Studenti contro black bloc
Giuseppe Aragno - 04-11-2011
Nessuno se n'è accorto, ma i black bloc hanno cambiato colore. Ieri, come sempre irriconoscibili, avevano caschi azzurri e, invece del classico passamontagna, si coprivano il viso con una celata di plastica trasparente che ti fa vedere tutto senza che nessuno ti veda in viso. Non c'è dubbio: gente che sa il fatto suo. Abbandonati i sampietrini, si son portati appresso i più efficienti manganelli ed eccoli abilmente mimetizzati. A vederli, sembravano proprio tutori dell'ordine a cui d'un tratto aveva dato di volta il cervello: cariche violente contro cortei di studenti inermi che, a mani alzate e volto scoperto, urlavano il loro dichiarato pacifismo.
Carica dopo carica, i black bloc mimetizzati hanno avuto progressivamente la meglio sui sogni democratici dei nostri studenti e si son viste scene di sapore vagamente cileno: ragazzi a mani in alto, fotografati, identificati e probabilmente schedati in un "Casellario Politico" raccolto chissà perché dagli anarco-insurrezionalisti: Sfilavano uno dietro l'altro, come prigionieri di guerra, tra due file di black bolc dai fiammanti caschi azzurri ormai padroni del campo, mentre la Costituzione repubblicana sembrava sospesa e non c'era l'ombra d'un carabiniere che mettesse un po' d'ordine in quell'incredibile sceneggiata delle inafferrabili primule nere che indossavano gli azzurri caschi della polizia.
Diciamola tutta. Dell'oscura vicenda la nota più inquietante non viene dall'isolamento dei pacifisti - gli studenti erano soli, ma si sa, l'indignazione della sedicente "società civile" vive di lampi improvvisi e subito s'acqueta - e non veniva nemmeno dalla paura dei genitori che, recuperati i figli malconci nelle piazze, si guardavano bene dal dare del "fascista" ai black bloc travestiti dal poliziotti. Il dato inquietante, quello che più preoccupa e colpisce, è la muta afasia della politica. Nessuno, nemmeno Di Pietro, ha invocato stavolta la Legge Reale e si direbbe quasi che i black bloc abbiano addirittura agito, forti di un incredibile consenso istituzionale.
"Violenza", si dice ogni giorno, "guardiamoci dalla violenza". Un monito sacrosanto. C'è, però, chi si chiede come mai stamattina i grandi giornali non abbiano aperto con le foto e i filmati dei teppisti da identificare. Sembra quasi che la violenza si giudichi ormai dal colore: nera e coi passamontagna è caccia all'uomo, azzurra e coi manganelli passa sotto silenzio.
"La commedia è finita, se v'è piaciuta, applaudite", recitavano un tempo giullari e scavalcamonti, che mettevano in scena la ferocia del potere. Non c'è nulla di più vivo e vero che la finzione del teatro, ma quando cala il sipario e si fa buio sulla ribalta, chissà perché lo spettatore si tranquillizza, ingannando se stesso: la vita non è teatro. Eppure lo vediamo: non c'è tragedia recitata su un palcoscenico che non viva nelle case e nelle piazze che popoliamo. E' che noi non vogliamo vedere.

Uscito sul "Manifesto" il 5-11-2011 col titolo Gli studenti e i nuovi black bloc

Tags: Black bloc, carabinieri, cariche, Di Pietro, manganelli, passamontagna, pacifismo, polizia, Legge Reale, sampietrini, studenti, teatro e vita


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Valentina    - 05-11-2011
Liberazione 04.11.11

Roma "Reclusi" per ore; cariche al tentativo di "evasione" Corteo vietato, gli studenti «sequestrati dalla polizia»

Daniele Nalbone


Roma. Il piazzale antistante il cantiere della nuova stazione Tiburtina trasformato in un recinto da blindati della polizia e da agenti in tenuta antisommossa. All'interno, studenti dai 14 ai 20 anni. La loro colpa? Non aver chiesto l'autorizzazione a manifestare. Il questore di Roma, Francesco Tagliente, li aveva avvisati: senza autorizzazione, dura repressione. E così è stato. Dalle prime ore del mattino di ieri, decine di agenti si sono fatti trovare davanti alle scuole "calde" della capitale con l'ordine di identificare ogni studente che, alla campanella, non si fosse diretto in classe.
«E' uno stato di polizia» si sfoga una ragazza del liceo scientifico Augusto Righi mentre è appena terminata la carica delle forze dell'ordine che ha di fatto respinto il tentativo di "evadere" dal recinto: «Appena ci siamo avvicinati a scuola, sono venuti a identificarci. Intanto, ci filmavano con le telecamere a distanza ravvicinata. Un chiaro modo per intimidirci e "convincere" i più giovani a disertare la giornata di lotta». Gli studenti medi avevano deciso di tornare in piazza, ieri, per riprendersi la città, giudicando «inaccettabile - spiega Lucio degli Studenti autorganizzati - che il dissenso venga messo a tacere da un clima repressivo come quello instaurato dal sindaco Alemanno e dal ministro Maroni». E così, i vari collettivi si sono ritrovati fuori dai loro istituti per raggiungere, in piccoli cortei o con la metropolitana, la stazione Tiburtina, dove da giorni si erano dati appuntamento dietro lo slogan "Take the street, take the future". «Ma molti non sono mai arrivati a Tiburtina. Una cosa del genere, neanche nel Cile di Pinochet» commenta Claudia del Virgilio.
Addirittura, in alcuni casi si racconta di agenti entrati nelle scuole per chiedere ai presidi i registri di classe in modo da controllare - e segnalare - gli assenti. «Difficile analizzare politicamente la situazione quando si è chiusi in un recinto fatto di scudi e manganelli» spiega Fabio di Atenei in rivolta. Un recinto durato tutta la mattinata. Un recinto il cui governo è stato totalmente ad appannaggio del ministero dell'Interno.
«Stiamo provando a trattare con la digos presente in piazza - annuncia un ragazzo al megafono - ma neanche loro sanno cosa fare, sono ordini dall'alto». Ordini che, quando il gruppo di oltre mille studenti ha provato a dirigersi verso La Sapienza, si sono trasformati in manganellate contro i "book bloc" messi ad aprire il tentativo di corteo. Qualche testa sanguinante, e molta paura, soprattutto quando gli agenti hanno respinto gli studenti che hanno provato ad irrompere nel cantiere della nuova stazione Alta velocità.
«Un errore figlio di un altro errore» è il commento del presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «Impedire i cortei è una scelta che si conferma dannosa, che produce tensione, che accentua la percezione di sordità delle istituzioni nei confronti dei giovani». Solo l'intervento di una serie di esponenti politici del Pd, di Sel, dell'Idv, della Fds hanno evitato che la situazione degenerasse: intorno alle 15, le forze dell'ordine hanno acconsentito a crare un varco nei cordoni per far uscire i ragazzi che si sono così diretti verso La Sapienza.
Ed è proprio l'immagine della "liberazione" degli studenti a far capire il clima di repressione che si respira a Roma: «Siamo stati fatti uscire da un piccolo varco - racconta un ragazzo, visibilmente provato dalle sei ore di "reclusione" - a gruppi di venti persone, con dieci secondi di distacco da un gruppo all'altro, inquadrati a un metro dalle telecamere delle forze dell'ordine. Un'umiliazione». Ma gli studenti non si fermeranno. «Rompere i divieti, i protocolli, reagire alla repressione: è necessario continuare su questa strada per combattere lo stato di polizia che vogliono imporci» ommenta Eleonora Forenza, del dipartimento conoscenza Prc. Ed è in quest'ottica, di «riconquista democratica», che oggi - chiamati alla mobilitazione dalla Rete della conoscenza - gli studenti torneranno in piazza in oltre trenta città italiane per avvicinarsi, così, alla giornata studentesca internazionale del 17 novembre. Per quel giorno, la parola d'ordine è occupiamotutto.

 Lia Marabini    - 06-11-2011
E' così, la violenza ormai ci viene dall'alto ed è riscontrabile nei comportamenti, nelle parole, nelle scelte. La violenza con cui sono utilizzate le forze dell'ordine è evidente e ingiustificata, ma l'opposizione purtroppo sta lì e finge di non vedere, pare d'accordo. Basta pensare alla scuola. Quando mai l'ha difesa questa classe dirigente?