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Il paese dei tartarini
Eurispes - 06-11-2002
CONSIDERAZIONI GENERALI

Gian Maria Fara
Presidente Eurispes

dal Rapporto Italia 2002


Tartarino di Tarascona è il personaggio che, pur creato nella seconda metà dell’Ottocento da Alphonse Daudet, sembra meglio rispondere alla fisionomia dell’Italia e degli italiani nel terzo millennio.
Tartarino, lo ricordiamo, abitava a Tarascona e fantasticava imprese ardimentose, divorando libri di avventure in terre lontane e sconosciute e sperimentava le più sofisticate tattiche difensive contro invisibili, improbabili o, meglio, inesistenti nemici quando la sera si avventurava per le strade deserte del paese per andare da casa al circolo.
In realtà, Tartarino non era mai uscito da Tarascona e, quando era stato invitato da alcuni tarasconesi stabilitisi a Shangai ad accettare un posto di cassiere nel loro caffè, aveva a lungo tentennato e alla fine, ovviamente, rifiutato. Ma si era a tal punto documentato su quella lontana terra e ne aveva così tanto parlato con i suoi concittadini che, per loro come per lui, Shangai aveva finito per diventare il teatro di tante sue vere, memorabili avventure.......

Siamo tutti tartarini - La sindrome del nemico, la paura dell’altro da sé, la fobia dell’accerchiamento accompagnano Tartarino nei suoi pur brevi spostamenti da casa al circolo. Allora, l’equazione immigrati-criminali ci aiuta, ci occorre perché allontana da noi la nostra cattiva coscienza e il peso di una responsabilità che pure abbiamo. Sarebbe nostro dovere fare di più ed invece ci accorgiamo di loro solo quando capiamo che ormai numerose aziende e tante attività funzionano solo grazie al loro indispensabile apporto, ma, soprattutto, quando scopriamo che non sono poi così diversi da noi, come pensavamo. Non sono il nemico invisibile da cui difendersi. Abbiamo scoperto, negli ultimi tempi e a nostre spese, quanti “nemici” si annidano dentro le nostre stesse case, dentro le nostre stesse famiglie. Quella attesa del nemico, che faceva vibrare di coraggio Tartarino, si è trasformata in paura e diffidenza, ma resta comunque il fatto che, qui come a Tarascona, il nemico non c’è.
Quella della caccia al berretto, che poi era l’unica battuta di caccia possibile dei tarasconesi, non è solo la metafora dei cacciatori italiani, ma anche, e soprattutto, di un Paese e di una classe dirigente senza obiettivi e senza senso che dissipa risorse ed energie in questioni che non valgono più del cappello lanciato in aria; di grandi annunci seguiti da modesti risultati.
Come per Tartarino i sogni sono belli finché restano nel cassetto, così per noi è difficile dover passare dalle enunciazioni ai fatti. Specialmente se c’è un’opinione pubblica che aspetta e ha fretta. L’opinione pubblica di Tarascona, come tutte le opinioni pubbliche del mondo, era potente. Si era scelto un capo, Tartarino, al quale aveva affidato sogni e speranze e persino l’amministrazione della giustizia oltre che la difesa della sicurezza dei cittadini.
Anche qui da noi i capi sono schiavi dell’opinione pubblica. Ne auscultano ogni minimo battito, ne osservano ogni più lieve movimento, cercando di interpretarne ogni desiderio, sempre pronti a darle ragione od assecondarla senza che a nessuno venga in mente che spesso l’opinione pubblica ha torto, senza che nessuno abbia il coraggio di affermare e di difendere qualcosa in cui creda veramente, anche contro le idee correnti.
E d’altra parte, chi se la sente di contraddirla questa fonte di democrazia e di legittimità? Non i politici, alla ricerca perenne di consenso e di voti; non i giornali e la televisione, perché ci sono copie da vendere e audience da mantenere a tutti i costi; non gli uomini di economia e di azienda, perché hanno tutti qualcosa da vendere a qualcuno; non gli intellettuali, che sono di solito pagati dai primi tre. Insomma, queste sono le regole del gioco: chi vuol fare il capo deve ben saper rinunciare ad esserlo, cioè a comandare. E comunque, se proprio si vuol fare il capo, bisogna essere pronti a lanciare sfide sempre più alte, od immaginare traguardi sempre più lontani. Il problema è che ogni tanto qualcuno vuole fare il punto, misurare i risultati......

Liberarsi di Tartarino - Se si è per “una società e una politica del dubbio” occorre, a maggior ragione, allontanarsi da Tartarino, perché il nostro eroe non ha dubbi – e lo dimostra il suo comportamento – ma ha solo paure.
Paura del giudizio dei suoi concittadini, paura di un nemico che non c’è, paura dell’altro da sé, paura di perdere il suo status.
Ed è proprio sulla paura che noi, in questi anni, abbiamo costruito i nostri fallimenti, il nostro disimpegno, la nostra incapacità di progettare, il nostro egoismo, la nostra insicurezza, la nostra fuga dalla realtà, i nostri sogni e i nostri nemici.
Il tartarinismo è una sindrome dalla quale ci dobbiamo assolutamente liberare. Chi è Tartarino? Tartarino non è un eroe romantico, non ha i caratteri del protagonista positivo o la tempra di un personaggio omerico.
Tartarino rappresenta la parte peggiore di tutti noi, quella che, nella vita di tutti i giorni, ci sottrae colpevolmente alle responsabilità, individuali e collettive, quella che ci fornisce potenti alibi quando veniamo meno ai nostri doveri.
Il modello di Tartarino rimane, dunque, il modo più semplice, per una società, di sfuggire continuamente alle proprie responsabilità, intrecciando il piano della rappresentazione con quello della realtà, la verità con la menzogna, l’essere con l’apparire. Ma alla lunga, una società che interiorizza un simile modello finisce per perdersi e confondere il giusto con l’ingiusto, il bene con il male, il vizio con la virtù.
Tarascona ha bisogno di un eroe, non importa di che segno, se positivo o negativo, e allora sceglie di elevare a mito Tartarino, suo malgrado. Ma una società consapevole e realmente matura non ha bisogno di eroi.
La trasformazione in positivo, il miglioramento di qualsiasi struttura sociale, persino il sogno, devono passare, infatti, attraverso un cambiamento graduale, ma concreto, senza deformare la realtà, senza consegnarsi a falsi ed effimeri miti.
Liberarsi del Tartarino che è in ognuno di noi significa ricomporre le lacerazioni interiori, risolvere finalmente l’eterno conflitto tra la sensibilità e il cinismo, l’egoismo e la generosità, gli interessi e i bisogni o, se vogliamo, tra l’essere e il dover-essere.
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