Maestà, torniamo allo Statuto
Giuseppe Aragno - 22-03-2012
Di "estremismo liberista" e dell'illusione del governo "tecnico", scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando "la grande differenza che c'è tra politiche liberiste e liberali". E non è certo un caso isolato. "Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull'articolo 18", scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che l'Italia non è una monarchia. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l'animo di dirlo: "Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano" e fa apertamente cenno a una "tecnica del colpo di Stato". E' difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento, ma il Quirinale, promotore d'una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un'idea di "coesione nazionale", astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice e ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo "interesse di tutti", dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L'interesse di un "signor nessuno", dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni "interessi particolari", e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare "al di sopra delle parti" ma è profondamente di parte, c'è stato chi in passato è giunto ad affermare che "non occorre il blocco delle masse piegate", perché "valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori". E' una concezione "confindustriale" o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro - e al suo fianco la formazione - o procedono in sincronia con le regole del "libero mercato", perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un "tradimento".
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura "tecnica" del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie' sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che "la questione della conquista [...] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico". E da "tecnici", guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D'altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta "trattativa" sul mercato del lavoro, escono dall'ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l'idea di Bottai che gli astratti doveri verso un'idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei "sacrifici" si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E' una concezione delle "relazioni sindacali" chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di "militarizzazione" della politica in nome di un'equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un'idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un "superiore interesse nazionale" dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il "ramo secco" della mediazione politica. Ne esce stravolta un'idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all'alba del Novecento e all'Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: "tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato". Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e - siamo a ieri - quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende "interessi particolari".
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: "Maestà, torniamo allo Statuto!".

Uscito su "Micromega", il 27 marzo 2012
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 Alessandro Chiarini    - 25-03-2012
Pensavo che il Presidente Giorgio Napolitano fosse solo uno dei tanti politici che nella vita non hanno fatto mai nulla, ma devo ammettere che ha ragione lei: è davvero un personaggio ambiguo. Come Cremaschi, Flores D'Arcais e i pochi che da tempo ci invitano a riflettere, lei ha saputo guardare subito lontano. Napolitano non è neutrale, fa politica e il governo Monti è un pericolo per la democrazia. Purtroppo si è giovato dei danni prodotti da Berlusconi e dalla massa dei deputati impresentabili che ci hanno disgustato, per abbindolare gli ingenui. Chi non ha interessi personali, ormai non può ignorare più che Napoltano non ha mosso un dito per difendere la scuola dalla riforma Gelmini e Monti non ha cambiato nulla di quelllo che aveva fatto Berlusconi. Questo governo non potrebbe vivere senza il voto del Popolo della Libertà. Basta questo a dire di cosa si tratta davvero.

 Isa Viganò    - 25-03-2012
Ineccepibile. Amaramente, dolorosamente vero.

 Anna Falcone    - 25-03-2012
Caro professore, qualcosa finalmente si muove. Non siamo ancora a quello per cui ci siamo battuti, non c’è ancora l’unità delle lotte di cui tante volte abbiamo parlato, ma la gente è stanca davvero. Non dimentico che quando attaccammo la Gelmini, Napolitano disse ai nostri rappresentanti che non poteva intervenire perché il suo ruolo non era politico. Ora lo sento parlare e mi domando se ha cambiato ruolo e non me ne sono accorta o ha sempre mentito e il suo ruolo era ed è stato quello di ingannarci. Questi link mostrano che la gente è stanca e che tanto lavoro forse non è stato inutile.

controlacrisi
il fatto quotidiano
youtube
lacarbonara
kizoa
Pistoia
movook
la nuova Ferrara
youtube
scuoladegliaquiloni
ricerca
youtube
youtube
systemfailure
ragusatg
fano
comitato scuola pubblica

 Giuseppe Aragno    - 26-03-2012
Un esemplare articolo di Gianni Ferrara, illustre costituzionalista e unico giurista vivente tra quelli che continbuirono alla stesura del testo dello Statuto dei lavoratori:

Napolitano non può

Non c'è dubbio che sia giunta ad una fase avanzata la transizione dalla democrazia voluta e disegnata dalla Costituzione repubblicana ad un ben diverso ordinamento. La Repubblica è a sovranità limitata, limitata dal capitale finanziario, dal capitale tout court. Si può dire che la «sovranità appartiene al popolo - ma - che la esercita nei limiti» invalicabili della retribuzione dei capitali nella misura fissata dai detentori degli stessi capitali «e nelle forme» residuate dalla cessione dei poteri dello stato democratico alle istituzioni tecnocratiche europee. Altrettanto chiara appare la sorte della «Repubblica fondata sul lavoro » dannata anche nella memoria (dall'alterigia del senatore Monti).
Sembrava tuttavia che la forma di governo, quella parlamentare - come disegnata e prescritta costituzionalmente - riuscisse a sottrarsi dalla furia devastatrice di tale transizione. Sembrava che la cessione della sovranità statale (cosa diversa dalla sua «limitazione» prevista dall'articolo 11 della Costituzione per assicurare pace e giustizia tra le Nazioni) risparmiasse la forma di governo parlamentare. A salvarla poteva essere la disponibilità, duttilità, adattabilità di tale forma a qualsivoglia tipo di rappresentanza politica, anche censitaria come quella su cui si era attestata in Inghilterra alla sua origine. Pare invece di no.
Si avverte qualcosa come l'avvio di una mutazione funzionale di uno dei tre organi che compongono il sistema parlamentare di governo. Nientemeno che quello di garanzia di tale sistema. Il Presidente Napolitano nei sei anni di esercizio delle sue competenze si era ispirato ad un principio cardine dell'ordinamento: quello dell'unità nazionale. È la Costituzione che, nel definire il Presidente della nostra Repubblica attribuendogli il titolo e le funzioni di Capo dello stato gli affida la rappresentanza dell'unità nazionale. Non si tratta di mere enunciazioni onorifiche. Si tratta di qualificazione dell'organo e delle funzioni che è chiamato ad esercitare. Prescrivono i modi di esercizio di tali funzioni, i fini dei singoli atti nei quali dette funzioni si traducono, il congiungersi di tali atti nel rendimento complessivo che devono conseguire. È dalla rappresentanza dell'unità nazionale che si trae inequivocabilmente la qualificazione del Presidente della Repubblica italiana come «organo non di parte». È la traduzione attuale del brocardo King or Queen (il capo dello stato) can do no wrong, l'augusto fondamento del parlamentarismo. Immediatamente ed inderogabilmente, per la verità e la credibilità di tale principio, il Capo dello stato in regime parlamentare deve estraniarsi, distanziarsi, da quella attività- funzione statale che noi costituzionalisti chiamiamo «indirizzo politico». E lo riferiamo perciò esclusivamente al circuito governo-parlamento.
Il Presidente Giorgio Napolitano ha sempre tenuto a distinguere la sua attività da quella dell'indirizzo politico di governo. Le tante volte in cui si è pronunziato in tema di revisione costituzionale ha insistito sulla necessità che gli interventi sul testo della Costituzione fossero ampiamente condivisi dalle parti politiche. Ha attivato in tal modo la sua funzione di rappresentante dell'unità nazionale. Ha anche, in circostanze difficili, contrastato efficacemente conati insistenti di dittatura della maggioranza. Riconoscergli tali meriti è doveroso.
Da qualche tempo però è come se avesse accorciato le distanze che deve mantenere per esercitare le sue funzioni come organo «non di parte». Sorprendentemente, si è pronunziato ieri su di un tema delicato, quello degli effetti delle modifiche che il Governo propone su uno degli strumenti di garanzia della sicurezza e della dignità dei lavoratori. Si è pronunziato quindi su di un atto di indirizzo politico del governo e per di più prima ancora che tale atto fosse sottoposto al Parlamento. Un atto contrastato da un rilevante schieramento parlamentare, dalla Cgil ed ora anche da tutti i sindacati maggiormente rappresentativi. Pronunziarsi su tale atto ha scosso la posizione del Presidente della Repubblica nel sistema costituzionale. Ne ha anche incrinato quella di garante della Costituzione. Constatarlo inquieta, sconcerta.
Post scriptum. Mi si potrà opporre che le riflessioni che precedono siano indotte dalla passione politica per essere uno dei giuristi ancora in vita di quelli che Gino Giugni mobilitò per discutere e redigere i testi che composero lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Sì, nutro la stessa passione politica di allora per gli ideali di eguaglianza e giustizia. Ma le motivazioni qui esposte sono di stretto diritto costituzionale
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Il Manifesto, 25 marzo 2012