breve di cronaca
La merce sociale
Guerre & Pace - 18-10-2002
CHI PAGA L’EUROPA




L’Europa sta per per varare un processo di privatizzazioni dei servizi sociali e dei servizi pubblici senza precedenti. Grazie all’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (costola del Wto) e alla rinuncia dei governi europei ad affrontare la questione dei diritti economici e sociali della cittadinanza europea

Quarantacinque milioni di statunitensi non hanno copertura per le malattie, la privatizzazione delle prigioni è una catastrofe: non vogliamo che la nostra società scivoli, come quella statunitense, verso un modello dominato dalle sole logiche del profitto." (Peter Julian, attivista del Conseil des Canadiens)

Il processo di mercificazione della società europea è arrivato a un punto di svolta. Con l'avvio del processo di selezione dei servizi pubblici oggetto di negoziati all'interno del Gats o Agcs (Accordo generale sul commercio dei beni e servizi, parte integrante degli accordi istitutivi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, stipulati nel 1994), gli stati dell'Ue si accingono a liberalizzare la proprietà e la gestione di gran parte di quei "servizi pubblici" che sono alla base del modello di welfare e dei principi di cittadinanza su cui si sono costruite le democrazie europee. Si tratta di 160 settori (secondo la lista redatta dal Gats/Agcs), dalla distribuzione dell'acqua all'elettricità (la cui privatizzazione, sia in Italia che nel mondo, è in forte espansione), dalle banche alle pensioni, dai trasporti alla cultura, ai servizi sociali, ivi compresi l'istruzione e la sanità.

LE "RIFORME" DEL MERCATO GLOBALE


Dal 1999 ci stanno parlando (sempre più di nascosto e sottovoce, da Seattle in poi) del Millennium Round, cioè del ciclo di negoziati interni all'Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) per le "riforme" del mercato globale. In pratica rinegoziando il Gats/Agcs quale legislazione internazionale sull’investimento, gli interessi economici più potenti del mondo riuscirebbero a:

- imporre nuove e severe restrizioni alla autorità e autonomia dei governi in materia di norme nazionali (dal diritto del lavoro alla protezione dell’ambiente, passando per i diritti sindacali). Secondo un’estensione dell’articolo IV del trattato, infatti, basterà che una misura governativa sia considerata "più rigorosa di quanto necessario" per fare querela a uno Stato;

- limitare l’uso di fondi governativi per i servizi pubblici (i negoziati tendono ad ampliare il principio relativo al "trattamento nazionale", cercando di ottenere che i sussidi statali destinati ai servizi pubblici siano direttamente messi a disposizione delle aziende private fornitrici di servizi).

I settori pubblici più toccati dai negoziati sono quelli in cui si registra un netto aumento della domanda sociale. Da alcuni decenni gli appetiti si indirizzano quindi principalmente verso i settori dei servizi sociali, che interessano la metà degli investimenti globali diretti all’estero. Fra questi, salute ed educazione stanno rivelandosi i più redditizi.

TRATTATIVA SEGRETA


Dopo la conferenza del Wto di Doha nel dicembre 2001, i paesi che hanno sottoscritto i nuovi negoziati Gats/Agcs sono chiamati a definire in due fasi la liberalizzazione del commercio sui servizi, qualunque essi siano. La prima fase (entro giugno 2002, già conclusa) prevede che ogni paese stili una lista di servizi di cui richiede la liberalizzazione negli altri paesi, mentre la seconda (entro marzo 2003) prevede che ogni paese stili la lista di servizi che è disposto a deregolamentare in risposta alle richieste di liberalizzazione ricevute.

Una gigantesca trattativa dove i governi giocano un ruolo significativo e alquanto ambiguo. Le richieste di liberalizzazione agli altri paesi, infatti, vengono valutate dal governo consultando le imprese forti sul suo territorio (nazionali o multinzionali che siano) e la decisione finale di accettare la liberalizzazione interna di servizi comporta un gioco di scambio tra potere politico e classe imprenditoriale, multinazionali e lobby davvero diabolico. In sostanza, senza nessuna verifica sociale, democratica, referendaria o altro, gli stati (in Europa l’Unione come coordinatrice del processo e ciascun governo da solo) ridisegnano gli assetti di potere economico e finanziario di uno dei settori più ricchi nel suo complesso per i paesi sviluppati.

UN CAMBIAMENTO EPOCALE


Anche se pochi se ne rendono conto si tratta da un lato di una questione che potrebbe rivoluzionare le vite di centinaia di milioni di cittadini mettendo a serio rischio alcuni loro diritti fondamentali, d'altra parte di un'occasione per le multinazionali di accedere a un mercato enorme. Nel 1999, il valore globale dei servizi era stimato in 1.340 miliardi di dollari, circa un terzo del commercio globale. Senza trasparenza alcuna, sfruttando il consueto "tecnicismo" in cui argomenti come il commercio e le regolamentazioni economiche sono state sequestrate.

Per l’Europa il processo in atto significa la fine "dell'eccezione europea" (quella per cui in quasi tutti i paesi dell’Ue la sanità pubblica costa meno che negli Usa sia allo stato sia al cittadino) e la trasformazione dei diritti di cittadinanza (comprensivi di principi socio-economici di eguaglianza di accesso e fruizione) in bisogni regolati da meccanismi di mercato. In breve, stiamo subendo una lenta e costante mutazione da cittadini a clienti, a consumatori, a utenti, azionisti … merci.

COSA SONO I SERVIZI PUBBLICI?


Per servizi pubblici si intende la fornitura di beni e servizi essenziali per la vita quotidiana e per l'esercizio dei diritti fondamentali della persona. Questi servizi possono essere forniti sia direttamente dai pubblici poteri (amministrazione statale e enti locali), sia da imprese pubbliche, private o miste. La loro missione è definita dal legislatore ad ogni livello territoriale competente. Essi garantiscono i diritti fondamentali assicurando l'accesso ad alcuni beni e servizi (energia, cure, comunicazione, trasporti, istruzione, sanità) in ogni punto del territorio, senza discriminazioni e in maniera uguale per tutti. In tal modo contribuiscono alla coesione economica, sociale e territoriale e permettono di sottrarre alla ricerca del profitto beni e servizi giudicati essenziali.

Anche se oggi il dibattito sulla "proprietà" dei servizi propende a equiparare pubblico e privato (entrambi sottomessi nell’epoca liberista alla favolistica legge del mercato, per cui poco importa chi la detiene), bisogna porre l’accento sulla definizione di servizio "pubblico" (alcuni preferiscono parlare di "comune") come servizio fondato sul principio di solidarietà e condivisione dei beni e delle risorse, di equità nella fruizione, di continuità di servizio e, oggigiorno, di precauzione (finché non sono sicuro dell’assenza di effetti indesiderati causati da un prodotto o servizio non posso permettere che questo venga liberamente commercializzato).

NELLE MANI DEL CAPITALE


La liberalizzazione dei servizi è l’ultima conquista di un liberismo ideologico che ha dimostrato il suo fallimento sia nella gestione delle crisi finanziarie internazionali, sia nelle politiche macroeonomiche, sia nella crescita economica.

Si consegna di fatto l'equità sociale nelle mani delle grandi multinazionali, delle banche e dei finanzieri, proprio quando diversi giganti globali della proprietà e distribuzione dei servizi come Enron (per l'energia elettrica), Vivendi (per l'acqua e altri servizi), Wordlcom (per le telecomunicazioni) causano crisi e fallimenti di proporzioni inimmaginabili mettendo sul lastrico lavoratori, famiglie e intere economie locali. È il mercato finanziarizzato dei falsi in bilancio operati per gonfiare aspettative di profitti irrealizzabili, degli accordi di gestione dei servizi a prezzi irraggiungibili, della retorica dell'efficienza del privato nonostante tutto e contro ogni risultato.

COSA FARE?


I servizi pubblici o comuni, e i diritti che sottendono, rappresentano bene le poste in gioco della società attuale: gli oggetti di conflitto. Ma sono anche il risultato del rapporto di forza sociale e politico di un dato momento storico. Davanti alle forze neoliberiste e agli interessi dei grandi gruppi finanziari che vogliono accelerare la liberalizzazione per aprirsi nuovi mercati, la dispersione delle forze associative e sindacali in Europa impedisce di focalizzare la questione, di fare sufficienti proposte e di creare il rapporto di forza necessario per imporle.

Dobbiamo cercare di bloccare a livello internazionale (come a Seattle o con altre forme di pressione), nuove tappe di liberalizzazione dei servizi, rifondare il servizio pubblico e ridefinire un nuovo quadro regolamentare per servizi d'interesse pubblico a livello europeo. Bisogna, quindi, avere il coraggio di ripensare i diritti (allargandoli e rinnovandoli) e di riformulare una strategia possibile e attuale sia sulla proprietà che sulla gestione dei "beni e servizi a carattere comune".

Credo che l’esempio "partecipato" di Porto Alegre in parte o di Cochabamba (per l’acqua) possano darci uno spunto per riaprire almeno la riflessione e le prime forme di resistenza. L’idea di un "pubblico partecipato" rappresenta una possibilità per combinare proprietà pubblica e gestione diretta dei cittadini, da inventare e sperimentare. Ora o mai più.

Claudio Jampaglia


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