L'università che vogliamo: sulla valutazione
L'università che vogliamo - 01-07-2012
Come la scuola, anche l'università è sotto attacco. Coperto da una stampa votata alla disinformazione, il governo dei "tecnici" procede come un rullo compressore, ma incontra un'opposizione sempre più ferma, motivata e qualificata che non è facile ridurre al silenzio. Da questa opposizione riceviamo e volentieri pubblichiamo un documento che merita di circolare.

La Redazione

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"Care amiche e cari amici,
provvediamo a inviarvi n nostro documento sulla valutazione.
Vi preghiamo di dargli la massima diffusione e di comunicarci la vostra adesione.
Grazie!
Piero Bevilacqua e Angelo d'Orsi"


L'Università che vogliamo
Sulla valutazione

A un anno e mezzo dalla nomina del suo Consiglio direttivo da parte della ministra Gelmini, mentre ancora sono accesissime le polemiche intorno all'impostazione del più grande esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) in Italia, la nuova Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) propone per le prossime abilitazioni criteri di selezione per commissari e candidati che vorrebbero innovare in senso maggiormente meritocratico lo svolgimento di concorsi già lungamente rimandati, ma che si limitano in effetti a indicare parametri puramente quantitativi, dai quali è impossibile desumere la dignità di studioso (il merito!) di chi si sottopone al giudizio e di chi giudica.
E' stata recentemente diffusa la lettera con cui il presidente dell'Associazione Italiana Costituzionalisti, prof. Valerio Onida, chiede ai presidenti delle società dell'area giuridica di appoggiare l'impugnazione del decreto ministeriale sulle abilitazioni, nella parte in cui prevede ai fini della selezione una serie di automatismi, fra cui l'assunzione a criterio discretivo del numero di articoli pubblicati da candidati e aspiranti commissari nelle riviste di fascia A, secondo una classificazione dei periodici di settore basata sul valore scientifico loro attribuito da una commissione composta dai membri dell'Anvur, integrati da professori scelti dall'Anvur stessa. La lettera ha rapidamente preso a circolare al di fuori del perimetro dell'area giuridica, perché, al di là dell'aspetto specifico, rappresenta anche una reazione forte contro l'esercizio di potere messo in opera dall'Anvur: un esercizio caratterizzato da metodi arbitrari, come dettagliatamente denunciato da più parti, da pratiche impositive e da una sostanziale opacità in fatto di criteri e di obiettivi; per questa via l'Anvur è andata sostituendo propri valori, giudizi e pratiche a quelli vigenti all'interno delle comunità scientifiche, di fatto commissariandole. Contro tutto questo, quel che si va delineando non sono più, com'è stato finora, isolate manifestazioni di dissenso: il dissenso di singole società scientifiche, alle cui resistenze l'Anvur supplisce d'ufficio (p.e. mesi fa la Società di filosofia teoretica e più recentemente la Società di filosofia politica); o il dissenso di singoli studiosi o gruppi all'interno delle comunità di appartenenza (p.e. le lettere pubbliche di rifiuto a svolgere l'opera di revisori per la VQR e i numerosi articoli di denuncia). Ogni giorno aumentano voci critiche e documenti di protesta (ad oggi, fuori dall'area giuridica, almeno dieci società dell'area filologica, letteraria e linguistica, la Società degli archeologi, l'Unione matematica italiana...). Ormai i dissensi non possono più essere ridotti al silenzio.
L'occasione che così s'impone non riguarda soltanto il singolo caso di specie: che cosa fare rispetto alle abilitazioni, se fornire le classifiche delle riviste di settore, se fornirle uguali a quelle della VQR o diverse (e nel caso con le contraddizioni che ne verrebbero); o se non fornirle proprio, esprimere parere contrario, invitare i membri delle comunità scientifiche a non partecipare alla loro compilazione (come sarebbe ora più logico alla luce dell'annunciata impugnazione). Non è infatti questione di questa o quella soluzione tecnica da escogitare in modo da archiviare l'incidente di percorso e riprendere il cammino nella medesima direzione, che è poi la stessa delle chiamate dirette, del decreto sul merito, del concetto manageriale di qualità e della gestione privatistica, della distinzione in classi delle università e eventuale chiusura di sedi, dell'abolizione del valore legale del titolo di studio, dell'aumento delle tasse con connesso prestito d'onore, eccetera. La possibilità che finalmente si apre è piuttosto quella di discutere pubblicamente, in modo trasparente e consapevole, metodi e finalità della valutazione, alla luce dell'evidente fallimento di questo modello di valutazione e dell'Anvur, che non è solo il fallimento tecnico di un organismo dotato di un potere di gran lunga maggiore delle competenze che ha dimostrato (la serie degli incidenti è in effetti imbarazzante, come documentano numerosi articoli pubblicati su www.roars.it in questi mesi), ma anche l'acquisita consapevolezza che il suo progetto di trasformazione dell'università e della ricerca va ben oltre quanto inizialmente immaginato e da qualcuno condiviso.
Per non disperdere questa occasione, invitiamo le società scientifiche ad aderire all'iniziativa dell'associazione dei costituzionalisti, nei modi a ciascuna adeguati, e a farsi promotrici di una discussione all'altezza del tema con il quale dobbiamo misurarci: un progetto di trasformazione dell'università che procede da tempo, a livello non delle politiche nazionali ma del cosiddetto spazio europeo della conoscenza, e che si incrocia appunto con il destino futuro dell'Europa, del suo modello di sviluppo, della sua idea di giustizia e di società e con quello che noi, di tutto questo, vogliamo fare - come studiosi/e, come docenti e come cittadini/e
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