Stanchezza
Sandra Coronella - 06-11-2002
Alcuni giorni fa avevo pensato di scrivere qualcosa, partendo da un stato d’animo e da un clima che avvertivo intorno. Volevo parlare di stanchezza.
Non tanto la mia o quella dei compagni con cui mi capita di lavorare (c’è anche quella), ma un’altra stanchezza, quella di chi va a scuola ogni giorno per lavorare (come faccio anch’io), ma non si interessa molto di politica né di sindacato. Le persone *normali* che hanno scioperato il 18, o magari anche il 14, o non hanno neppure scioperato, per tanti motivi, senza però essere affatto contenti di come vanno le cose.

Stavo pensando di parlare di questo quando è accaduto quel che è accaduto, la tragedia del terremoto, ed ho smesso di scrivere.
Faccio parte dei tanti che – forse per pigrizia, forse per una sorta di colpevole fatalismo - non hanno mai prestato particolare attenzione ai problemi della sicurezza. Me ne sono anche sentita colpevole, e condivido le denunce e la volontà e la ferma richiesta di interventi che sono state formulate in questi giorni, ma lo sgomento di fronte a tanto dolore è stato il sentimento più vero che ho provato, e personalmente non mi sono sentita di aggiungere nessuna parola.

Ieri però mi ha scritto Sonia, una mia amica maestra, che non vive al sud, ma in un piccolo paese del nord dove spesso sono accadute calamità naturali, e che mi scrive *Anche la mia prima è di nove bambini , nella mia aula c'è una parete di cartongesso, alzata qualche anno fa per ottenere due stanze da una enorme (e l'anno scorso i bambini ci facevano i buchi con le penne); con l'ultimo terremoto nostro, si sono aperte alcune crepe nel solaio che hanno provocato distacco dell'intonaco sul soffitto; insomma, non è che abbiamo tanto da star tranquilli.....*

Ho pensato a Sonia, che tante volte mi dice della sua stanchezza e di quella delle sue colleghe, stanchezza anche di fronte a tanti grandi discorsi, quando a scuola, nel lavoro di ogni giorno (e so che lo fa con amore) perfino i gessi, i pennarelli, la carta per fotocopie, sono un problema, oggetto di interminabili richieste e contrattazioni….e alla fine mancano se qualcuno non provvede di tasca sua.

Ho pensato a Sonia e a tante e tanti altri insegnanti che conosco, che vanno a scuola senza nessuna intenzione di sentirsi eroi, magari senza neanche la voglia di trasformare le proprie giornate in una continua battaglia, ma solo di svolgere tranquillamente il proprio lavoro…maestre normali come quelle che in questi giorni abbiamo conosciuto nelle cronache del terremoto, persone che hanno però ben chiaro nella mente e nel cuore quale sia il loro posto, di fianco ai bambini, ai ragazzi, ogni giorno, nei momenti belli e in quelli più difficili, ed anche (sia detto con tutta la possibile ammirazione e senza voler certo paragonare a questo le difficoltà del quotidiano) nell’affrontare la sofferenza e la tragedia come è accaduto alle maestre di San Giuliano.

Così ho pensato che c’è un filo che continua, mi è tornata in mente quella stanchezza, e ho pensato che dopo, dopo i momenti di commozione, dopo le giustissime e grandi campagne di denuncia e di mobilitazione, c’è qualcosa che deve rimanere, c’è un impegno che non dovremmo dimenticarci, noi che parliamo, che scriviamo, che cerchiamo di costruire qualcosa tramite il sindacato, o la politica, o qualsiasi altro strumento.
Ed è l’impegno di non allontanarci troppo dalle persone che vorremmo rappresentare , di non lasciarci troppo prendere da discorsi fra addetti ai lavori, di non immaginare la realtà come forse la vorremmo.
La realtà è fatta anche di questo, della mancanza di spazi idonei, di scuole rimediate in locali inadatti se non fatiscenti, di interventi di manutenzione che non arrivano, di classi ancora costrette – come ai tempi della mia infanzia – ai doppi turni.
E’ fatta di zone di degrado sociale,dove solo portare i ragazzi a scuola è una vittoria, tenerceli e riuscire anche a costruire qualcosa con loro un piccolo miracolo quotidiano.
E’ fatta di parti del nostro paese dove lo stipendio di un insegnante, o quello di un lavoratore ATA, è spesso l’unico stipendio che entra in una famiglia, e a volte dopo tanti anni di lavoro non è ancora uno stipendio fisso, e così riuscire ad affrontare la vita di ogni giorno è già un atto di coraggio.
E anche dove le cose dal punto di vista delle strutture, economico, sociale, vanno meglio, la realtà a scuola è sempre fatta di difficoltà enormi….di Davide che è arrivato in prima media, ma ancora fatica a leggere, ma non avrà alcuna possibilità di sostegno, della prima di un istituto tecnico dove i ragazzi – ragazzi normali di famiglie normali – sembrano svegliarsi dalla loro apatia solo al momento di compiere piccoli e grandi vandalismi…..

Ora, le persone che si trovano a fare i conti con tutto questo credo che prima di tutto vorrebbero sentirsi compresi, riconosciuti, sostenuti anche nelle necessità più immediate di ogni giorno, avere risposte concrete.

Questo non significa affatto volare basso, né rinunciare agli ideali e alle grandi battaglie. Ma fare i conti con la realtà.
Mi viene ancora in mente Sonia, che è ideologicamente di sinistra, come lo sono io, e su molte cose (anche se non su tutte) la pensiamo allo stesso modo, ma poi mi racconta della sua frustrazione, quando si ritrova nel suo collegio docenti, delle difficoltà che questo (ma certo non solo nella sua scuola) ha ad essere un vero luogo di discussione, e di impegno intorno a obiettivi condivisi. Ma se non è questo, che altro può essere la scuola dell’autonomia?
E penso anche a tanti altri colleghi, lavoratori ATA che vorrebbero lavorare in modo diverso, qualificare il proprio ruolo, ma come è difficile anche qui lavorare insieme, condividere un obiettivo, darsi un senso…..

Certo,ognuno vive il suo lavoro in modo diverso, con maggiore o minore entusiasmo
Ma non c’è progetto che tenga, non si può realizzare una scuola di qualità, non la si può difendere – perché ora anche di difendere si tratta – non si può impegnarsi su una scuola che difenda i diritti dei bambini, dei ragazzi e insieme dei docenti e di tutti coloro che lavorano a scuola se non riusciamo a raggiungere, a parlare a gran parte delle persone che vivono questo concretamente, e a fare i conti anche con la loro stanchezza.

Tutto questo non interessa certo al ministro Moratti, che anche nella sua lettera di ieri al Corriere (a parte anche la filosofia che la sottende, che meriterebbe di essere analizzata) si esprime con altisonanti affermazioni del tutto distanti con la realtà concreta della scuola, ma noi credo che dovremmo pensarci.



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Gabriella Binda    - 10-11-2002
Sotto un certo profilo, sono d'accordo anch'io. Abbiamo desiderato l'autonomia scolastica: di fatto ci hanno scaricato addosso una molteplicità di incombenze e di responsabilità che spesso ci creano ansia e scarsa serenità soprattutto nel compito che dovrebbe essere più importante: l'insegnamento e il rapporto con gli alunni e le famiglie.
Un commento finale: l'autonomia si realizza sì con l'assunzione di responsabilità ma senza tagli di risorse umane e finanziarie.

 ciro amaro    - 10-11-2002
Parole sacrosante. La scuola è sempre più luogo di esercitazioni retoriche che astraggono dalla concretezza dei vissuti, dei disagi, dei limiti soggettivi stessi, delle dimensioni ecologiche dei fatti e delle prospettive. C'è la retorica delle teste pensanti ministeriali, dei comunicati sindacali, ma c'è anche la retorica dal basso, ossia dei lavoratori scolastici stessi che "volano" o troppo alto o troppo basso. Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di cultura che cerchi e provi ad essere concreta, puntuale, pragmatica, basata su di una conoscenza dei fatti e problemi ampia dettagliata, che sfrondi gli approcci ideologici da quelle deformazioni che essi provocano rispetto alla disamina spassionata dei fatti; abbiamo bisogno di modestia intellettuale, di autocriticità, di autoriflessività, di azioni pensieri idee specifici particolari misurati.