Persi per Strada
Piero Di Marco - 16-11-2002
L'entusiasmo - il pio entusiasmo - per i papa boys che ha elettrizzato i
mass-media e i politici, appena qualche anno fa, di fronte allo spettacolo
dell'adunata romana, non si è trasferito evidentemente ai ragazzi di
Firenze, come non si trasferisce mai ai ragazzi che sfilano e manifestano,
si radunano, ballano, cantano, discutono, fanno l'amore per un pacifismo
sotto una bandiera laica: forse perché non suggellano tutti i loro atti con
una preghierina? Ma no, non siamo così ingenui da pensare che ci sia
qualcuno ancora tanto bigotto, o tanto sinceramente religioso, da dare
importanza a questo dettaglio.

Le cose che dicono sono sostanzialmente le stesse, e uguale è la
contestazione del consumismo, della disuguaglianza, della guerra, delle
leggi di mercato come "variabile indipendente" dell'organizzazione sociale e
del comportamento individuale.
Ma, quando tutto ciò è possibile racchiuderlo nel bozzolo del "caso di
coscienza" (e si sa che la chiesa cattolica ne è titolare), la politica e
anche l'economia hanno la facoltà di tirarsene fuori molto facilmente,
proprio basandosi su uno dei tanti precetti che è possibile reperire nella
vasta gamma del patrimonio ecclesiale - del genere "date a Cesare quel ch'è
di Cesare", tanto per dirne uno, ma credo che ce ne siano anche di migliori.
Insomma, i Papa-boys fanno i pacifisti e gli ugualitari, ma in fondo si
trovano in stage spirituale, ovvero nel cinque minuti della buona coscienza
e della catarsi, ma non c'è dubbio che torneranno presto a fare i bravi
cittadini.
Ci sono buoni motivi per pensare che non sia esattamente così per molti di
loro - che cioè la coscienza civile possa passare anche per la religione -
ma questo è ciò che pensano i mass-media e la gran parte dei politici: i
Papa-boys ( e anche il loro capo) la fanno un po' lunga su 'sta faccenda
dell'etica, ma sono rassicuranti, e poi parlano in nome di un'autorità
riconosciuta e potente, da maneggiare con cura.

I ragazzi di Firenze - che in parte sono probabilmente gli stessi di Tor
Vergata, nel senso fisico e anagrafico, nome e cognome - sono inquietanti,
fanno paura.
La loro etica - la stessa - non vuol cambiare le coscienze, ma sembra voler
cambiare qualcuno dei meccanismi economici.
Non si propone di parlare ai "potenti della Terra" per ammonirli o
evangelizzarli, ma ne discimina la legittimità politica e morale, in base a
riscontri precisi sul piano dei risultati.

Un appello alla "Sua Maestà" per la pace e il bene del mondo, affidato al
suo consolato imperiale, perfino lo scontroso Tiberio era disposto ad
ascoltarlo con benevolenza, così come per secoli l'hanno ben accolto e se ne
sono gratificati i monarchi e i signorotti di ogni grado.
Ma un'obiezione di legittimità no, questa è un'altra cosa.
L'etica, la stessa etica, le stesse parole - che in un certo luogo sono
commoventi testimoni di una buona disposizione d'animo, oltre che dei
superiori valori della civiltà cristiana e occidentale - in altri luoghi
diventano invece testimoni di malevolenza, di ostilità all'occidente e alla
sua civiltà, o ad essere generosi di sconsiderato utopismo.

La pessima coscienza - e potremmo anche dire l'inquietudine sotterranea -
dei sostenitori di questa globalizzazione si manifesta nel livore e nella
violenza con la quale vorrebbero cancellare l'esistenza stessa di "questi"
ragazzi ... e non sono poi neppure tutti ragazzi, per fortuna, nel senso che
non è una questione di generazioni.
Una violenza che non è giustificata dalla profondità eversiva -
istituzionalmente eversiva - delle loro idee.
Anzi, sotto questo aspetto il loro valore politico è assai moderato, e
sarebbe davvero facile vederli come l'effettiva espressione dei valori
democratici occidentali, assolutamente democratici e occidentali, nel
miglior senso del termine. Anche quelli che sfilano con la bandiera rossa
del Che, o con la bandiera rossa e basta.
Il fatto è che la democrazia, proprio la democrazia fa paura, specialmente a
coloro che tanto se ne riempiono la bocca, così come fanno con il
liberalismo e tutto l'armamentario canonico.
Basta un venticello di democrazia, un refolo che metta in discussione il
liberismo finanziario e aziendalista, basta questo per mettere in moto i
bombardieri, le invettive più degradanti, e ogni genere di assurdità.

Se n'è avuto un succosissimo estratto, di tutto il fenomeno, nella
trasmissione televisiva in cui era ospire centrale Gino Strada.
I politici della sinistra presenti non hanno mancato di dimostrarsi,
purtroppo, evanescenti, e tutt'al più protagonisti di gaffes e di interventi
fuori posto.
Lo scontro era tra il chirurgo e i pasdaran: Teodori, Capezzone, l'Anselma,
De Michelis.
Scene pietose.
La cosa più giusta - oltre a quelle che tentava di dire Strada, e in parte
c'è riuscito - è stata una frase che Gino Paoli alla fine ha dovuto buttare
lì: caro Gino, non ci dovresti nemmeno stare qui, a parlare con questa
gente, stattene a Firenze con i ragazzi, o nei tuoi ospedali a fare il tuo
lavoro.
La facca di Strada confermava che anche lui - dopo un inizio assai
disponibile e ottimista - si era già ben formata la medesima opinione.

Testimoniare la stima per un simile personaggio e per ciò che rappresenta
rischia di togliere il tappo alla retorica, e faremmo un pessimo servizio a
lui e al movimento, e ci distoglierebbe anche dalla necessità di rimanere
con i piedi per terra e di essere critici verso i limiti del movimento
stesso, le sue debolezze, i suoi errori.

Etica senza papi, e sembra già una buona differenza.
Non sono infatti le singole, specifiche rivendicazioni, le singole obiezioni
(benché importanti) che costituiscono il dato culturale e politico
essenziale del movimento nel suo insieme: qui inevitabilmente si contratterà
e succederò qual che potrà succedere.
Il dato essenziale è l'esistenza stessa di tanta gente, la testimonianza di
un atteggiamento mentale, la prova che "civiltà occidentale" non si
identifica con il liberismo integralista, e che l'America non è tutta e
soltanto l'America di Condoleeza e di George W. , e che insomma ci sono
delle buone possibilità per impedire la ipotizzata "fine della storia".


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