Paccata. Fornero risciacquata in Arno
Giuseppe Aragno - 16-03-2012
"Paccata". Così si esprime, equivoca e ringhiosa, la gentildonna ricca di milioni e titoli accademici, chiamata al Ministero del lavoro perché, a dar retta ai numerosi sponsor, dal Quirinale in giù, fino ai ben pasciuti custodi dei Palazzi romani, è il meglio che passa il convento. "Orate fratres", verrebbe da chiosare sorridendo, se la farsa non fosse già tragedia.
"Paccata" non è un lapsus freudiano, non sta per "vaccata" come, al di là della forma, apertamente suggerisce la sostanza. Nel dizionario la parola non c'è e non ha radice anglosassone - l'inglese pack indicava in origine una balla di lana - non viene da pacco, sostantivo maschile che indica uno o più oggetti avvolti in carta, tela o quant'altro legata e sigillata., non nasce da pacca, che è un colpo amichevole, non si rifa, per estensione, alla sberla, perché altrimenti assai più chiaro sarebbe stato "sberlata". No, a ben vedere, "paccata" si spiega solo nel quadro di generalizzata violenza istituzionale e di assoluta miseria morale di cui è espressione un governo privo di consenso elettorale, sostenuto da nani, ballerine e trasformisti, ossessionato dalla fede in un liberismo ormai disperato e incapace di esprimere un pensiero dialettico. "Paccata" è la traduzione linguistica di un'attitudine mentale che va dal disprezzo per l'interlocutore e per i suoi diritti - "il sindacato difende i ladri"- a un'insofferenza peggio che padronale, quella aggressiva da "cane del padrone" che ha un comando da eseguire a tutti i costi e perciò affonda i denti. Un neologismo, quindi, che suona più rozzo e volgare sulle labbra di una donna, già oscenamente guitta nel recitare pubblicamente le lacrime d'un dolore inesistente.
La "paccata" della Fornero non è una questione linguistica formale, o l'ennesimo scivolone autoritario in cui incappano i sedicenti tecnici. E' la sintesi perfetta del programma di un governo che, sin dalle prime battute, ha inteso ridurre al minimo i livelli di formazione culturale e civile della nostra forza lavoro, per disporre a suo piacimento di una massa di "senzastoria" rassegnata a pagare i costi della crisi di un sistema che garantisce tutto a pochissimi e nulla a moltissimi.
Più ignoranti usciranno dalla scuola i nostri studenti, più facile sarà cancellare i diritti e imporre i più disumani sacrifici alle nuove generazioni.
Vista così, nella sua luce vera e sinistra, la "paccata" della Fornero è uno sputo sul viso della giustizia sociale e copre le spalle a Profumo, il quale sa bene di governare una scuola ridotta alla disperazione. Per fermarsi al patrimonio edilizio, ci sono settemila scuole di cui non si ricorda più nememno il secolo in cui furono costruiti; c'è un nucleo di oltre mille edifici che ha più di due secoli e mezzo di vita; tremila edifici furono costruiti tra gli anni di Napoleone e la marcia su Roma e dei due terzi del "nuovo" patrimonio edilizio, che ha comunque più di 30 anni, solo il 22 % è stato ristrutturato. In queste condizioni di sicurezza vive la scuola italiana. Basterebbe investirci per creare lavoro, sicurezza e cultura. I soldi ci sono, come mostrano le dichiarazioni dei redditi dei ministri. Il governo, però, non li tocca. Alla signora della sconcia "paccata", interessa soprattutto schiavizzare i lavoratori e il ministro Profumo naturalmente tace; per la seconda volta in due anni proroga i rettori suoi colleghi entro università precarizzate, affidate a gente che non può guardare lontano, ma ha tutto il tempo per nominare i consigli d'amministrazione. Qui la tecnica non c'entra. Qui c'entrano esclusivamente la politica e la dignità. Ma si può parlare di dignità a gente che non è stata eletta e mette mano ai diritti? Dov'è la dignità, nella "paccata" della Fornero o nei comportamenti di Profumo, che dovrebbe chiedere le dimissioni dei Rettori, quando egli stesso non rinunciò alla presidenza del Cnr, appena ricevuta la nomina di ministro?
Non so per quali vie, mi torna in mente una lontana riflessione sull'educazione e mi convinco che chi per mestiere fa il docente, oggi non può insegnare ai giovani che educazione e cultura bastano a difendere i loro diritti da un governo dispotico, perché si vota e c'è un Parlamento. I ragazzi devono imparare a riprendersi i diritti che gli rubano. Quando "torneranno ad essere rappresentati in un governo, impareranno tutto quello che serve ed anche più. Quel giorno il popolo sarà maestro di tutti senza alcuna fatica".

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Paolo Bordino    - 18-03-2012
Giuseppe Aragno - da cui ho avuto l'onore di essere esaminato quando sostenni, ormai quasi dieci anni fa, l'esame di Storia Contemporanea - illustra in modo eccellente qualcosa che è lampante da tanto, troppo tempo: crollo della qualità del sistema di istruzione e taglio dei più elementari diritti sociali è qualcosa di correlato a doppio filo e studiato a tavolino dal sistema per evitare che le masse popolari prendano coscienza del loro status di schiavizzate da un'ignoranza di fondo che al sistema politico, involucro di un capitalismo assassino e morente, fa comodo.
E' così che il termine "paccata" passa per un qualcosa su cui riderci su, all'insegna di uno slang tra il giovanottista ed il modaiolo, magari da rilanciare su Twitter partecipando alle tendenze attuali.

 Severo Laleo    - 19-03-2012
Non è “serio” buttar giù espressioni da Bar Sport, quando si discute di concordare aiuti pubblici ai senza lavoro. E’ comunque volgare, anche solo per un attimo di battuta.I soldi pubblici meritano sempre rispetto, sono di tutti noi, e solo temporaneamente in gestione corretta a un Governo. I soldi pubblici non sono mai una “paccata”. La “paccata” è un’offerta di soldi buttata là, sul tavolo, senza stare a contare, basta il suo volume, per comprare definitivamente qualcuno/qualcosa. E quasi significa: “Che vuoi più, ti do una paccata di soldi!”
In una democrazia matura i soldi non dovrebbero mai servire per comprare un consenso, nemmeno se è una “paccata”.
O no?
Severo Laleo

 Gaetano Sgalambro    - 25-03-2012
Concordo con l’autore: l’espressione è infelice nei termini e sa di saccenteria accademica. La esplorazione filologica, dottamente ironica, sulla paccata porta per esclusione alla conclusione che è di origine antropologica.
Però, se dovessi scegliere tra questa saccenteria e quella sfrontatamente ignorante della inamovibile classe politica (quando improvvisa programmi elettorali e governativi sempre fondati sulla sabbia, ma infiorati di tutti gli alti valori della retorica politica), sceglierei la prima. Tanto, più in basso del baratro in cui ci ha portato la classe politica eletta democraticamente non si può andare. Ne è prova che se l’è data a gambe elevate; ha concesso in mezzadria la politica ai tecnici (forse è più ap-propriato chiamarli esperti) perchè si superi il momento; e si prepara al rientro.
Questo comune rivoltarsi delle posizioni, la grave situazione del paese, senza che alcuno ne chieda conto ai responsabili o auspichi un ricambio radicale della classe dirigente mi fa pensare di vivere in un regime partitocratico. Con buona pace degli interessi dei giovani, della collettività e del sistema-paese.