Ripensare i rapporti del sapere ai tempi della crisi
Andrea Tornago - 12-10-2011
Dallo Speciale Aufklärung



La scuola e l'università si sono «quotate in borsa» verso la fine degli anni '90 pensando che non ci fosse più posto nel mondo per un'istituzione svincolata dal mercato (DPR 323/98; DM 452/98; DM 509/99).

Catapultare sul mercato uno dei servizi essenziali della società non ha avuto ripercussioni esclusivamente economiche (la decisione andava nella direzione indicata dal Gats, che intravvedeva nell'istruzione e nella conoscenza uno dei mercati più redditizi): ha prodotto la sistematica introiezione dello schema formale dell'economia di mercato (credito/debito) fino a farne il nuovo rapporto di produzione del sapere.

Ora che l'economia europea e mondiale stanno implodendo in una crisi senza precedenti, scuola e università non si trovano a soffrirne solo per la penuria di risorse dedicate alle attività di insegnamento e ricerca, ma per l'impossibilità di pensarsi autonome rispetto a questo mondo in crisi.

Uno dei motivi dell'incapacità di tracciare una linea di fuga dalla crisi potrebbe trovarsi proprio nel fatto che il mondo del sapere ha abdicato in un tempo:

1. alla sua condizione di "extraterritorialità" rispetto all'economia e alla società (il «principio scholè» del sociologo Pierre Bourdieu)

2. al suo ruolo di normatività sperimentale (lo spoudaios paizein di Platone, il «giocare seriamente») che consiste nel «far entrare il mondo» nei processi di apprendimento, insegnamento e ricerca ma senza esserne condizionati materialmente e senza obbedire alle sue leggi (Don Lorenzo Milani, «Lettera ai giudici» del 18 ottobre 1965).

Le riforme inquadrate nel «Processo di Bologna» non hanno soltanto cancellato il principio scholè in favore dell'immersione del sapere nei processi reali di produzione, ma l'hanno anche sganciato da una sua possibile «economia reale» per catapultarlo nell'irrealtà dell'economia finanziaria.

La scuola e l'università dei crediti e dei debiti formativi, in cui il successo si fonda sulla capacità di «gonfiare» il curriculum in tempi brevi per presentarsi sul mercato apparentemente in buona salute, con un costante pareggio di bilancio, il tutto per evitare lo spettro del declassamento o del default, è un mondo in cui il percorso formativo e intellettuale perdono valore reale per rifugiarsi in una finanziarizzazione sotto la quale si cela il nulla.

Tutte le scelte formative sono operate sulla base del loro possibile inserimento in curricula preconfezionati, che inducono a strategie di ottimizzazione dei risultati con l'impiego di risorse sempre minori (lo «shopping dei crediti» che crea curricula apparentemente perfetti anche in assenza di reali conoscenze e competenze), con l'effetto di svalutare vertiginosamente l'effettiva preparazione degli studenti italiani (rapporto OCSE-PISA 2006 sull'insufficienza di literacy scientifica).

Come uscire dunque da questa crisi? È venuto il tempo di sganciare definitivamente la scuola e l'università da un modello aziendale e finanziario fallimentare e inappropriato. Perché mantenere un tale schema nella produzione e nello scambio del sapere ora che anche nella

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