Lifelong learning
Emanuela Cerutti - 01-10-2010
Per chi si sta occupando di educazione degli adulti la situazione non è rosea: in discussione in questi giorni in Commissione Cultura è proprio lo Schema di regolamento, presentato ormai più di un anno fa, che vorrebbe razionalizzare anche questo delicato settore. Razionalizzare però assomiglia più a ridurre che ad ottimizzare l'offerta formativa di un paese che dice, peraltro, di volere crescita e sviluppo.
Certo, occorre sempre mettersi d'accordo sul significato delle parole, ma intanto qualche fatto può essere illuminante.

Siamo all'interno di un Centro Territoriale permanente, dove adulti di diversa provenienza e con diverse esigenze vengono ad iscriversi, come sempre all'inizio dell'anno scolastico. Con alcuni rapidi flash provo a dare l'idea di questa varietà:

  • Mariam è giovanissima, ma ha già un bambino. Nella sua terra, il Marocco, ha studiato un po' di francese e un po' di arabo. Le interessa imparare l'italiano per leggere e scrivere nella lingua del nuovo paese in cui si è trasferita, perché il piccolo andrà a scuola il prossimo anno e lei vuole poterlo aiutare nei compiti, vuole capire le comunicazioni degli insegnanti, vuole conoscere altre mamme e diventare loro amica. Può ritagliare qualche ora la sera, dopo che il marito è rientrato dal lavoro e frequentare un corso di L2.
  • Nolan è un pilota d'aerei. E' scandinavo. E' stato distaccato in Italia presso un aereoporto internazionale. Rimarrà in Italia per un periodo che può andare dai 6 mesi all'anno. E' ingegnere aeronautico, conosce bene l'inglese, ma è a zero di italiano, lingua mai studiata. Ha trovato un appartamento in città e conosciuto alcuni vicini simpatici. Vuole essere in grado di comunicare rapidamente nella nuova lingua per stringere rapporti di compagnia e di amicizia, ma anche per partecipare a quello che accade attorno a lui e sentirsi un pò più autonomo.
  • Rino è un agricoltore. Ha fatto la terza media, poi ha iniziato a lavorare nell'azienda del padre. Si esprime correttamente nel dialetto locale, ma qualche volta, soprattutto con clienti di altra regione, si accorge di avere qualche difficoltà nell'uso di un italiano fluido e corretto. Ha sentito parlare della scuola di italiano per adulti e vorrebbe partecipare a un corso di conversazione, per non trovarsi imbarazzato in situazioni delicate. Vorrebbe anche imparare a usare il computer, per motivi personali e legati al lavoro.
  • Ahmed era insegnante di francese in Tunisia, dove si è laureato; ha perso il lavoro ed è emigrato in Italia alla ricerca di un'alternativa. Vorrebbe fare il traduttore di libri. Sa usare autonomamente l'italiano del linguaggio corrente, sia orale, sia scritto, ma vorrebbe frequentare un corso di italiano scritto di livello alto e magari arrivare a una certificazione ufficiale.
  • Salah viene dal Senegal. Conosce solo il wolof orale. Mai presa in mano una penna, mai parlato in altra lingua, nemmeno il francese. Ha raggiunto il marito, che le fa da interprete, in Italia. Non sa quanto potrà fermarsi, perché in Senegal ha genitori molto anziani. Se il loro stato di salute dovesse peggiorare dovrà tornare ad accudirli. Nel frattempo ha bisogno di un corso base per imparare a parlare, ma anche a leggere e scrivere. Le piacerebbe farlo in italiano o in francese, la lingua ufficiale del suo paese.
Finita la raccolta dati, noi insegnanti ci guardiamo in faccia. Che facciamo? Come glielo proponiamo il percorso di acquisizione del titolo di studio che vorrebbe fare piazza pulita della libertà di scegliere? Come glielo spieghiamo che la scuola italiana rischia di chiudere la porta proprio a chi, adulto, chiede di essere soggetto e partecipe in prima persona della propria formazione? O a chi esprime un bisogno essenziale di cultura pur dentro le contraddizioni e i vincoli di una vita complessa?
Facciamo così. Facciamo che, per ora, ne stanno ancora parlando. Facciamo che organizziamo le proposte sulla base delle esigenze e delle aspettative emergenti. Facciamo che i numeri ci danno ragione. Non stanchiamoci di scriverlo, su tutte le richieste-dati che arrivano. E ridiamo al pensiero che la scuola-azienda non li sappia o non li voglia nemmeno leggere. Altrimenti non potrebbe fare a meno di investirci sopra.
Ah, già: ma dalla scuola non ci si guadagna nulla. Forse. Escludendo la capacità di capire, desiderare e cambiare. La capacità di diventare persone che dialogano, pongono domande e chiedono risposte. Non è un guadagno, per qualcuno? Forse. A noi insegnanti invece basta. E i corsi iniziano nell'autunno che avanza.

interventi dello stesso autore  discussione chiusa  condividi pdf