Memoria e nuove generazioni
Gennaro Tedesco - 15-12-2011
Più che porre sacrosante domande e dare risposte che comunque sarebbero passionali, vorrei tentare di fornire alcuni flash, alcune istantanee, alcune impressioni personali sull'evoluzione della società adolescenziale, giovanile e studentesca nella scuola e nell'extrascuola.
Non molto tempo fa ho sperimentato con i miei alunni della media l'ascolto di musica leggera italiana e straniera in classe per tastare i loro interessi e i loro gusti, per farmi un'idea sul campo dell'evoluzione del loro immaginario collettivo nella sfera paraletteraria, musicale e del ballo.
Se è relativamente più facile seguire i movimenti dei ragazzi e dei giovani all'interno del mondo cine-televisivo, un po' più difficile appare seguirli in quello della musica e del ballo. Ma certo è in quest'ultimo che si possono cogliere gli aspetti più vitali, starei per dire vitalistici, della loro cultura. Così, osservandoli e scrutandoli accuratamente, parlo con loro in classe, dopo aver ascoltato una musica da ballo italiana plagiata malamente da ritmi afro-americani più simili a pulsioni bioritmiche e a logiche tribali che a movimenti coreografici e scopro che questi ragazzi dai 13 anni in su conoscono poco e male anche il contesto minimo di riferimento di queste performance contemporanee. Non solo. Ma pare che nella musica e nel ballo essi scorgano solo una minima dimensione ludica o atletica ; il motivo fondamentale del loro interesse verso tali manifestazioni umane consisterebbe nel fatto che essi "dimenticherebbero" tutti gli altri problemi, lo "stress" della società e della scuola in cui vivono in un circolo vizioso di frantumazione individualistica e isolazionismo nevrotico. Non sono sociologo e neppure psicologo, ma certo se ragazzi di 13 anni, quanto meno una parte o alcuni, si esprimono in questo modo, vuol dire che qualcosa nel profondo della coscienza adolescenziale e giovanile è cambiato.

Il movimento studentesco del '68 è insorto all'insegna della Contestazione Globale e, tutto sommato, nella speranza di un grande sogno romantico o neo-romantico . Quello di oggi non sembra possedere e rivendicare sogni, ma incubi .

Ricordo che la guerra del Vietnam e il '68, questi due straordinarie ed irripetibili stagioni della nostra storia, pur con tutti gli incontestabili limiti, errori ed estremismi tipici di quel tempo e di quella generazione, furono indelebili e determinanti per la mia formazione e come, proprio a ridosso di quegli anni critici e ruggenti, anch'io, insieme a milioni di ragazzi e di giovani di tutto il mondo, fossi impegnato a cercare qualcosa di alternativo, se non di meglio, rispetto all'acqua stagnante e putrida della società e della scuola di allora.
La musica più che il ballo era la musa ispiratrice di tanti momenti aggregativi. Era il tempo della "scoperta" della musica anglo-americana. Io, come molti ragazzi europei e nord-americani, mi ponevo domande e, soprattutto, "altrove" cercavo alcune risposte, pure accanitamente rincorse, che in Italia, nella mia scuola e nella mia società, non trovavo.
Così accadde che un giorno, in preda a crisi e confusione, decisi, da solo, di andare a Brindisi e di imbarcarmi sul primo traghetto disponibile che mi portasse in Grecia, alla ricerca delle "risposte" e , forse, soprattutto, di me stesso.
Riuscii ad imbarcarmi e a salire su una nave greca diretta a Patrasso e poi al Pireo, il porto di Atene. La navigazione fino alla meta richiedeva tutta la notte. Io avevo la mia cabina, ma non riuscivo a dormire. Malgrado fossi stanchissimo, avendo attraversato la penisola dal Tirreno all'Adriatico in poche ore, fui attratto da un chiasso di cui non riuscivo a individuare l'origine. Alla fonte del chiasso mi portò il mio fiuto. Gli artefici di quel pandemonio notturno e marittimo erano dei miei coetanei americani, inglesi, tedeschi e olandesi che, quando mi scorsero, mi invitarono immediatamente, arruolandomi altrettanto rapidamente nella loro allegra brigata. Io ero stanco e stordito dal lungo viaggio di avvicinamento all'imbarco per la Grecia, oltre che ancora preda della mia crisi d'identità, ma non mi ci volle poi tanto per riuscire a inserirmi quasi brillantemente e totalmente nel gruppo dei musicisti dilettanti allo sbaraglio. Comunque mi accorsi subito che poi così dilettanti non erano e soprattutto non solo conoscevano i ritmi e le canzoni contestatrici e scardinatorie, ma anche le melodie e le "tragedie " greche oltre a tutto il repertorio della canzone popolare neogreca. Devo dire che non solo mi trovavo a mio agio, cominciando a comunicare senza freni e con immenso piacere con i miei nuovi e splendidi compagni di viaggio, ma, anche per il contributo dell'equipaggio greco che si aggregò immediatamente al nostro gruppo, cominciai a mettere da parte la mia accidia esistenziale perché improvvisamente mi sentivo parte attiva e viva di un microcosmo (o di un macrocosmo?) immensamente comunicativo, caloroso e palpitante. Era il periodo dei "Colonnelli" e della dittatura in Grecia e i marinai greci, stimolati da noi altri improvvisati musicisti della contestazione e della nostalgia mediterranea, a loro volta ci contagiavano con il senso della loro sofferenza , squarciata da lampi impetuosi di ribellione e disperazione. Fu allora, forse per la prima volta nella mia vita, che cominciai a intravedere l'abisso di una dittatura e il senso di bruciante e ardente fratellanza che l'oppressione, anche se non vissuta direttamente, ti trasmette a contatto dei disperati e degli esiliati, una sensazione che non colsi, quando, molto più giovane attraversai la Sierra spagnola, solcata dall' indicibile e oppressiva miseria prodotta dal regime franchista
Quella breve ma intensa esperienza sul traghetto greco mi scosse dal mio profondo torpore e mi ridiede il senso effettivo e reale della vita.
Che ci voglia un qualche genere di esperienza simile per i nostri adolescenti e giovani? Non sarebbe il caso che la Scuola si riprenda una maggiore sfera di autonomia educativa e di responsabilità pedagogica? Anche e soprattutto di una pedagogia politica, più che internazionalista, soprattutto cosmopolitica, dove soprattutto l'adolescente e il giovane, ma anche le famiglie, siano obbligati e costretti a fare i conti con una esperienza vissuta in prima persona, come apprendenti e "apprendisti" interagenti di una "comunità" universale, là dove il mondo più soffre e dove l'uomo è più drammaticamente vicino alla sua più profonda essenzialità?

A.Brusa, Verso una nuova storia generale nel contesto della mondializzazione e nella prospettiva interculturale, in RS Ricerche storiche n.89 (aprile 2000), Il nostro convegno sul curricolo verticale di storia(ISTORECO-INSMLI, Reggio Emilia, febbraio 2000)

J.Bruner, La fabbrica delle idee, Laterza, Roma-Bari, 2006

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