Restiamo umani
La Redazione - 14-04-2011
Il blog di Vittorio Arrigoni rappresenta il volto migliore dell'Utopia. Quello che sa accostare pensiero e cuore a coraggio e coerenza, brama di Verità (il maiuscolo è suo) e ribellione al sonno della ragione a militanza concreta, lucida, coraggiosa. I diari e le cronache si accompagnano a riflessioni e citazioni di altri che hanno, nella scorrevole varietà spazio-temporale, una caratteristica comune: il non essersi arresi ad apparenze più sicure, più indolori, meno radicalmente umane. Tra le molte scegliamo una citazione di Paolo Borsellino. Ci pare la più adatta ad accompagnare l'ultima notizia pubbblicata. Ultima per ora, vogliamo esserne certi.
"Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva attorno".

La Redazione



4 palestinesi morti nei tunnel della sopravvivenza di Gaza.
13/04/2011


4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame (vedi foto).

Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.

Dall'inizio dell'assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.

E' una guerra invisibile per la sopravvivenza.

I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni.


Restiamo Umani
Vik da Gaza city


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 La Redazione    - 15-04-2011
La nostra certezza non è servita.
Rimane un'amara, difficilissima speranza.

 Cau Napoli    - 15-04-2011
Con Vik nel cuore, con la Palestina nel cuore

Vittorio, quanto ci viene difficile scrivere queste parole! In questa giornata infinita, di notizia in notizia fino all’ultima, la più atroce, le lacrime si prendono tutto lo spazio, e non ci resta dentro molto altro da dire se non banalità a mezza voce… che è un peccato, che non si può morire così, e che non c'è giustizia su questa terra… Non ci è mai capitato di salutare un compagno che avevamo conosciuto così bene, che leggevamo ogni giorno, con cui si scriveva in continuazione, un compagno che ci aveva sempre risposto: “ci sono!” quando lo chiamavamo per sentire una voce da Gaza… Come si fa a salutare un fratello maggiore che non c’è più?
Non lo sappiamo. Forse verrà il tempo dei necrologi: ora vogliamo ancora pensare che non è vero, che una cosa del genere non può succedere, e che non può succedere ad una persona così bella… O forse può, ma in un mondo che non ha più niente d’umano.
È per questo che sappiamo che c'entra Israele. Resta solo da capire quanto c'entri. Ma c’entra, perché prima della Nakba la Palestina era terra di pace, perché prima dell'occupazione, della repressione dell'intifada, del massacro della Sinistra, i palestinesi erano il popolo più laico fra gli arabi. C'entra, perché a far vivere le persone come si vive a Gaza, un milione e mezzo in un campo di concentramento a cielo aperto, è terribilmente logico che escano fuori le bestialità, i deliri, le mostruosità. Si potrà anche scoprire che chi ti ha tolto la vita agiva per conto del Mossad, nulla cambierà rispetto a questo fatto banale, irrefutabile, fondamentale: che questa situazione di merda l’hanno voluta i sionisti, l’hanno decisa in ogni dettaglio, l’hanno costruita giorno per giorno durante sessant’anni, ed ora gli torna bene. Ci aspettiamo già i servizi preconfezionati dei media sugli arabi che azzannano la mano che li aiuta, sugli islamici come barbari fanatici, sulla necessità di bombardare ancora e ancora e ancora e ancora Gaza per evitare che Al-Quaeda prenda il potere…
Per la tua morte così assurda, con questa rabbia che ci devasta dentro, con questo dolore nel cuore, Vittorio, come si fa a “restare umani”? Dovremmo andare ai tuoi video, alle tue foto, ai tuoi scritti, e cercare di capire. Pensare a quante morti hai visto tu, a quanta disperazione, e cercare di superarla, farla diventare progetto di vita, di una vita nuova, in cui ogni cosa sia come dovrebbe essere: vicina, gentile, giusta. Ci viene in mente quella frase di Che Guevara, a cui tu pure assomigliavi – anche tu giovane in fuga dalla tranquillità per darti anima e corpo alla causa di un popolo e di un’umanità intera: “Se io muoio non piangere per me, fai quello che facevo io e continuerò vivendo in te”. Sarebbe bello dirti che riusciremo a farlo. Per il momento siamo ancora sbigottiti, siamo ancora al pianto, e stringiamo i pugni, e non lo sappiamo, non lo possiamo sapere, come si resta umani, come facevi a restare umano tu vedendo le teste dei bambini aperte dalle granate israeliane. Forse avevi un cuore grande, che teneva dentro tutto il dolore del mondo.
Ma ti promettiamo, per quel che vale, che ci proveremo in ogni modo, a restare umani. Ti promettiamo che difenderemo la tua memoria, che difenderemo ogni cosa tu abbia fatto da quelle merde di sionisti che in queste ore hanno il coraggio di fare gli sciacalli persino sulla bacheca di facebook dove tanti come noi ti stanno lasciando un saluto. E, soprattutto, ti promettiamo che continueremo la battaglia che era tua e dei nostri fratelli palestinesi. Finché quella terra non avrà pace, pane e libertà. Finché nel mondo non ci siano più oppressi, né oppressori. E forse così tu vivrai di nuovo.
Ciao Vik,
che almeno la terra ti sia lieve, perché i tuoi passi sto mondo proprio non li meritava…

Le compagne e i compagni di Napoli
su caunapoli.org


 Andrea Tornago    - 15-04-2011
Restiamo umani?

«Siamo sicuri che torneranno presto a casa perché non ci si può arrendere a un mondo senza ragioni». Non ricordo chi scrisse questa frase, nel settembre del 2004, all’indomani del rapimento di Simona Torretta e Simona Pari. Mi aveva colpito la forza della sua determinazione, anche se non era che una speranza, e anche allora nutrivo qualche dubbio sul fatto che il mondo fosse sensibile alla ragione. Ora per me è una certezza.
Non ci sono ragioni che rimangano in piedi in un mondo in cui l’uomo che sfidò le bombe di «Piombo Fuso», unico giornalista al mondo (forse perché non lo era di professione) rimasto nella striscia di Gaza a raccontare la strage del popolo palestinese, viene rapito e ucciso in un modo così insensato e assurdo. Non ci sono ragioni politiche, sociali, culturali, giuridiche, non c’è alcuna ragione umana.
Viene da pensare che non rimanga spazio che per un atto di fede, duro colpo per chi non ne ha perché ha scelto di credere negli uomini.
...
Era questa guerra a spingerlo a restare, era questo «inferno» – come lo chiamava lui – che bisognava mostrare al resto del mondo, l’embargo della striscia di Gaza, la mancanza di medicinali, cibo e acqua, i tunnel scavati dai palestinesi sotto la propria terra per tentare di raggiungere l’Egitto, come moderni Mäuse sotto la supervisione dei figli delle vittime della Shoah.
Vittorio Arrigoni non si limitava a guardare e a scrivere: agiva, aiutava a curare i feriti sulle ambulanze, sfidava l’arbitrario blocco navale di Israele davanti alla striscia, era stato arrestato, picchiato, rilasciato, minacciato di morte, aveva visto cadere le bombe pochi metri più in là.
...

E in noi risuona in queste ore come un lancinante interrogativo: restiamo umani?

leggi qui l'intero articolo

 Cau channel    - 16-04-2011
Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi,
altri che lottano un anno e sono più bravi,
ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi,
però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli imprescindibili.

 da Peace Reporter    - 16-04-2011
'Qui sono e faccio quello che ho sempre sognato'

Vittorio aveva scelto di vivere come un palestinese, non abbandonando Gaza nemmeno durante "Piombo fuso" e forse, chissà, per tutta la vita
Se chiudo gli occhi vedo Vittorio ballare la dakka, la danza tradizionale palestinese, ad un matrimonio di un amico comune. E poi sul palco, di fronte a centinaia di persone, impugnare il microfono e intonare a gran voce, tra i tentativi di imitazione del pubblico, "Bella ciao".

Era l'estate del 2009 ed eravamo a Deir Al Balah. Quello che fino a ieri per me era solo il quartiere delle palme, un piccolo campo profughi nascosto tra le vie, dentro il quale era nato e cresciuto il nostro amico Hamza.
"Era il posto migliore per rapirlo - mi aveva detto ieri sera, quando finalmente ero riuscita a prendere la linea di Gaza.- E' una delle zone dove ci sono meno controlli di polizia. Andrà tutto bene, non oseranno sfidare Hamas".
Oggi non ho voluto leggere i giornali, ma l'immagine di Vittorio bendato, mi ha inseguito per tutta la città.

Perché? Mi chiedono tutti. Perché ultimamente si ero speso per la riconciliazione di Fatah e Hamas? Perchè era un giornalista scomodo (guai a chiamarlo così, io sono un "attivista per i diritti umani", diceva con quella sua erre moscia), delatore di crimini israeliani ma anche palestinesi? Perché chiedeva a chi entrava nella Striscia un paio di bottiglie d'alcool proibite?
Non lo so e forse, come succede da quelle parti, non lo sapremo mai.

"Qui sono e faccio quello che ho sempre sognato", mi aveva confidato una sera d'estate. Utopia, il suo nickname, che diventa realtà. Battersi per i diritti del popolo palestinese rischiando ogni giorno, proprio come loro, la vita. Nei campi con i contadini, in mare con i pescatori, nelle ambulanze sotto le bombe. Perché Vittorio aveva scelto di vivere come un palestinese, non abbandonando Gaza nemmeno durante "Piombo fuso" e forse, chissà, per tutta la vita.
"Mish muskeli", nessun problema, borbottava sempre nel suo arabo-padano.
E invece è un grosso problema, Vik. Per te, per noi, per quella pace alla quale oggi fatico a credere ancora.

Anna Selini

 iwantabetterworldnow    - 16-04-2011
Tribute to Vittorio Arrigoni, killed in Gaza

 Giovanni Tilocca    - 17-04-2011
Mi piacerebbe che una qualche carica istituzionale fosse presente ai funerali di Vittorio Arrigoni. Fosse anche a solo titolo personale.
Mi piacerebbe inoltre che la sua intervista ed il suo libro fossero a disposizione degli studenti, almeno di quelli del triennio delle superiori. Magari nell'ambito di una lezione di diritto, di storia o di geografia.

 Francesco Masala    - 19-04-2011
Alcune o molte, non so, delle biblioteche dei luoghi dove viviamo non sono intitolate a nessuno. Un paio d'anni fa qualcuna era stata intitolata a Peppino Impastato. Perché non pensare a intitolarne qualcuna a Vittorio Arrigoni? Certo, non ha fatto nessuna guerra, l'ha subita, non ha ammazzato nessuno, anzi hanno ammazzato lui, il suo urlo di battaglia era "Restiamo umani", non gli si può intitolare una piazza d'armi, ma una biblioteca, luogo di pace e di confronto, di discussione e di tolleranza, di dialogo e di scambio, io dico che si può. Proviamo a chiedere che si faccia nelle biblioteche che frequentiamo, nei paesi dove viviamo?

 Emanuela Cerutti    - 19-04-2011
Una bellissima proposta, grazie per l'idea!