Siamo ormai come indigeni in una colonia
Giuseppe Aragno - 15-07-2012

No, non lo dirò col linguaggio da trivio del deputato che mostra il dito, ma la premessa è d'obbligo: se il variegato campionario di zerbini che impazza coi sondaggi la piantasse di spacciar veline, il terremoto sarebbe evidente: la stragrande maggioranza degli italiani non ne può più di Monti e della sua maggioranza bulgara che, fuori dal Parlamento, vale molto meno d'una screditata minoranza. Se dici Monti, Bersani, Alfano e Casini, più del quaranta per cento degli italiani, quasi metà Paese, si prende l'orticaria, brandisce il crocefisso davanti alla scheda elettorale e urla come invasato: «Vade retro Satana!». In quanto alla mezzaluna votante, 20 stanno con Grillo, 15 si dividono tra Vendola, Di Pietro, Maroni e Ferrero.
Alla prova dei fatti, Monti in testa, i celebrati professori si sono rivelati asini matricolati. Pochi giorni fa Squinzi gliene ha cantate quattro, in tono, occorre dire, misurato e se l'è presa col pinco pallino giunto a fare da ruota di scorta a un governo che, su un percorso accidentato, buca copertoni un metro sì e uno no: il ragioniere Bondi, ha detto in sostanza il noto sovversivo, ha «fatto solo macelleria sociale». Se un giudizio così chiaro, netto e pesante nasce a destra, come un volontario "fuoco amico", ti pare evidente: il celebrato economista seduto, senza un solo voto di operaio o imprenditore, sulla poltrona che fu di Giolitti, perché, si dice, il governo eletto non sapeva governare lo spread, darà la necessaria risposta politica. Invece no. Invece la testa sopraffina che ha gettato sul lastrico centinaia di migliaia di onesti cittadini, che ha affamato i pensionati, ha cancellato lo Statuto dei lavoratori e ha fatto registrare picchi vertiginosi della disoccupazione giovanile non ha trovato di meglio che attaccarsi di nuovo a uno spread, che evidentemente neanche lui governa, e ha invitato Squinzi a star zitto. D'accordo, à la guerre comme à la guerre, ma quale generale punta alla vittoria, sparando addosso ai suoi? Qui c'è altro e va detto.
Fosse stato in piazza, in testa a un corteo di familiari di imprenditori suicidati dalle banche, il Presidente di Confindustria avrebbe probabilmente sperimentato il significato concreto del monito postdemocratico: una banda di manganellatori in divisa, protetti dall'anonimato, gli avrebbe spaccato le ossa, come accade di norma nelle piazze del belpaese, poi il Manganelli si sarebbe scusato e il sottosegretario De Gennaro avrebbe espresso la sua solidarietà nei confronti dei «servitori dello Stato» che, non a caso, hanno sempre più spesso in petto i segni distintivi delle campagne di guerra.
Se ancora qualcuno non l'avesse capito, questo governo è deciso a imporre con censura e violenza la sua ricetta velenosa. Da Genova a Basiano corre un filo rosso e insanguinato ed è ormai chiaro: siamo indigeni in un Paese coloniale. Ha ragione Angelo D'Orsi quando scrive che «le lacrime e il sangue non sono più metafora», ma il discorso a questo punto non può fermarsi qui. La borghesia si muove con violenza perché segue un progetto preciso e conosce Marx meglio di noi. Sa bene che «una nuova rivoluzione non è possibile, se non in seguito a una nuova crisi. L'una però è altrettanto sicura quanto l'altra». Lo sa e si prepara, perciò intima a Squinzi di tacere e scatena il manganello. E noi, noi che la crisi la paghiamo, noi che ormai vediamo versare lacrime e sangue, noi che faremo? Lasceremo che rigore e violenza tengano a battesimo la nuova dittatura?


Articolo apparso sul Manifesto del 14/07/2012

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