La maestra Luisa
Giuseppe Aragno - 14-05-2012
Le scrisse Pintor e sono parole che scuotono: «Non ci vuole una svolta, ma un rivolgimento. Molto profondo. Niente di manicheo, ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all'altra parte». Mi vengono in mente, mentre leggo sul Manifesto la lettera aperta a Rossi Doria, che quel confine lo ignora, e mi pare evidente: ci sono scelte che non puoi ignorare.
Voglio crederci: si può accettare di entrare in un governo come quello di Monti nella pia illusione di dare un qualche contributo positivo alla crisi che ci uccide. Non è giusto, ma è umano. Inaccettabile è, invece, conservare l'illusione dopo la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro e la maniera scelta per affrontare la crisi e produrre così, tra l'altro, la catastrofe del nostro sistema formativo. Purtroppo non si tratta solo dell'Invalsi, di cui non a caso Urbani, sottosegretaria e collega di Rossi Doria, è stata finora esponente di primo piano. Il punto è che questo governo non solo è completamente appiattito sulle scelte del ministro Gelmini, ma ne prosegue, con metodica e per molti versi feroce determinazione, il lavoro di smantellamento della scuola e dell'Università dello Stato, intese come presidi di democrazia e strumenti di formazione del pensiero critico. Tutto va nella direzione voluta dal precedente governo, tutto si inserisce in una concezione autoritaria e iperliberista del ruolo della formazione, a partire dalla messa in discussione del valore legale del titolo di studio, dalle scelte in tema di valutazione della ricerca, per giungere al rifiuto di fare della scuola e dell'università il perno attorno a cui ruoti un progetto di crescita non solo culturale ma economica del Paese.
Il "collega" Rossi Doria sa bene che la scuola italiana ha organici insufficienti e risorse finanziarie inesistenti, conosce perfettamente l'esito devastante della precarietà del personale scolastico e di una "razionalizzazione" di ispirazione aziendalistica che qui produrrà superfetazioni tentacolari, lì indebolirà la presenza della scuola sul territorio e colpirà soprattutto le scuole che operano dove ci sono più poveri, dove più a rischio sono i giovani e più grave è il disagio sociale. Il sottosegretario non ignora gli esiti disastrosi di un'autonomia a risorse zero che mentre ti emancipa ti fa servo. L'INVALSI non è semplicemente un tormentone; è uno strumento di controllo che eleva al rango di criterio unico di valutazione del lavoro di un docente la "competenza" di uno studente "astratto", separato da ambiti territoriali, contesti ambientali, estrazione sociale, capacità, punto di partenza e punto di arrivo; una competenza che assume un significato univoco, smette di essere l'esito di un processo e mortifica quei docenti di cui volutamente ignora le qualità innovative in tema di programmazione formativa dell'istruzione. L'obiettivo è chiaro: confondere l'abilità con la "conoscenza", ricondurci alla trasmissione acritica del pensiero dominante, custodito dai sacerdoti del potere nei santuari del sapere. "Valutati" così gli studenti, è molto facile rendere ricattabile il docente e scoraggiarne ogni tentativo di formare intelligenze critiche. Un progetto liberticida, quindi, che segna un confine invalicabile e una frattura irrimediabile. I docenti non chiedono nulla al Governo. Difendono la scuola dello Stato e con essa la democrazia.
Lo dirò ancora con Pintor: senza badare a fede, nazionalità, razza e formazione politica, la scuola mira a costruire persone, «individui, ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d'istinto ed entrano in consonanza con naturalezza». Su questo un docente pretende di esser valutato. Perché ciò avvenga, però, è necessario che si riconosca il diritto dei docenti a valutare. Noi insegnanti della Repubblica abbiamo torti e ragioni, ma veniamo da lontano e siamo consapevoli del nostro ruolo. Voglio ricordarla qui, la nostra via, cercando tra le mie carte di vecchio studioso. "Scuola e Resistenza", numero unico del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola, uscì quando la sorte del fascismo stava per compiersi. Nella copia che ho davanti mentre scrivo, la data non si legge ma il giornale fu certamente stampato alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate dense di articoli: il ricordo commosso di insegnanti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale dell'«epurazione dei libri di testo fascistizzati» e l'invito a sfidare il regime morente, «macabro fantasma» che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo: «Non giurate! [...] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto» - il sogno di «un'Italia risorta» in cui la scuola «sarà il fondamento, l'elemento innovatore» e l'insegnante «rivestirà una missione augusta: perché l'educazione forma l'uomo vero ed eleva il popolo; essa è l'unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso».
Quell'Italia risorta è oggi sotto processo. E' un'Italia scomoda. Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul "sangue dei vinti", leader d'una presunta sinistra recitano il "mea culpa" per le foibe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti che si armavano per l'ultima battaglia contro la dittatura: «reazione e fascismo con demagogica sagacia intuirono che l'istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l'uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l'opinione e tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento, lo soggiogò, lo volle dominare e dirigere e la costituzione sociale fascista, fondata unicamente sulla potenza del denaro, offerse un mezzo sicuro all'oppressore. L'insegnante fu asservito e domato colla miseria, col bisogno diuturno; fu ridotto a un paria, dalla vita grama e stentata, che mortifica e alla fine immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e, alfine, rinuncia. E l'insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva; e l'attuale catastrofe è l'ineluttabile risultato».
Gli articoli sono tutti anonimi - era in gioco la vita - tranne l'ultimo, un "Appello alle maestre" in cui Luisa, maestra a sua volta e partigiana, si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: «Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l'esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell'Italia libera».
Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. «Per difendere il futuro dell'Italia libera», scriverebbe. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. La maniera in cui si tratta la scuola dopo la riforma Gelmini chiama alla resistenza.

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf

 Emilio Florio    - 20-05-2012
Il "fenomeno Rossi Doria", già candidato al comune di Napoli come espressione della "società civile" e oggi approdato nello staff di Monti dovrebbe farci riflettere sul mito piccolo borghese della "persona" contrapposta ai "partiti" considerati senza eccezioni come roba vecchia e rottame novecentesco, e sulla "società civile" contrapposta allo "stato" e a ciò che è "pubblico" considerati come espressione di buricrazia e corruzione. Non si esce dall'attuale marasma cambiando i partiti, conquistando democraticamente lo Stato, dotandosi di un pensiero forte sul mondo. L'ideologia della "persona onesta" e della società indenne dallo sfascio delle istituzioni porterà solo a cocenti delusioni e a nuovo qualunquismo.

 Gaetano Sgalambro (www.normalizziamolapolitica.com)    - 04-06-2012
Caro Paolo,
ti ringrazio per lo scritto che mi hai trasmesso e che ho trovato interessante per la caratura culturale del suo autore, che già mi avevi fatto conoscere.
Ma, come mi capita sempre più di frequente, non mi trovo d’accordo con gli altri: del tutto o in parte. Nel caso della “Maestra Luisa” concordo solo in parte.
Con lo scritto di Pintor mi trovo d’accordo quando dice che bisogna segnare un confine netto con l’altra parte -con la riserva personale che non saprei dove collocarmi-, ma non quando dice di non essere manicheo, perché tale mi appare (secondo quando dirò in seguito).
Con il prof. Aragno concordo pienamente quando riporta che la scuola “..mira a costruire persone, “individui”,...” e quando pensa che per giungere a questo “è necessario che si riconosca il diritto dei docenti a valutare”. Anche se debbo ricordare che, se non sbaglio, furono i docenti stessi ad abiurare questo diritto quando, in nome di una ideologia non socialmente discriminatoria, trasformarono la “scuola per tutti” nella “promozione per tutti”. Così fu che salvarono un principio, ma non proprio gli studenti.
Non sono d’accordo, quando paragona il contesto politico dell’attuale scuola a quello descritto in “Scuola e Resistenza”, il numero unico del CLN-Scuola e ne richiama lo stesso spirito di reazione per affrontare i suoi problemi.
Questo perché il richiamo mi risuona alle orecchie –e dire che sono tutt’altro che giovane - lontano, freddo e, perché no, rituale. Peraltro non mi pare appropriato ritornare ad invocare una precategoria democratica, quale l’antifascismo, quando, al suo posto, sono ampiamente disponibili categorie e norme democratiche, quali quelle costituzionali.
Quando mai, potrà avvenire di vedere il baricentro dei valori democratici spostato dalla Resistenza alla Costituzione Repubblicana?
Ritornando all’aspetto concordante, dico che anch’io, da uomo della strada, penso che il buon livello dello stato della scuola e dell’insegnamento siano il fulcro del futuro di una società che vuole essere civile, democratica e moderna. Essi ne costituiscono uno degli obiettivi fondamentali e come tali dovrebbero essere sostenuti da tutti i cittadini per quello che sono, un diritto costituzionale intangibile: solo che ne venissero compiutamente e chiaramente informati. Ma ciò non è stato mai fatto da nessun organo di partito, nè dell’una, nè dell’altra parte, né tanto meno dai media. Tutto è sempre rimasto chiuso entro i confini politico-sindacali degli addetti.
Concludo commentando il commento alla lettera del prof.Aragno. Credo che l’autore abbia preso un grossolano granchio non riconoscendo la corretta metonimia del dire corrente: i “partiti vecchi” stanno per “uomini politici vecchi”, come eliminare la “partitocrazia” non sta per eliminare i partiti, ma solo i loro uomini, lo stato sta per la classe politica che lo gestisce e la società civile è solo contro di essa, e così via. La “persona onesta” non è un’ideologia, ma un dato di valore socialmente esistente e la “società civile”, che simbolicamente le raggruppa, è il solo fondamento su cui oggi si può sperare.

Legnago, 31/5/12

 Giuseppe Aragno    - 07-06-2012
Non so come sia giunto fino a "Fuoriregistro" il commento civile e ponderato di Sgalambro. E' evidentremente ripreso da una discussione che non riguarda la rivista. Non tutto mi è chiaro. Non capisco perché l'antifascismo sia una "categoria predemocratica". L'idea di democrazia non ha atteso il fascismo per nascere. E oscura rimane per me la domanda che riporto: "Quando mai potrà avvenire di vedere il baricentro dei valori democratici spostato dalla Resistenza alla Costituzione Repubblicana?". Non saprei dire qual è il "baricentro dei valori costituzionali" e mi pare che una "resistenza" trovi la sua ragion d'essere nella violazione dei diriti sanciti dalla Costituzione. Il problema quindi è: La Costituzione è violata? Se uno pensa di sì, coglie immediatamente il nesso tra passato e presente. Se uno ritiene invece che è tutto normale, che un governo di non eletti, che ha la fiducia di un Parlamento di nominati, possa decidere legittimamente di fare la guerra, legalizzare il licenziamento per ingiusta causa, privatizzare il sistema formativo, infischiarsene dell'esito dei referemduno e via su questa linea, beh, allora sì, allora è chiaro che il nesso non lo coglie.