Note per il futuro, visto che ci sarÓ
Lidia Menapace - 16-11-2002
Ringraziamo Lidia per averci
trasmesso questo importante testo sulle forme politiche che un movimento che
colleghi le varie esperienze di impegno per la globalizzazione della pace e
dei diritti dovrebbe discutere e potrebbe darsi; testo presentato a
conclusione del piu' recente incontro dalla Convenzione di Donne contro le
guerre. Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza,
e' poi impegnata nei movimenti e nell'azione politica, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci pi¨ significative della cultura delle donne, dei movimenti di
liberazione e di solidarieta', per la pace e i diritti. La maggior parte
degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani
e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. (a
cura di), Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani,
Verona 1973; La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia
politica della differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in
collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra
indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo
accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna,
Milano 2001]
(da Peacelink)

La prima cosa che vogliamo dire e': quel che e' successo, quello che
abbiamo fatto succedere a Firenze e' di aver dato un futuro al movimento
politico che possiamo intitolare ormai "Un altro mondo e' possibile".
Non era scontato, molte circostanze dovevano venire a maturazione ed e'
successo: una cosa grande, bella, una felicita' politica.
Lasciando ad espressioni piu' personali alcuni rilievi critici, vorremmo ora
contribuire - nella nostra qualita' di portavoce della "Convenzione
permanente di donne contro le guerre" - ad alcune considerazioni sulla forma
politica del movimento, sulla formazione della rappresentanza e sul modo di
raggiungere decisioni.
Sappiamo quanto sia difficile trovare le forme adeguate a un movimento di
tale portata e novita'.
La prima osservazione che facciamo e': un movimento non puo' adattare a se'
le forme che sono tipiche di altre storie politiche, di altri modi di
organizzazione.
Noi conosciamo quella straordinaria invenzione della politica che e' stato
il partito - massimamente il partito di massa - e ci e' difficile a nostra
volta inventare qualcosa di altrettanto efficace significativo democratico e
capace di autorappresentarsi. Tuttavia e' cio' che dobbiamo fare, per non
mettere il nostro vino nuovo in otri vecchi che o lo manderebbero in aceto o
creperebbero.
Il partito politico ha una base certa (gli e le iscritte), un luogo di
riconoscimento forte (sede simbolo bandiera), un metodo di formazione delle
decisioni (congresso, elezione del gruppo dirigente e dell'organismo
politico, tesi che indicano entro quali ambiti il gruppo dirigente puo'
prendere decisioni: il tutto formato in uno statuto).
Il movimento politico, massimamente un movimento molteplice, espressione di
una societa' complessa, non ha una base certa, poiche' le sue varie
componenti hanno modi diversi di costruire le adesioni; potrebbe avere un
luogo di riconoscimento forte se tutte le sue componenti (mantenendo il
proprio nome, sede, simboli, linguaggi, forme, ambiti di azione, etc.)
convenissero nel dirsi aderenti o componenti di "Un altro mondo e'
possibile".
Resta molto difficile indicare un modo di formare decisioni.
Proviamo o a dire che debbono essere diversi i tempi e i modi: non si puo'
riassumere un evento come Firenze (ma gia' prima Pechino, Seattle, Genova,
Porto Alegre, etc.) in un breve testo in parte prescritto, in interventi di
necessita' stringatissimi. Cio' non da' voce alle peculiarita' del
movimento.
Proponiamo di dare un andamento narrativo alle nostre decisioni lasciando
indicazioni aperte, dato che la stessa meta puo' essere raggiunta con strade
differenti, passo diverso, andamento specifico: usa - in alcune sedi
femministe - dare conto dei congressi narrandoli e prendere decisioni
scambiandosi opinioni anche dopo il congresso.
Per fare un esempio: a Firenze si sarebbe potuto decidere di indicare un
gruppo redazionale, cui far arrivare aggiunte, emendamenti, osservazioni al
testo base proposto; il gruppo nel giro di alcuni giorni racconta come le
cose sono andate e quali indicazioni di cammino e quali mete vengono
indicate; il materiale viene mandato a tutti e tutte quelli e quelle che
erano a Firenze, che tassativamente debbono replicare nel giro di altri
pochi giorni. Tutto cio' oggi e' possibile e poco costoso con la
comunicazione elettronica. Due settimane dopo la conclusione dei lavori si
puo' ridestare l'interesse dei media (perche' il movimento non scompaia
dalle notizie) chiamandoli a sentire come ci presentiamo e come vogliamo
andare avanti.
Tutto cio' ci farebbe uscire anche dalle forme un po' autoritarie di
comunicazione che erano tipiche (e forse necessarie) dei partiti e sindacati
nelle societa' poco scolarizzate e dovendo usare la posta scritta, e ci
farebbero capaci di inventare un linguaggio politico che ha il timbro della
comunicazione parlata quotidiana.
Per il gruppo dirigente si dovrebbe fare a rotazione strettamente, nel senso
che anche le varie componenti ruotino al loro interno. Poiche', nonostante
una cospicua presenza di donne, il movimento italiano appare il piu'
squilibrato nella rappresentanza di genere ai livelli decisionali e di
apparizione esterna, norma tassativa dovrebbe essere per alcuni anni la
quota di genere (meta').
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