capitali.
Questi sono anche i tre elementi fondativi delle teorie neoliberiste.
Lo sviluppo unico, costoso distruttivo dell'ambiente, indifferente alle
vocazioni territoriali, è alla base del fallimento delle economie del terzo
mondo ha provocato solo indebitamento, crisi istituzionali, aumento della
povertà.
Il mercato globale favorisce concorrenza, macroimprese, pubblicità
menzognera, lavoro minorile, instabilità occupazionale.;
Il flusso dei capitali provoca l'investimento nello speculativo (97%) invece
che nella produzione (3%), sottoponendo le economia nazionali a continue
crisi cicliche.
All'interno di questo modello si stanno accentuando le differenze, il mondo
si sta sempre più dividendo tra chi produce, ricerca, accumula brevetti e
detta le regole (Usa, GB, Germania) e chi svolge un "ruolo di secondo
livello", addetto al consumo ed alla distribuzione (Italia, Russia,
Brasile.), sottoposto ad una dipendenza strutturale.
Nel momento in cui la società ha più mezzi, la tecnologia produce
formidabili strumenti di miglioramento, assistiamo ad una rimozione del
sociale e del culturale che non ha precedenti storici.
La globalizzazione esige una scuola funzionale ai propri fini. Il nostro
governo, qualificandosi sempre più come un governo di addetti al commercio
ed alla distribuzione persegue in tutti i modi questo disegno. L'attacco
alla scuola pubblica va letto dentro questa ottica, e per la verità il
ministro Moratti non se ne vergogna neanche visto che ha aderito al
manifesto della Scuola Libera! dove si afferma che: "La globalizzazione
economica richiede standard sempre più elevati di preparazione per ogni tipo
di lavoro e professione. A questo scopo serve una scuola in cui gli istituti
siano indotti all'emulazione per proporre la migliore offerta formativa
possibile". E' il passaggio da scuola-diritto a scuola-merce.
Ritornano profetiche le parole di Ivan Illich che nel 1970, in un
osservatorio privilegiato come l'America Latina , affermava: "Molti
studenti, specie se poveri sanno per istinto cosa fa la scuola per loro,
insegna loro a confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due
momenti, acquista validità una nuova logica: quanto maggiore è l'
applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole , l'
escalation porta al successo. In questo modo si scolarizza l'allievo a
confondere insegnamento ed apprendimento, promozione ed istruzione, diploma
e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo."
La scuola diventa un luogo di selezione, di separazione, di esclusione,
innanzitutto negando il diritto all'istruzione e poi trasformandosi essa
stessa nel luogo in cui si perfezionano i meccanismi che presiedono allo
scambio di merci, il luogo in cui si prepara questo scambio. E' quello che
si definisce il Branding dell'Istruzione.
Noi siamo, invece, per una scuola della mondialità, una scuola dei diritti
che si pone l'obiettivo di educare a diventare cittadini-protagonisti del
proprio futuro e non ingranaggi di un sistema che tratta le persone come
oggetti, come merci, una scuola in cui ognuno ("non uno di meno") abbia gli
strumenti culturali, etici e linguistici necessari a intendere/valutare la
realtà, con la propria testa e la propria coscienza.
L'istruzione e i servizi sociali, come richiesto dall'Internazionale dell'
Istruzione, vanno tenuti fuori dal GATS, bisogna impedire che le regole dell
'istruzione e i principi della formazione obbediscano ad una idea che fa del
profitto e dell'ottimizzazione dello stesso il principio ispiratore.
La qualità della scuola, la maniera in cui essa deve essere
istituzionalizzata, va rapportata alle specificità di ogni paese, alla
propria storia, ai propri modelli culturali, la globalizzazione dei commerci
persegue invece una strategia di omologazione culturale per meglio
programmare la produzione delle merci e il controllo dei consumi.
Subordinare a tali prospettive la formazione significa importare modelli
acritici di formazione e far diventare le scuole luoghi di costruzione dei
consumi. Processi di questo tipo sono pericolosi non solo per quei paesi che
ancora non hanno un proprio sistema dell'istruzione che riesca a combattere
efficacemente l'analfabetismo, e che quindi corrono il rischio di costruire
modelli intorno ad una opzione completamente sbagliata, ma anche per paesi
come il nostro, ed in genere per i paesi europei, che sono investiti i da
alcuni anni da una profonda riflessione sui modelli educativi che rischia di
essere condizionata solo da logiche di funzionalità al mercato.
Il rapporto tra scuola e mercato, tra scuola e modello di società è
questione complessa anche sul piano teorico perché contiene variabili
diverse e non facilmente riconducibili, la costante perfettibilità dei
sistemi formativi è anche il prodotto di tale complessità, il modello di
subordinazione della scuola al mercato, esemplificando le soluzioni, può
risultare appetibile e per questo condotta una campagna costante che ne
evidenzia tutta la pericolosità.
Oggi è necessario, a partire dai dati mondiali sull'istruzione, costruire un
grande movimento per la lotta all'analfabetismo riproponendo l'obiettivo di
Dakar, per raggiungere entro il 2015 la piena scolarizzazione di base per
tutti i paesi dotandosi però, affinché non resti un pura petizione di
principio, di strumenti di monitoraggio che facciano capo agli organismi
internazionali con una forte rappresentanza delle ONG e dei Sindacati, ma
nello stesso tempo bisogna che questa campagna si doti di una cassetta degli
attrezzi comuni che vada ad operare sulle specificità culturali entro cui in
ogni paese questo processo deve muoversi. L'istruzione per tutti può anche
diventare un cavallo di troia entro cui si insinuano logiche di mercato e
meccanismi di induzioni dei bisogni, è un pericolo che si può correre, in
questa fase, e che dobbiamo evitare. La scuola deve essere tenuta fuori
dalla liberalizzazione dei commerci, questa deve essere una priorità, una
priorità che deve dar luogo , da noi, ad una grande battaglia per la difesa
e la qualità della scuola pubblica, ma ci deve vedere impegnati anche
affinché una istruzione pubblica venga garantita, a partire dalla scuola di
base, in quei paesi dove non esiste e che proprio per questo è sottoposta a
rischi ed a pressioni per aprire il sistema educativo agli affari ed ai
privati, processo questo che si evidenzia soprattutto nell'istruzione
superiore e nell'università.
Sul piano della conoscenza bisogna fare i conti con processi che
ristrutturando la dimensione spazio/ temporale permettono forme nuove di
espressione ed esprimono relazioni tra gli individui.
La globalizzazione sta producendo importanti modificazioni nell'esistenza
umana, i processi di produzione e trasmissione dei saperi sono sempre più
veloci; lo spazio individuale si è allargato fino a diventare sempre più
collettivo, approssimando sempre più quel "villaggio globale" di cui parlava
Marshal McLuhan, senza però che a questa collettivizzazione corrisponda
necessariamente un aumento della socialità.
Tutto questo implica anche una profonda riflessione sui contenuti dell'
istruzione, sui saperi a cui bisogna riferirsi: oggi necessitiamo di mappe
cognitive ampie e flessibili, di strumenti capaci di far costruire ed
evolvere queste mappe, per allargarle, per ristrutturarle o per incrementare
il loro potere di discriminazione. Solo chi sarà in grado di acquisire e
utilizzare tali mappe sarà in grado di esercitare un proprio diritto di
cittadinanza. La scuola come luogo di trasmissione di saperi codificati non
ha più un ruolo, un futuro.
Bisogna ripensare in questi termini sia i modelli formativi dei paesi
industrializzati sia i programmi di alfabetizzazione primaria per il terzo
mondo, come dice Bateson la dipendenza è un problema sistemico. La
dipendenza economica necessita di dipendenza culturale, di una istruzione
che crei consumatori e non cittadini, fruitori (quella categoria, come dice
Woody Allen, che ha distrutto in pochi anni questo paese) e non
protagonisti, consumatori e non produttori. Il nostro modello di scuola ha
bisogno di libertà e democrazia, di formazione e non solo di istruzione, di
investimenti e non di tagli, di pubblico e non di privato, perché processi
di questo tipo o sono direttamente sociali o non sono. Bisogna ristrutturare
il concetto stesso di apprendimento e conoscenza, esistono, mai come in
questo momento, gli strumenti e le tecnologie per farlo e sono anche
relativamente poco costose.
Il modello delle intelligenze collettive mi pare possa essere interessante
perché ci fa scoprire una dimensione olistica, Pierre Levy ci ricorda che in
fin dei conti, quello che ci interessa è l'arricchimento di una persona. Se
una persona partecipasse all'intelligenza collettiva, tale esperienza
dovrebbe consistere in un esperienza di emancipazione, non significa affatto
essere rinchiuso in qualcosa di unificatore. Esiste un'altra dimensione
molto importante ed è l'intelligenza collettiva come progetti.
La scuola è chiamata a svolgere un ruolo decisivo in questo processo e deve
in qualche modo combattere una battaglia titanica con i media che spingono
in una direzione opposta.
È nella scuola che si formano le nostre idee di fondo sull'umanità, sulla
storia, sulla natura, sull'universo, sulla società, sulla mente, sui
problemi planetari, sul sapere stesso. E' la scuola il luogo in cui i saperi
si contaminano, si apprende il valore della differenza, della tolleranza, si
costruiscono quelle abitudini mentali, quelle strutture che poi saranno alla
base delle nostre esistenze personali e professionali, ed è per questo che
si vuole smantellare la scuola in quanto luogo di inclusione costruendo una
privatizzazione che è esclusione e controllo.
E' essenziale, per contrastare tali processi, che essa non diventi luogo
marginale di staticità dove non si costruiscono quegli strumenti necessari
ad intercettare i cambiamenti, perciò la lotta per la scuola come diritto è
soprattutto lotta per un rilancio della qualità dell'istruzione.
L'immediato smantellamento del processo riformista avviato nel nostro paese
va letto in questa chiave, si stoppano i processi di cambiamento che operano
in profondità e si propongono operazioni organizzativistiche che obbediscono
solo a logiche ragionieristiche e di risparmio perseguendo con lucida follia
la dequalificazione della scuola pubblica, da noi, si propone la
professionalizzazione precoce ed "il doppio canale" andando in
controtendenza anche rispetto ai bisogni del mercato neocapitalista perché
paradossalmente, gli attuali cambiamenti nel mondo del lavoro (e da qui
nasce la non condivisione della stessa Confindustria alla Riforma Moratti)
sono fra i fattori più importanti che mettono in discussione la formazione
di un individuo precocemente specializzato, troppo formato all'interno di
una prospettiva temporale ristretta mentre il problema è esattamente l'
opposto, quello di formare un individuo che sappia costruire un futuro che
non è affatto predeterminato, ma che dipende dalle sue capacità di visione e
di immaginazione.
Lo stesso mondo del lavoro richiede individui con una alta formazione di
base con buoni livelli di specializzazione ma anche aperti a esperienze a
linguaggi disparati, individui capaci di reinventare i propri saperi, le
proprie competenze e persino il proprio lavoro.
La scuola deve fornire agli individui le chiavi per imparare ad imparare,
gli strumenti dinamici di interpretazione di saperi e di una società in
continua trasformazione, per fare questo è necessario rivedere i contenuti
delle singole discipline ed i curricoli, lavorando molto sulle
epistemologie, sui saperi pluri ed interdisciplinari, sulle abilità
trasversali. Alzare e non abbassare i livelli iniziali e comuni della
formazione, liceizzare l'istruzione tecnica e professionale e non il
contrario. La scelta del doppio canale, formazione/istruzione, quella della
professionalizzazione precoce, oltre che essere iniqua socialmente e
riprodurre una scuola di classe, è improduttiva sul piano pratico, inutile
anche dal punto di vista del mercato. I vari tentativi di introdurre
meccanismi di mercato nel sistema formativo obbediscono solo ad un tentativo
di smantellamento del pubblico per aprire ad una privatizzazione che si
profila come un affare per i privati.

L'Unione Europea in questo quadro può e deve svolgere un ruolo importante.
Innanzitutto confrontando i diversi sistemi educativi e imponendo comuni
scelte di investimento ai paesi aderenti; se l'istruzione è una priorità
anche le quote di PIL da destinare all'istruzione devono essere garantite da
accordi che costringano i paesi ad una allineamento comune che vada nella
direzione di un aumento degli investimenti sulla scuola.
Avviando una riflessione ed istituendo un apposito organismo per pervenire
alla costruzione di una carta dei saperi fondamentali correlata al diritto
di cittadinanza europea. Riflessione questa che senza annullare le
specificità culturali definisca il quadro dei saperi anche in termini di
performance e che vada a costruire la base intorno a cui nei vari pesi si
organizzino i curricoli disciplinari e gli obiettivi dei vari segmenti
formativi.
Impegni precisi per il perseguimento dell'obbligo formativo ai 18 anni,
anche qui con una definizione degli standards.
Affermando che la formazione e l'istruzione siano un diritto dovere dei
cittadini europei e che va garantita a tutti nello stesso modo senza
discriminazioni di razza, colore e religione.
Un elemento di complessità in una riflessione sulla formazione e l'
istruzione è rappresentato, come abbiamo già visto, dalla necessità di
armonizzare i sistemi senza omologare le culture.
Garantire una unità nella diversità a partire dall'idea di
"interdipendenza".
Il concetto non ha solo una connotazione negativa (come dipendenza da) ma
anche una connotazione positiva utilizzata molto nel campo dell'educazione
multiculturale, che fa riferimento alla necessità di mettere in
comunicazione ed ibridare le culture e la cui necessità deriva dai processi
sempre più accentuati di migrazione prodotti dalla globalizzazione e che
smettendo di essere un problema devono diventare una risorsa sociale e
culturale; si tratta dell'altra faccia di quella irriducibilità del locale
al globale che deve convivere con il nuovo modello di cittadinanza
universale a cui tutti stiamo lavorando, una cittadinanza dei diritti,
naturalmente che passa in buona parte attraverso il diritto all'istruzione.
Le nuove tecnologie dilatando spazio e tempo rendono possibile un modello di
unità che non comporta necessariamente l'omologazione e in cui la
diversificazione non comporta necessariamente processi di frantumazione e
dissoluzione.
E' compito della scuola, a tutti i suoi livelli, quello di valorizzare le
diversità, facendo emergere e legittimando le diversificazione delle singole
esperienze individuali, permettendo, contemporaneamente, alle stesse di
entrare in connessione ed in rete con le altre.
Esiste in questo quadro una concezione ecologica dei processi e dei fenomeni
educativi, l'unica che può sostenere il confronto con la negativizzazione
dei processi educativi tipici della globalizzazione, rilanciando la sfida in
avanti, una sfida che oppone alla esclusione la partecipazione, alla
privatizzazione l'allargamento. Di questo dovremo discutere in futuro, con
questo confrontarci, assumendo un'ottica diversa anche nei confronti dei
processi che stanno attraversando i nostri paesi, a partire dall'Italia.

Tonino Califano, Presidente Proteo Fare Sapere Basilicata, membro del
comitato direttivo nazionale della Cgil-scuola al seminario del Social Forum
Europeo



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