La piazza
Marino Bocchi - 05-08-2001
Letizia Moratti e Adriano Sofri: accostamento stridente, che non piacerebbe al neoministro. In effetti i due non hanno nulla in comune: lei ha sempre avuto in odio il ’68, lui ne e’ stato uno dei leader ed e’ finito in galera per questo. Ma l’abbinamento e’ meno bizzarro di quanto non sembri ed e’ suggerito dalla lettura dell’ultimo numero di due settimanali. Famiglia Cristiana pubblica un’intervista esclusiva alla Moratti (“La mia scuola”), ampia e organica. Panorama ospita la rubrica di Sofri, dedicata questa volta ai fatti di Genova (“Giovani: cosi’ timorati, cosi’ sovversivi”).
Cosa dice il ministro? Nulla piu’ di quanto gia’ si sapeva ma quel poco di originale e nuovo merita di essere sottolineato. Sinteticamente: 1) – “Ho "scelto" questo Ministero rispetto ad altri, ugualmente importanti, che mi erano stati proposti: credo che la formazione delle nuove generazioni sia la sfida più grande»; 2) – “La scuola può avere un ruolo fondamentale nel supporto al disagio, perché saper trattenere a scuola i ragazzi significa non lasciarli abbandonati nelle piazze”. Fermiamoci qui. Colpiscono due cose: l’accento posto sulla “scelta” e il riferimento alla “piazza”. Riguardo al primo punto: per decenni, il Ministero della Pubblica Istruzione (a proposito, nella stessa intervista la Moratti dichiara ufficialmente che la nuova denominazione e’: Ministero dell’istruzione, Universita’ e Ricerca) e’ stato quasi sempre considerato un dicastero di serie B, dove far quadrare i conti del manuale Cencelli; Berlinguer e‘ stato il primo a invertire la tendenza, in coincidenza con l’affermata centralita’ della formazione nel programma di Prodi, Letizia Moratti si colloca sulla stessa linea e di cio’ le va dato atto. Non sara’ un ministro di routine, lo sapevamo, ora ne abbiamo la conferma. La cosa non stupisce se si considera la grande serieta’ e la determinazione con cui ha affrontato, negli anni, il tema della questione giovanile e del disagio, collaborando al fianco di Vincenzo Muccioli, grande e tragica figura di “benefattore” sociale. E qui si arriva al secondo dei punti richiamati, il parallelo tra “disagio” e “piazza”. Non credo si tratti di un refuso, di una traduzione libera di Simonetta Panotti che ha fatto l’intervista. Credo che veramente il Ministro abbia usato questo termine, al posto dell’altro comunemente impiegato (“strada”) e con quel preciso significato: la piazza come luogo in cui si esprime il disagio, la scuola come antidoto alla piazza. Una zona chiusa, protetta contro un’altra invece aperta, minacciosa.

Veniamo a Sofri. L’articolo e’ molto bello e coglie, con straordinaria acutezza, un aspetto della condizione giovanile attuale che appartiene all’esperienza comune di molti docenti. Scrive Sofri: “Mutilato come sono di esperienze vissute, lasciatemi usare una mia esperienza peculiare. In questi anni reclusi ho ricevuto molta posta, molta anche da lettrici o lettori di questa pagina (è un piacere e un cruccio, perché non sono in grado di rispondere). Una singolarità di questa larga corrispondenza di persone sconosciute è nel numero alto di ragazze e ragazzi molto giovani, spesso adolescenti. Sono lettere intelligenti e appassionate, nelle quali ricorre il motivo della solitudine sentita fra i propri coetanei. Le persone che scrivono si dicono avvilite della superficialità o del conformismo o della mancanza di interessi dei loro coetanei. Spesso dichiarano una specie di invidia per generazioni che ebbero un'occasione di impegno, credettero fortemente e solidarmente in qualcosa eccetera”. E piu’ in la’: “Senza la pretesa di saperne e capirne abbastanza, la mia impressione è questa: che conformismo e pensieri facili siano abbastanza mescolati, nei più, a un'inferiorità e una ricerca di senso”. Nessuna lettura ideologica, nessuna paternita’: negli anni Sofri ha maturato un lucido distacco dalle sue esperienze giovanili. Ma proprio per questo una fedelta’ piu’ autentica, piu’ profonda al ’68 come ad un’ occasione in parte perduta di crescita personale e umana, di libera progettazione di se’, di voglia di stare insieme, indignarsi, partecipare, capire. Dunque, Genova. “A Genova sono andati una quantità impressionante di ragazze e ragazzi, anche di quelli che non scrivono lettere serie agli anziani prigionieri, anche di quelli che non stanno già in qualche associazione, che non sono già volontari di qualche impresa”. Non solo i blacks bloc, le tute bianche, Rifondazione, tanti “ragazze e ragazzi qualunque”. Dopo Genova, questi ragazzi adesso hanno “un appuntamento”.
Conclude Sofri: “Per questo la situazione è dannatamente seria. Bisogna prepararlo bene, custodirlo delicatamente, farlo riuscire, l'appuntamento. Non incupirlo. Non farlo passare per una sfida fra i ragazzi e il resto del mondo. Oltretutto per serbarne, quando verrà il tempo, un bel ricordo”. Mi piacerebbe, sarei davvero interessato a conoscere il giudizio di Letizia Moratti su queste parole finali di Sofri. Su questa visione della piazza come luogo di libero confronto e impegno comune fra diversi. Dove vincere il disagio e la paura di essere soli, che tante giovani vite annienta.

Letizia Moratti "La mia scuola" Famiglia cristiana

Adriano Sofri "Giovani: cosi' timorati, cosi' sovversivi" Panorama

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