Studenti e docenti tra proletariato e rivoluzione
Gennaro Tedesco - 12-10-2011
La realtà della Scuola

Ho seguito e seguo su Repubblica e su altri quotidiani nazionali tutti i brillanti e dotti interventi sulla nostra Scuola. Indubbiamente interessanti e lungimiranti, infarciti di buoni sentimenti e di splendidi propositi, denotano, però, un solo difetto : non fanno i conti con la realtà "prerivoluzionaria" della nostra Scuola .
Qui non ho lo spazio e il tempo per descrivere nei dettagli la situazione non solo scolastica, ma anche universitaria del Bel Paese. Ma alcune brevissime analisi e considerazioni si possono e si debbono elaborare e proporre al pubblico dibattito senza ipocrisie di alcun genere.
Innanzitutto quale educazione e istruzione si può immaginare, ipotizzare e praticare in una Scuola che non è l'Accademia del buon cuore, ma una concreta e palpitante esigenza istituzionale, totalmente immersa dentro una società italiana, mondiale e capitalistica in coma profondo ?
Tutti i commentatori e non solo i commentatori vogliono e pretendono una Scuola migliore, predicando precetti e ricette quasi sempre miracolistiche.
Ma nessuno di essi sembra partire dal dato di fatto di una società italiana sempre più povera, non solo, ovviamente, dal punto di vista culturale e educativo, ma anche e soprattutto dal punto di vista economico e politico. Non si riesce a comprendere perché adolescenti e giovani non solo italiani dovrebbero abbandonare la loro sistemica e sistematica distrazione e dimostrare più interesse e attenzione nei confronti delle buone maniere, dell'educazione e dell'istruzione, tra l'altro ancora in gran parte calata e imposta dall'alto senza processi interattivi e transazionali di alcun genere, quando le loro famiglie, i loro genitori e essi stessi sono trascinati e sconvolti da una crisi economica, sociale e culturale la cui devastazione interiore e esteriore sembra essere appena agli inizi.
Di tutto ciò non si parla, ma soprattutto con tutto ciò non si fanno i conti o, forse, peggio, non si vogliono fare i conti o non se ne è capaci.
Gli adolescenti e i nostri giovani avrebbero bisogno di una nuova educazione all'altezza dei tempi "rivoluzionari" che stanno e stiamo attraversando, un'educazione alla realtà brutale delle regole capitalistiche. Perché è ovvio e scontato che questo processo di impoverimento e di proletarizzazione polarizzante e crescente è un itinerario che porta e porterà a trasformazioni rapide e radicali del contesto sociale e non solo di quello.
Purtroppo di buoni maestri pronti a indicare a giovani e adolescenti nuovi punti di vista esistenziali, educativi e a prefigurare alternative politiche, la nostra Scuola non ne ha, dilacerata e imbarbarita da decenni di riforme all'insegna dell'efficienza, dell'efficacia e del progresso tardocapitalistico e neoimperialistico e delle sue dottrine consumistiche e individualistiche.
Dall'altra parte della barricata, dalla parte dei docenti, la crisi economica e sociale e le politiche recessive, sia dal punto di vista economico che sociale, culturale e educativo, dei nostri governi nazionali hanno provocato la quasi radicale e totale proletarizzazione di un ceto docente di cui tanti dei nostri brillanti commentatori non parlano nemmeno, forse perché non se ne sono nemmeno accorti. E quando di passaggio lo fanno, dimostrano di conoscere ben poco di tale insostenibile realtà.
Una classe docente che si avverte proletarizzata e soprattutto lo è realmente, che a stento e con immense difficoltà può accedere a un aggiornamento che, almeno in termini di acquisto librario, è sempre più proibitivo e irraggiungibile, può permettersi il lusso di distrarsi almeno per un attimo fuggente dalle sue necessità impellenti e vincolanti del pasto quotidiano e dedicarsi con gioia e abnegazione al compito strategico e alla responsabilità ineludibile dell'educazione e della formazione delle nuove generazioni?
E soprattutto questa stessa classe docente che relazione, che rapporto quotidiano può instaurare e sviluppare con alunni e studenti delle nostre Scuole, altrettanto, se non di più, costretti a misurarsi con una crisi economica, sociale, esistenziale e educativa che qualcuno dei Soloni internazionali ha definito, senza mezzi termini e senza ipocrisie, più profonda di quella degli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale?
Ma qualcuno si è accorto di questa realtà e delle sue conseguenza non solo sulla nostra Scuola?

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 Stefano    - 12-10-2011
Sacrosanta preoccupazione ma che sta a cuore a pochi.In realtà i docenti reagiscono a questa condizione di impoverimento con la cosiddetta "arte di arrangiarsi" e non cercano minimamente di costruire una qualche modalità organizzativa condivisa a partire dal comune stato di miseria, per il momento materiale, che li caratterizza. Su questo si innestano le oggettive condizioni di lavoro che favoriscono l'individualismo e l'isolamento reciproco, l'esatto contrario della vecchia fabbrica fordista. Non parliamo poi dei "sindacalisti": ad eccezione di pochi esemplari ammirevoli ( che si trovano anche nella CGIL), costoro sono tra i principali fruitori della disgraziata condizione dei docenti. Sempre "ammanicati" con il potere, a tutti i livelli, hanno perso ogni contatto con le frustrazioni dei docenti anche perché, gran furboni, non ne condividono più le condizioni di lavoro: sono distaccati, e, chissà perché, Brunetta ha colpito tutto e tutti ma non loro! Scusate lo sconforto, ma sempre più spesso mi viene da pensare: ma che ce la teniamo a fare la scuola di Stato?