Sull'articolo 11 della Costituzione
Antonio Gentile - 21-10-2002
Dai diversi tentativi di elusione del dettato costituzionale mi sembra si sia ora passati a dichiarazioni esplicite di revisione dei principi base
dell'articolo 11.
Nel discorso di Ciampi, ascoltato in alcuni passaggi nei telegiornali di ieri, mi sembra si dica qualcosa...ma , ecco, in assenza di resoconti
precisi e giusti inquadramenti da parte degli organi di informazione poi non riusciamo a renderci conto di cosa accade su questioni di vitale importanza.
Mi soffermo perciò su questo problema dell'informazione e propongo uno spunto di ricerca.


Una prima dichiarazione di "revisione" del dettato era presente nel discorso di Berlusconi
alla Camera in cui, leggendo bene tra le righe, gia' si pone esplicitamente
il problema del "superamento" dellart. 11 e si pone inoltre il senso
dell'azione militare per "estendere libertà e sviluppo al territorio
iracheno " :



Nuova era, nuovi scenari, nuovi strumenti

"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa - ha detto Berlusconi
ricordando la Costituzione - Ciò corrisponde al sentimento degli italiani.
Ma nel mondo contemporaneo esiste il problema della cosiddetta guerra
asimmetrica. La deterrenza tradizionale ha dato frutti importanti nel vecchi
o mondo della guerra fredda. Le cose sono oggi in parte cambiate, la vera
novità dell'11 settembre è che una rete terroristica può colpire al cuore un
Paese e un sistema di cultura e libertà. Alle preoccupazioni
dell'amministrazione Bush non si può rispondere con un'alzata di spalle".
(...)
"Il sistema di decisione multilaterale ha mostrato crepe insopportabili agli
occhi di un Paese come gli USA: esiste un pericolo di fronte a Stati il cui
solo scopo è l'espansionismo regionale con armi di sterminio - ha detto
Berlusconi - Nel mondo moderno l'espansione della democrazia non si realizza
con le armi, ma con lo stimolo a crescita e sviluppo. Ma l'obiettivo di
estendere libertà e sviluppo al terriotrio iracheno non va visto come
progetto neocoloniale".



Un secondo intervento nella stessa direzione di revisione dell'art.11, e'
stato segnalato dal seguente articolo
di Pietro Ingrao sul Manifesto del 16
ottobre 2002



D'Alema e Ciampi
PIETRO INGRAO

Già il manifesto ieri - sia pure con la zampata mordace della «jena» -
l'aveva sottolineato: Massimo D'Alema, parlando lunedì nella riunione della
direzione diessina, ha messo apertamente in discussione la validità
dell'articolo 11 della Costituzione: quello che consente all'Italia solo la
guerra di difesa. Per parte mia apprezzo la schiettezza con cui il leader
diessino - finalmente! - ha affrontato questo tema duro e gravido di
responsabilità.

Non è chiaro dai resoconti giornalistici quali siano tutti gli argomenti
con cui il leader diessino motivi e sorregga la cancellazione di
quell'articolo 11 della Costituzione: perché - a leggere bene - tale è lo
sbocco, l'esito concreto a cui sembrano approdare le parole dalemiane. E
velare questo sbocco per me sarebbe davvero una sgradevole ipocrisia: come
dire che il presidente dei Ds parla a casaccio anche sulle «cose sacre».

Io invece apprezzo questa dalemiana chiarezza, sia pure abbastanza tardiva.
Spero però che chi ha avuto finalmente il coraggio di affermare
pubblicamente - e con nome e cognome - la fine o lo scavalcamento
dell'articolo 11 della Costituzione si spieghi meglio, e ne motivi le
ragioni con la nettezza semplice che è doverosa nell'affrontare un tema
così delicato: poiché quella norma costituzionale di certo non fu presa né
a caso né a cuore leggero.

Quell'articolo della Costituzione, che sembra oggi guardare alle nuvole,
nasceva da un vissuto terribile: sgorgava dall'orrore e dai massacri che
avevano recato con sé due guerre mondiali, in forme mai nemmeno
lontanamente conosciute dalla storia degli esseri umani.

Non mi convince - lo dico con franchezza - la tesi che (stando ai resoconti
dei giornali) sembra sorreggere l'argomentazione dalemiana: perché lo
scavalcamento dei singoli stati, che egli considera la fonte della svolta,
c'era anche in quel fatale 1914, e poi tornò - ancora più vasto - nello
scontro quinquennale col nazifascismo. E i padri costituenti lo sapevano
bene per amara e dolente esperienza diretta. Hitler voleva mettere le mani
sul mondo, e gli antifascisti non difendevano solo la patria, ma lottavano
sulle sorti del mondo.

E tuttavia i nostri antifascisti vollero quella specifica Costituzione
italiana; e in quella Costituzione vollero quel preciso vincolo italiano
che riconosceva solo la guerra di difesa. Stiamo attenti: se gli eventi del
terzo millennio cancellano l'articolo 11 allora - io temo - è tutta quella
Costituzione che va in frantumi e bisogna dire e sapere quali sono le leggi
che regolano questo paese e su quali carte e poteri poggiano.

Perciò l'affondamento clandestino dell'articolo 11 non è possibile. Il
discorso stesso di D'Alema ne è la prova. Quando quella che io chiamo la
«normalizzazione» della guerra (addirittura della «guerra preventiva»)
giunge agli esiti di oggi il discorso sull'articolo 11 fatalmente si
accende perché è in discussione chi comanda chi in Italia: intendo chi
comanda sull'uccidere di massa.

Vedo bene che c'è una stranezza in questo dibattito sulla guerra e
sull'articolo 11. Finora tacciono i «cònsoli», i grandi custodi addetti
alla tutela della legge. Non so, non riesco a sapere (o - se volete -
immaginare) che cosa pensano della sorte dell'articolo 11 il capo dello
stato, e i presidenti del senato e della camera. Dico di più: non capisco
come sia possibile questo silenzio. Voglio dire: questo silenzio
sull'articolo 11 oggi quando il mondo discute sulla guerra e anche sul
terrorismo e la più grande potenza del pianeta esalta pubblicamente, e con
ardore, la guerra di prevenzione. E io mi chiedo dentro di me: che cosa è,
a che serve la Costituzione italiana. Chi vincola? "



Alle giuste e precise osservazioni di Salvatore, aggiungerei la
preoccupazione per l'assenza pressoche' totale di un lavoro di ricerca ed
analisi su questi temi da parte della stampa e dei giornalisti che in tal
modo vengono meno al compito di seria informazione.
Su questo riporto un vecchio articolo che affronta entrambi i problemi ,
delle basi costituzionali e dell'informazione :



"Change your constitution!"

L'ambasciatore degli USA presso l'Unione Europea ordina a tutti i
paesi europei - Italia compresa - di cambiare le loro costituzioni in modo
da permettere agli Stati Uniti di prelevare cittadini nostri o ospiti nel
nostro paese, anche per semplici reati di opinione, per portarli davanti a
tribunali militari che li metteranno a morte in processi segreti e senza
bisogno di prove. È esagerato parlare della fine sia dell'indipendenza
nazionale, sia dello Stato di diritto?

Miguel Martinez

26 novembre 2001

La stampa italiana è spesso accusata di prestare attenzione solo ai
fatti che riguardano direttamente il nostro paese.

Falso. Il 23 novembre, ad esempio, i nostri telegiornali ci hanno dato
una notizia clamorosa: su una brulla collina vicino a Kabul, in quel paese
infinitamente lontano che è l'Afghanistan, un bambino aveva fatto volare un
aquilone.

Tanto era importante questa notizia che, per farle posto, ne è stata
omessa un'altra: pare che dovremo cambiare costituzione, abolendo lo Stato
di diritto e la sovranità nazionale e reintroducendo per giunta, e in
maniera nemmeno troppo indiretta, la pena di morte.

Certo, per gli italiani sarà più importante conoscere lo stato attuale
di una splendida e antica arte dell'Asia Centrale, ma almeno un piccolo
riferimento al destino che ci attende lo potevano fare i telegiornali.

E invece no. La notizia bisogna andarla a scovare in un articolo di
Lucio Manisco sul Manifesto (1).

Prima che qualcuno dica, "ah, i soliti comunisti", ricordo ai lettori
la regola d'oro: quando si tratta di notizie, la domanda fondamentale non è
se sono comuniste o fasciste, ma se sono vere o false.

Come abbiamo visto, gli Stati Uniti hanno emanato una "direttiva" che
permette loro di prelevare cittadini di altri paesi, anche solo accusati di
sostegno ideologico ("associativo" e non attivo) al "terrorismo", di
processarli in segreto davanti a un tribunale militare senza difesa, senza
prove e senza diritto di appello e condannarli a morte.

Se non lo sapevate, chiedete ai telegiornali italiani perché non ne
hanno parlato: sulla stampa USA è in corso un dibattito acceso su questa
direttiva, che affossa l'intera cultura americana della libertà.

Quando si tratta di un paese del Terzo Mondo, gli Stati Uniti o
"preleveranno" direttamente i giustiziandi, oppure se li faranno consegnare
previo bombardamento. Nel caso dell'Europa, intendono invece farseli
consegnare direttamente dai governi.

Però c'è un problema: nei paesi dell'Unione Europea non esiste la pena
di morte, per cui diventa impossibile l'estradizione. Inoltre, i paesi
europei non ammettono l'esistenza di reati politici o di idee. Non parliamo
poi del fatto che gli eventuali estradati subiranno processi che non hanno
nulla a che fare con la nozione europea di diritto.

La costituzione italiana, ad esempio, vieta la pena di morte
all'articolo 27, mentre gli articoli 10 e 26 vietano l'estradizione di
cittadini stranieri e italiani per reati politici.

Come risolvere la faccenda? Lo spiega il banchiere Rockwell Schnabel,
già presidente della Trident Capital, appena nominato ambasciatore degli
Stati Uniti presso l'Unione Europea.

Ecco le istruzioni che Schnabel - in un'intervista concessa al
settimanale European Voice (2) - dà all'Europa:

"Diversi paesi hanno leggi diverse, alcuni di questi paesi dovranno
cambiare le cose, comprese le loro costituzioni. Ma c'è già un accordo di
massima sulla necessità di procedere in questa direzione".

Cambiare la costituzione?

Cambiare la costituzione in modo da permettere a uno Stato straniero
di portar via cittadini nostri o ospiti nel nostro paese, anche in base
semplicemente alle loro idee, consegnarli a tribunali militari che li
metteranno a morte in processi segreti e senza bisogno di prove?

Non è in ballo solo la modifica di alcuni articoli, comunque preziosi,
della nostra costituzione. Stiamo parlano dell'abolizione della sovranità
nazionale e dello Stato di diritto. Che poi la cosa possa riguardare - al
momento - solo "pochi arabi" o "sovversivi" non ha importanza. Alcuni amici
hanno suggerito che il parallelo più prossimo a quanto starebbe per accadere
sia trovi nelle leggi razziali che colpirono poche migliaia di ebrei in
Italia, ma violarono il concetto fondamentale dell'uguaglianza di tutti i
cittadini di fronte alla legge. Altri però notano una differenza non da
poco: le leggi razziali almeno non fecero morti. Per cui suggeriscono un
parallelo con le deportazioni degli ebrei verso uno "Stato straniero amico"
nel 1943. Purtroppo non so se tali deportazioni siano avvenute nel contesto
di qualche norma giuridica - e in tal caso il parallelo sarebbe molto
indovinato - oppure per semplice arbitrio delle forze occupanti.

Schnabel ha ordinato di modificare le stesse costituzioni: non si
tratterà quindi semplicemente di un'operazione sporca dei servizi segreti,
né di una losca escamotage giuridica, ma di nuove regole che si potranno
applicare in qualunque situazione futura.

Per questo motivo, non è un'esagerazione prevedere che la modifica
costituzionale - qualunque forma assumi - dovrà significare l'abolizione
della Repubblica Italiana, intesa sia come repubblica, sia come Italia.

Forse mi sbaglio, ma ho l'impressione che questa notizia sia
importante per i telespettatori italiani almeno quanto gli aquiloni sopra
Kabul.

Chissà se la vorrà commentare il presidente che ci ha invitati a
mettere un "tricolore in ogni casa".

La faccenda supera - o dovrebbe superare - le divisioni tra destra e
sinistra: un fatto di questa portata dovrebbe suscitare lo sdegno di un
partito che si chiama Forza Italia o di un altro che si chiama Alleanza
Nazionale. Dovrebbe poi far insorgere i Democratici di Sinistra, gli eredi
di una sinistra che ha da sempre esaltato la Costituzione "democratica e
nata dalla Resistenza".

Potrebbe quantomeno incuriosire i giuristi o le molte associazioni che
si occupano di diritti umani a vario titolo, o i movimenti che in passato
hanno sostenuto meritorie campagne contro la pena di morte.

Oppure è possibile che abbia ragione Schnabel quando dice che " c'è
già un accordo di massima sulla necessità di procedere in questa direzione"?

Note

(1) Lucio Manisco: "Condanna a morte per delega: gli USA chiedono
all'Europa di reintrodurre la pena capitale per i sospetti di terrorismo",
Il Manifesto 23.11.01.

(2) La fonte dell'intervista di Schnabel, erroneamente identificata da
Il Manifesto come European News, è European Voice del 15-21 novembre 2001
(European Voice, rue Montoyerstraat 17-19, 1000 Bruxelles; telefono
0032-2-5409090)."


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