Dispersione e mobilità sociale
Francesco Di Lorenzo - 23-02-2011
Dallo Speciale Notizie dal fronte



Il dibattito su 'Facebook' impazza anche nella scuola. Ci sono i favorevoli e i tiepidi. Chi più chi meno ormai, però, quasi tutti usano il famoso social network. I ragazzi, dopo il film che è stato fatto, sanno tutta la storia: conoscono come è nato e in che modo si è sviluppato.
Naturalmente ognuno lo usa seguendo le proprie idee e secondo il suo punto di vista. C'è il preside che senza problemi è in contatto con i suoi studenti, il docente che ha creato insieme agli alunni un gruppo classe, c'è chi tra i prof concede senza problemi l'amicizia a tutti e chi invece pensa che farlo sia poco prudente. Chi è più disponibile e lo usa come un normale strumento didattico e chi pensa che dimostrarsi troppo amico significhi perdita di autorevolezza.
Insomma, la varietà di opinioni sul relativo uso è commisurata alla varietà di opinioni esistenti nella società, e quindi anche nella scuola. Una cosa però si può dire. Questo nuovo mezzo per comunicare incontra più di altri il favore generale, ed è visto con occhi meno negativi. È il segno dei tempi? C'è meno prevenzione verso il nuovo? Magari.

Arriva la notizia che a dispetto dei dati del governo, precisamente quelli del ministro del lavoro Sacconi che per la dispersione scolastica in Italia aveva parlato di 46mila abbandoni all'anno, la realtà è ben diversa. Facendo bene i calcoli, esce fuori che ogni anno la scuola perde 120mila ragazzi. Una vera ecatombe, a pensarci.
Un fenomeno di cui si parla sempre meno. E di cui non si vedono in atto misure per contrastarlo. Un dispendio enorme di intelligenze, di risorse e di umanità che tocca sempre e solo chi ha già meno - sia in termini economici che culturali - in questa società. Un tassello che consolida la mancanza di mobilità sociale tante volte rilevata, e che la scuola, la nostra scuola, perpetua e stabilizza.

Ad Agrigento, in una seconda elementare, i bambini hanno imparato l'alfabeto braille per comunicare con una loro compagna cieca fin dalla nascita. L'integrazione, per le maestre che hanno sostenuto l'idea e il percorso, non è qualcosa di irrealizzabile. E così, per ogni capo di governo che decreta - come è successo - la fine del 'multiculturalismo', cento, mille classi come quelle di Agrigento, per smuovere le coscienze e dare speranze nella scuola e fuori.

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