Non ha orizzonte l'uomo?
Mauro Marino - 08-11-2002
L'amore che uccide.

E' accaduto, accaduto anche a Lecce, qualcuno decide di chiudere, con una pistola.



Tre, quattro, cinque colpi, risolvono ciò che le parole non sono riuscite a fare.
Incontri, litigi, una vita di travagli che mischiano inquietudini e desiderio.
Oppure la tranquillità, la routine di un rapporto che
improvvisamente si rompe, altera la quotidianità, ciò che era certo, sicura sponda alla vita, impazzisce, degenera, fino all'atto estremo che chiama la morte a sanare passioni e necessità.
Modi differenti, gli stessi esiti, definitivi !
Ma, il segno è più ampio, la ferita relazionale che scontiamo è più profonda, riguarda un incapacità che
diviene congenita al vivere: l'assenza di dialogo, di confronto e di possibilità di incontro, di amori normali, felici di passione e di solidarietà, l'accettazione dell'altro nel suo sottrarsi, volere altra vita. Continuamente la cronaca sorprende, lascia senza parole, sbigottisce e impone interrogativi sulla deriva, sempre più evidente, dei comportamenti e della sensibilità umana, disposta a soluzioni finali pur di non sentirsi tradita, negata, rifiutata.
Un istinto di potere che non si accontenta, vuole totale possesso della sua particolarità.
Sentirsi unico, sopra ogni altro, capace di decidere l'assassinio.
Disporre dell'altro, sempre più spesso con modalità di crudeltà estrema, tentando poi di sottrarsi, di
nascondersi, di mascherarsi, suicidando la responsabilità, con un atto che conferma la viltà, che la vita, con il suo ordinario, impone.
Mondo vuoto il nostro, senza bussola se non l'antagonismo continuamente ribadito come unico
senso: impulso vitale che tiene desto il mondo.
Ogni tensione di solidarietà, di fratellanza, di pensiero, di progetto comune è relegata ai
margini, dove l'emergenza chiama a raccolta, ad operare lo sforzo di recuperare una dignità, una decenza, quando ormai il limite è raggiunto.
Misura colma del disinteresse, dello spregio con cui i poveri del mondo sono guardati.
Vittime della forza, scarto, indegno di pace, di equilibrio.
Scarto, indegno di economia, di legittimità. Scarto che non può gestire risorse per emanciparsi.
Scarto destinato alla sola elemosina, mai al pieno
di una vita vissuta con dignità e speranza.
E' questo il mondo con le sue guerre, con le stragi, con gli assassini consumati in rituali sempre più
assurdi e cruenti, con gli investimenti per strada senza soccorso, con le pietre lanciate dai cavalcavia. Povera del mondo era Desirèe Piovanelli, il bimbo di Napoli travolto da un' auto guidata da un sedicenne e, quanti altri nomi, sono utili a costruire questa lista di vittime?
Ma, poveri del mondo sono anche gli assassini, persi nel baratro delle loro azioni, protagonisti di un nichilismo distruttivo ed autodistruttivo. Sembrano non pensare, o se pensano lo fanno con strategie da fiction televisiva, emulando modelli.
L' ultima strage familiare consumata con metodica da rambo è la prova recente di comportamenti distorti da logiche narcisistiche, rabbiose, che annullano il senso e il valore dell'altro, della vita, con atti che sembrano costruire rituali inscritti nella logica della guerra che irrompe nelle liti familiari, per strada, con strategie follemente premeditate o come epilogo
di atti che disordinano, alterano la fragilità della convivenza civile.
Uno spirito di vendetta che si volge al mondo, al suo intero, che cerca di farsi evento, fatto mediatico in cui riscattare l'oscurità del proprio vivere.
Altri, scelgono di isolare il loro tormento, di macerare la propria anima dentro un apparente normalità, senza cercare nell' incontro la possibilità di una risoluzione, facendo se stessi e gli altri, preda, capri espiatori della propria pena esistenziale.
Non ha orizzonte l'uomo?
Questo viene da chiedersi, e la sua cultura? Possibile che ogni spinta propositiva sia sopita? La tensione a generare, le tensioni ideali, i valori, la bellezza?
Tutto sembra involuto, imploso, degenerato.
Sempre meno entusiasmo appare, volontà, dentro una pretesa di agio, di abbondanza, di mercato, di
centralità dell'economico, del consumo, come unico mediatore relazionale.
La singolarità dell' avere, del possedere, dell' io ho, che schiaccia la vocazione sociale, solidale, collettiva, che guarda all'altro come opportunità, come scambio da tutelare, da crescere.
Necessario a completare l' identità.
Sempre più urgente è agire una manovra, virare il pensiero, esporre le vele ad una rinascenza, che abbia il coraggio della compassione,
di riflettere sulla crisi degli strumenti culturali tradizionali nel confronto con il reale.
Per trovare risposte, ma soprattutto pratiche
adeguate a fondare un orizzonte di quiete e di convivenza ai mondi della globalizzazione, valore di un futuro sempre più presente nel nostro tempo.

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