Una scuola che fabbrica miseria
Giuseppe Aragno - 25-01-2011
Venerdì' prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell'università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico. Non sarà la Procura di Milano a chiudere la partita col neoliberismo all'italiana e, assente in Parlamento un'opposizione pronta a una battaglia di democrazia, la piazza fa supplenza.
Semaforo rosso per ogni soluzione autoritaria d'una crisi economica e sociale, che chiude nell'unico modo possibile la seducente "età dell'oro" promessa dal capitale dopo la caduta del muro di Berlino.
C'è un filo diretto tra il massacro di Marchionne alla Fiat e la decimazione del Ministro Gelmini. Si vede chiaro e bisogna far fronte, reagire e scompaginarlo: è un pericoloso progetto politico. Non si tratta solo di pugnalate alla ricerca, di università privatizzata, di 140.000 posti tagliati tra docenti e Ata, di un bando di espulsione di massa dei precari, dell'aumento delle cattedre che superano le 18 ore e degli alunni per classi che sono ormai 35. E neanche è questione del mortale squilibrio tra aumenti peggiorativi e peso insostenibile delle riduzioni: ore di lezione, insegnamenti, materie, sforbiciate al sostegno e impoverimento di ogni risorsa. Non è solo questo, che pure grida vendetta. E' che la scelta è chiara: da un lato c'è il lavoro colpito e l'esercito dei disoccupati, buoni per diventar crumiri, dall'altro ci sono i diritti negati e la creazione del "bestiame votante" che legittimi un involucro democratico vuoto di contenuti. Chiuso il cerchio, gli estremi si toccano e la proletarizzazione crea le nuovo classi "subalterne" rassegnate a un futuro di servitù.
Del ministro Gelmini si son perse le tracce. Vive di comunicati-stampa e sfugge il contradditorio. Oggi smentisce "le indiscrezioni apparse [...] su un quotidiano, secondo cui esisterebbero diversi punti di vista" col collega Tremonti, ieri, contornata dai baroni che le danno il là, dava per "finita l'era dei baroni", ieri l'altro faceva scudo col corpo al "suo" Berlusconi, nella furiosa guerra che s'è inventato coi magistrati, e sosteneva con l'arroganza del potere sinora impunito: "tutto questo fango si tradurrà in ulteriore consenso". A quale fango si riferisca, dopo la minorenne fatta uscire dalla Questura di Milano, nessuno saprebbe dire, nemmeno lei, ma non ci sono dubbi: la scuola, è l'ultima preoccupazione del ministro, che coi docenti non parla, dopo che in quattro provincie le hanno rifiutato il suo delirante "progetto di valutazione" e va avanti come uno schiacciasassi: imporrà con la forza una indecente "meritocrazia".
Ovunque la scandalosa, oscena suddivisione della ricchezza, causata da quel neoliberismo di cui il governo si riempie la bocca, produce disastri. Fingere di non vederlo sarebbe un suicidio. Qui da noi - è un pericoloso paradosso - tutto si tiene e sta assieme grazie al ricatto separatista di Bossi e Maroni. Ma non occorre un'aquila per vederlo: ciò che unisce i leghisti divide il Paese e tutto potrebbe crollare da un momento all'altro. Non c'è più tempo. Frattini ha giocato per giorni con le parole e i rivoltosi tunisini, in lotta per la libertà, sono diventati "terroristi", come suggeriva Ben Alì, che da noi è stato alleato privilegiato della criminale politica di espatri voluta da Maroni e in Tunisia il dittatore che fugge di fronte all'ira d'un popolo vessato. A Tunisi, come da noi, lo scontro tra studenti e governo è stato violentissimo e, come da noi, gli uomini della dittatura - anche quelli che oggi frenano lo sviluppo democratico della rivolta - ce l'hanno con la scuola. "E' gente irresponsabile. Invito i sindacalisti corretti a ritornare alla ragione", tuonava ieri il ministro Ibrahim, di fronte ai licei e agli istituti universitari che non si fidano e continuano a lottare. Accadeva anche qui, quando Berlusconi e Gelmini sostenevano in coro che la "scuola vera" studia, non protesta. Una menzogna tipica delle dittature. "L'anima, diceva giustamente Plutarco, non è un vaso da riempire, ma un fuoco da suscitare". Noi non saremmo scuola oggi, se l'animo nostro non fosse acceso dalla continua violenza che ci colpisce.
Venerdì' prossimo, 28 gennaio, sciopero generale della scuola e dell'università con la Fiom. E sarà bene dirlo: è sciopero politico.

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 Bianca Fasano    - 01-02-2011
Lettera aperta al Nostro Presidente della Repubblica Italiana.

Caro Presidente,
a Lei, che è il garante della nostra Costituzione propongo una questione non personale (non soltanto), che ritengo assolutamente anticostituzionale: a causa del blocco degli scatti di anzianità, fino al 2013, stabilito dalla Finanziaria 2011-2013, entrata in vigore lo scorso 31 maggio, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto legge sono previsti meno mille euro lordi l'anno per un collaboratore scolastico o un assistente amministrativo, da 2.500 a 3mila euro in meno per gli insegnanti. È questo il "versamento" - medio - che pagheranno i lavoratori della scuola. Si tratta praticamente, una "doppia manovra", che si connette al già dichiarato stop ai rinnovi dei contratti, 2010-2012, che per professori e amministrativi significa, secondo le prime stime Uil Scuola e Flc Cgil - altri 1.500 euro in meno a fine triennio. Sopporteremo, invece, dal 1° gennaio 2011, un taglio del 5% (circa 400 euro l'anno) della retribuzione di parte variabile, e, più di ogni altra cosa, come insegnanti e Ata, il blocco del rinnovo del contratto triennale. Una misura che "pesa molto", come ha spiegato al Sole24Ore.com il presidente nazionale dell'Anp, Giorgio Rembado, perché significa «rinviare di altri 3 anni la partita della perequazione esterna con la dirigenza statale dell'Area 1, con un gap in busta paga che arriva fino a 2mila euro lordi al mese».
A pesare di più (come prevedibile), è il blocco degli scatti d'anzianità (dal 2011 o dal 2012 che sia), il quale, secondo stime sindacali, toccherebbe circa 254mila unità, che dovrebbero invece scattare di fascia nei prossimi 2/3 anni, con un risparmio per l'Erario di circa 340 milioni l'anno. Una situazione che si prospetta, al momento, «senza possibilità di recupero». La norma infatti prevede un "allungamento", per legge, di 2/3 anni della "carriera" del personale, con la conclusione, che un dipendente scolastico (docente o Ata) con un'anzianità di servizio di 5 anni per passare al "gradone" successivo anziché aspettare 2/3 anni, ne dovrà aspettare cinque o sei.
Ciò, ha spiegato al Sole 24 Ore.com il segretario nazionale della Uil Scuola, Massimo Di Menna, vuole dire che per un docente di scuola materna ed elementare, con 15-20 anni di anzianità di servizio, con una retribuzione mensile lorda di 2.146 euro, si profila una perdita, sempre lorda, annua di ben 2.528 euro (-9,9 per cento). Una percentuale, ha aggiunto, che il Governo ha pensato per magistrati, manager pubblici, alti dirigenti statali.
Senza considerare poi che il congelamento delle buste paga, compreso il salario accessorio, avrà "effetti" (per tutti) anche sul versante previdenziale, con "sforbiciate" alle pensioni, che possono arrivare, per le retribuzioni più alte, anche a un -20 per cento.
Ma se è vero com’è vero che SIAMO TUTTI UGUALI DI FRONTE ALLA COSTITUZIONE CIVILE DEGLI ITALIANI, come si spiega che soltanto alcuni di noi insegnanti, in questo preciso momento politico ed economico, in alcune precise (e sfortunate) fasce degli scatti di anzianità, debbano SUBIRE?Le chiediamo che venga rivisitata e modificata la legge che ci riguarda.
La ringrazio per l’attenzione.

Bianca Fasano, Insegnante, giornalista e scrittrice. (Cicero Pro Domo Sua)