Gelmini e l'atto di morte
Giuseppe Aragno - 27-07-2010
Per la Gelmini, dopo la scuola, è il turno dell'università. Su una cosa concordano tutti, maggioranza e opposizione, e non fa meraviglia: "è necessario avvicinare il sistema formativo al mondo del lavoro". Fosse una malattia, sarebbe un vero e proprio accanimento terapeutico. Dopo trent'anni di quest'idea malata, la scuola-azienda, cantata e decantata dai sostenitori del libero mercato come la panacea di tutti i mali, s'avvia a uno sfascio senza precedenti, ma Gelmini, il curatore fallimentare del nostro sistema formativo, non conosce altra terapia: ordine, concorrenza e produttività su scala industriale. Non è bastata nemmeno la crisi del capitalismo, il tracollo della Grecia, la bancarotta fraudolenta delle banche private americane, le ripetute richieste di ossigeno venute dal mercato alle casse dei singoli paesi. Nulla da fare. Scuola e università non hanno scampo e attraversano impotenti le forche caudine dell'economia borghese: più dirigenza, una governance sempre più autoritaria, pochi quattrini per soddisfare le richieste del mondo del lavoro e produrre asini rassegnati. Si va avanti così, tra l'imbarbarimento d'una società schiavizzata, la precarizzazione dei lavoratori, la mortificazione della ricerca, lo sprezzo per la didattica, l'odio per la sperimentazione e progetti che hanno fini e caratteristiche di pura razionalizzazione aziendale.
Sulla carta, l'autore della tragedia risulta la Gelmini, ma il disastro è tutto interno ai sedicenti intellettuali dell'accademia, fiori di serra nati, cresciuti e pasciuti in quella sorte di Circo Barnum che da qualche lustro la "sinistra di governo" continua a chiamare università. Sinistra, all'occorrenza, destra se, come ormai tutti sanno, per destra s'intende lo sfascismo cui la sinistra è approdata armi e bagagli dopo il classico percorso dell'opportunismo rosso borghese, quando l'operaismo, l'anarco-sindacalismo e le pose rivoluzionarie facevano carriera. Un percorso stupefacente, figlio della nobile tradizione del trasformismo italico - Padania compresa - che ha saputo produrre indifferentemente il comunista!? "ministro delle grandi riforme" Luigi Berlinguer, il salottiero Sofri, la cupa Lucia Annunziata e l'onniscienza di Israel; un percorso che ha visto socialista Galli della Loggia e sessantottini Mieli, Liguoro e Cofferati. Gente che oggi è tutta liberal e riformista.
Passo dopo passo, Gelmini dopo Fioroni, Fioroni dopo Moratti, e via così fino a Berlinguer, la scuola prima, l'università poi, sono state strangolate da un principio ideologico che trasforma il merito in risparmio, confonde i tagli con gli investimenti, produce precarietà e si chiama riforma: "battere in breccia gli ideali utopici e assembleari dei sessantottini". Ne è nata una descolarizzazione confindustriale che ha trapiantato, nel regno della riflessione critica, la gerarchia delle aziende e del mercato in cui il merito si misura dall'aumento del prodotto lordo. Un ridicolo criterio quantitativo come misura di un'astrazione qualitativa e, ad un tempo, la sterilizzazione dell'intelligenza critica.
Gelmini finalmente può chiudere il cerchio e privatizzare. Tutto quanto di male si poteva fare alla scuola e all'università è stato già fatto. Ancora un poco e il ministro firmerà il certificato di morte.

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