La condanna del silenzio
Marino Bocchi - 17-11-2002
Se l'espressione organizzata del dissenso diventa "cospirazione politica" e "propaganda sovversiva", in base alla sopravvivenza giuridica del codice Rocco, e' anche perche', noi di sinistra, noi democratici, messi alle strette dalla pretesa di impunita' e di rivalsa della classe dirigente
berlusconiana, abbiamo trasformato la Magistratura in un Totem, una specie di divinita' immune da ogni sospetto o critica. Questi giudici di Cosenza
non fanno altro che utilizzare il reato di associazione sovversiva (di per se' ambiguo e che andrebbe usato con molte cautele, come dice oggi sull'Unita' il senatore Calvi) per ripristinare la ricorrente idea del
"complotto", che dei reati associativi e' la conseguenza logica. Dal teorema Calogero passando per il processo a Sofri, per tacere su Valpreda, Piazza Fontana, Pinelli, ecc., i giudici hanno spesso assolto ad una funzione di sorveglianza e tutela, non tanto della legge quanto degli equilibri politico-istituzionali. E allorche' alcuni di loro hanno cercato di sottrarsi a questo compito, come e' accaduto nel lungo episodio di Mani pulite, o in Sicilia nella lotta alla mafia, o sono stati emarginati e
ammazzati o infine "normalizzati". Questi giudici di Cosenza che criminalizzano il dissenso sono gli eredi dei loro colleghi (anche di Magistratura Democratica) che negli anni '70 operarono allo stesso fine, trasformando un'intera generazione in una gigantesca banda armata, riducendo al silenzio, piu' che la voce dei violenti quella di chi rifiutava di cedere la rappresentanza dei propri bisogni e ideali e
desideri alle consorterie burocratiche degli apparati di opposizione.

La lezione, dal '68 ad oggi, e' sempre la stessa. E non e' un caso che alla base del teorema accusatorio dei giudici di Cosenza vi sia il principio della "continuita' generazionale", intesa come maledizione e condanna quasi metafisica, una sorta di coazione a ripetere, una colpa edipica e originaria, che nasce dal sospetto verso ogni forma di protesta sociale che
non si esprima attraverso i canali autorizzati dall'ordine costituito, per cui i No-global di oggi sono i discendenti dei terroristi degli anni '70 e quelli, a loro volta, attraverso la radice originaria del '68, erano gli
eredi ideologici del "terrorismo" archetipico, cioe' dei partigiani che avevano combattuto contro il nazi-fascismo. Si legga un passaggio dell'ordinanza calabrese, citato oggi da D'Avanzo su Repubblica: "Anna Curcio (arrestata ieri) racconta al telefono che è in viaggio per Genova dove lavorerà «... a un progetto di comunicazione con delle radio indipendenti che trasmetteranno in rete sul sito
www.radiogap.net "... Gap - scrive il pubblico
ministero - Gap, come la formazione eversiva ideata da Giangiacomo Feltrinelli che operava per propagandare in Italia e in Europa, i fondamenti strategici e i principi organizzativi della guerriglia urbana".
"Per il pm - annota il giudice delle indagini - il ricorso a tale sigla per denominare la radio operante a Genova durante il G8, non può essere casuale, ma voluto da persone ben informate sui trascorsi eversivi e che accarezzano l´idea di sfruttare la forma 'anomica´ del movimento antiglobalizzazione per riattualizzare la lotta armata storicamente
fallita" (pag. 128 dell´ordinanza del gip)".


Lo stesso concetto venne affermato da alcuni dopo i
fatti di Genova. Anche in quella occasione si disse che quei ragazzi che avevano sfidato la linea rossa erano il prodotto dell'intossicazione ideologica degli anni '70. Siccome i fatti (Firenze e non solo), l'hanno
poi ampiamente smentita, quella presunta verita' storica andava riaffermata, come molte volte e' accaduto in Italia, per via giudiziaria.
Col rischio, sottolineato anche da D'Avanzo, che questa inchiesta, come le tante altre che l'hanno preceduta nei decenni scorsi, finisca per gettare la
protesta disobbediente nella lotta armata, per condannare anche questa generazione al silenzio, alla rabbia individuale, a fenomeni diffusi di devianza. E infine, per dar modo a noi, noi educatori, psicologi, esperti, di poter concludere che il disagio giovanile si può curare solo passando da San Patrignano.
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 Francesco Mele    - 16-11-2002
Vi invio una lettera che Bruno Giorgini
ha mandato al direttore de L'Unità, Furio Colombo.
La condivido.
**Gentile Furio Colombo
non: " si scrive Adriano, si legge Silvio", come ha titolato l'Unita'
del 10 Novembre a pg. 11, ma: "si scrive ingiustizia, si legge
Adriano". Ingiustizia che nessuna grazia potra' riparare. Sarebbe
sufficiente leggersi le carte, cioe' gli atti dei processi, per
rendersene conto. Fatica lunga e improba certo, ma magari non del tutto
inutile per chi voglia della vicenda parlare con cognizione di causa.
Dunque Berlusconi si e' pronunciato a favore della grazia per Sofri,
come Bobbio tanto per dire e l'Unita', giornale bello, passabilmente
libero, spesso brillante e di intransigente opposizione, vede il dito ma
non la luna che il dito indica. Comincia Marco Travaglio, proseguono
Pardi e Vattimo. Dicono cose diverse ma non tanto diverse. Ovvero tutti
e tre spostano su Berlusconi ( e sulle sue malefatte nel campo della
giustizia) l'attenzione, fino al paradosso di Vattimo che chiede a Sofri
di rifiutarla se gli venisse in qualche modo per sollecitazione di
questo governo ( che comunque puo' solo, tramite il Ministro della
Giustizia, sottoporla all'attenzione e eventuale approvazione di
Ciampi). Se capisco bene: per dimostrare di essere un buon oppositore!
Cosi' la sofferenza, la devastazione delle vite, la catena di
ingiustizie, fin dai colloqui nottetempo tra Marino e i carabinieri da
nessuno verbalizzati, avvenuti ben prima delle accuse formali a Sofri,
Bompressi e Pietrostefani, colloqui dove venne messa a punto la macchina
inquisitoria, i numerosi e contraddittori processi, gli anni di carcere
(sei a tutt'oggi per Sofri), il rischio di vita per Bompressi,
eccetera, diventano trascurabili, anzi finiscono nel pattume,
"l'intollerabile immondizia" berlusconiana di cui scrive Vattimo. E
nello stesso bidone finisce l'essere di chi in galera volontariamente
entro' a difesa dello stato di diritto e a testimonianza della sua
innocenza, senza chiedere alcunche', tantomeno la grazia. Ma Sofri,
sembra suggerire l'Unita', e' colpevole del fatto che oggi Berlusconi
l'abbia prospettata...........................Sono sinceramente
dispiaciuto di una tale perversione logica e ontologica, anche perche'
compero e leggo l'Unita' ogni giorno; dispiaciuto e stupefatto.
Mi sarebbe facile ricordare che cosi' si va a braccetto con Fini,
Gasparri, Castelli e Borghezio. Pero' preferisco chiederle, e chiedermi,
da dove nasce una tale aberrazione ottica e/o strabismo; e una tale
mancanza di generosita' intellettuale, umana e politica, alla fin fine
una tale elementare mancanza di giustizia nei confronti di Sofri e dei
suoi compagni Bompressi e Pietrostefani. Non la giustizia dei giudici
che si e' pronunciata in via definitiva, ma quella di ogni uomo e donna
non accecato dal pregiudizio, magari sub specie di politica opposizione.

Non voglio pensare che sia perche' scrive su Panorama e sul Foglio,
oltreche su la Repubblica, oppure perche' ha pubblicato un libro con
Mondadori, come sembra ahime' adombrare Travaglio. O perche' manifesta
opinioni non condivise sulla guerra. Oppure perche' con precisione
matematica, e certificata innumerevoli volte, ha disvelato le molte
menzogne del testimone della corona Leonardo Marino, sulla cui parola, e
solo su quella, si regge tutto il castello accusatorio. O, peggio,
perche' Sofri nonostante la sentenza della magistratura, non si piega,
continuando a proclamarsi innocente.
Vede direttore, Adriano Sofri non ha mai distolto lo sguardo e la
memoria da quel terribile, e impunito, omicidio politico che fu la
defenestrazione di Pinelli; e dal verminaio di stato che di
quell'omicidio fu matrice. Forse anche per questo sta ancora dentro le
patrie galere. Cosi' come non ha distolto lo sguardo e la memoria
dall'assedio di Sarajevo, condividendo per anni la vita quotidiana di
quei cittadini quotidianamente bombardati, e raccontandoli proprio sulle
pagine dell'Unita'.
Direttore mi rivolgo a Lei perche' la sua, e del suo giornale,
attenzione ai diritti e alle liberta' mi e' sempre sembrata non solo
encomiabile, ma soprattutto autentica, cioe' svincolata da interessi di
bottega e senza pregiudizi. Quindi mi pare che una vicenda umana e
politica straordinaria come quella di Sofri, con una coerenza etica
cosi' affilata e tesa, e nel contempo esente da ogni retorica, dovrebbe
essere pane, e del migliore, per i suoi denti e per quelli dell' Unita'.
E meritevole di ben altra considerazione e attenzione e approfondimento
che non il tramutarla in occasione polemica contro Berlusconi
(occasione polemica di cui non c'e' nemmeno un gran bisogno visto quel
che il nostro combina, e se una l'azzecca non mi pare scandaloso
riconoscerlo).
Infine: sono da lungo tempo amico di Adriano Sofri e ho partecipato a
Lotta Continua dalla sua nascita alla sua volontaria dissoluzione. Dopo
ci separammo e ognuno scelse la sua strada, ma rimanemmo in molti,
moltissimi, vorrei dire tutti, amici. Di una amicizia "civile", propria
di chi non rinnega la sua giovinezza, i suoi stravizi rivoluzionari, e
il bene e il male di cui fu costellata. Io poi rimango convinto che, se
anche non avevamo sempre ragione anzi, eravamo dalla parte della
ragione. Ma questo e' un altro discorso, che esula.
Anche questo, sa, questa amicizia che continua, al di la' dei diversi
mestieri e/o scelte politiche del dopo, ci e' stata rimproverata nella
dizione e leggenda metropolitana della "lobby di LC"- un po', si parva
licet, come si dice
"lobby ebraica", con un misto di livore e invidia.
Salutandola cordialmente.**
Bruno Giorgini