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Fronte del Polo. Linguistico.
Il Manifesto - 16-10-2002
Sulla destra italiana se ne possono dire tante, ma nessuna critica, per
quanto velenosa, uguaglierà mai quel che la destra al potere dice da sola e
rivela con le sue stesse dichiarazioni. Soprattutto se alle parole in
libertà dei governanti e dei capipartito si aggiungono quelle, solitamente
trascurate, del codazzo di funzionari e intellettuali di regime vari.
Proprio quel che ha fatto Guido Caldiron, che della destra italiana ed
europea è uno degli studiosi più attenti e meno episodici, in "Lessico
postfascista.
Parole e politiche della destra al potere"
(Manifestolibri).
Un lessico, appunto, diviso per voci. Ce ne sono 23, da
«Anticomunismo» a «Xenofobia», passando per «Cultura», «Donne»,
«Giovinezza», «Identità cristiana», «legge e ordine», «Radici fasciste».
Ciascun capitolo è strutturato più o meno allo stesso modo: prima una
raccolta di citazioni dei leader, alcune delle tante sfoderate impudicamente
dagli attuali governanti, poi il controcanto delle dichiarazioni meno note,
pronunciate senza troppo clamore in convegni vari oppure pubblicate sui
giornali della destra, o nei libri sfornati dagli intellettuali organici
della Casa delle libertà.

L'esercizio è interessante e soprattutto chiarificatorio. Le frasi lapidarie
del Cavaliere o dei suoi soci acquistano in pieno il loro significato solo
se inquadrate in una cornice più ampia e più radicata, che svela quanto poco
peregrine siano anche le sparate più fragorose, quelle che a prima vista si
direbbero soltanto clamorose gaffes.

Un esempio per tutti: due settimane dopo l'attacco alle Twin Towers, a
Berlino, il presidente del consiglio afferma, destando un prevedibile
scandalo: «Dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra
civiltà. Non dobbiamo mettere due civiltà sullo stesso piano. L'Islam è
rimasto indietro di 1400 anni». Dopo la corale levata di scudi, Berlusconi,
come d'abitudine, smentisce, corregge, afferma di essere stato frainteso. La
frase incriminata rischia così di finire nel ricchissimo catalogo delle
uscite infelici, ma tutto sommato da non prendersi troppo sul serio, del
capo della destra italiana.

Conclusione errata. Dopo aver introdotto la voce «Civiltà superiore» appunto
con le parole del sommo leader, Caldiron passa in rassegna episodi e
dichiarazioni contestuali ma anche precedenti al trauma dell'11 settembre, e
il quadro che si forma è assai diverso da quello di una semplice battuta,
per quanto intempestiva e assai sgradevole. E' il quadro coeso omogeneo di
una impostazione culturale e politica di fondo, che unifica le anime diverse
e per altri versi confliggenti dell'alleanza di destra.

In altri casi, il vaglio dettagliato del Lessico serve a svelare quel che i
leader della Casa delle libertà non possono dire apertamente, o almeno non a
voce troppo alta, ma che costituisce la radice ideologica delle loro
politiche. Sono voci come «Cultura» e soprattutto «Globalizzazione», e sono
tra le più importanti del libro perché accennano e a volte decisamente
affrontano un nodo tanto spinoso quanto irrisolto (come si è visto
evidentemente in occasione della finanziaria di quest'anno), e cioè la vera
identità del Polo di Berlusconi, Fini, Bossi e Buttiglione. Ricchissimo di
citazioni, il capitolo sulla globalizzazione mette chiaramente in luce
l'ostilità congenita nella destra italiana per ogni forma di «mondialismo» o
«cosmopolitismo», il panico destato dal fantasma di «una confusa repubblica
universale» (dotte parole di Roberto Menia, An, assessore alla cultura di
Trieste).

Se tra tutte le voci selezionate da Guido Caldiron se ne dovesse scegliere
una sola, la più capace di rendere conto della natura della destra italiana,
quella da adoperarsi per spiegare a uno straniero allibito come sia stato
possibile mettere insieme componenti a prima vista tanto diverse, sarebbe
senza dubbio «Comunità». Sia pure intesa con accenti diversi, l'idea di
comunità è presente in tutte le componenti della Casa delle libertà sin
dalla loro origine. Caldiron ne ripercorre le tracce partendo dagli anni
'70, i campi hobbit e la Voce della fogna di Marco Tarchi nel Msi, passando
per la nascita della Lega e il secessionsimo padano degli anni `80-90 e
arrivando alla stessa Forza Italia. Perché anche qui, dalle colonne di una
rivista assai vicina al gran capo come Ideazione, la comunità, messa in
relazione diretta con le politiche neoliberiste, viene impugnata come
modello e formula vincente per definire quella che Angelo Panebianco, nel
numero di Ideazione dedicata alla comunità, definisce «la ricetta liberale
dello stato minimo».


Si giustificano dunque ampiamente le conclusioni a cui giunge l'autore: «Una
riflessione, quella sull'idea di comunità, che attraversa l'intero Polo,
modificando strada facendo le identità e le analisi di ciascuno dei suoi
protagonisti, e che va speditamente verso l'individuazione di un forte
terreno comune, sul piano del progetto politico come su quello del governo
del territorio».

Il merito del Lessico è proprio quello di aiutare a capire, dietro gli
slogan di facile presa e scarso spessore del comunicatore di Arcore, dietro
le quotidiane contraddizioni in cui eccelle lo stato maggiore della destra,
la natura di quel progetto politico, che non si limita affatto, come a volte
sembra credere l'opposizione, a una semplice occupazione del potere per fini
di vantaggio personale. Al contrario, la mancata identificazione di quel
progetto impedisce di comprendere molte scelte del governo Berlusconi. Prima
fra tutte quella di schierarsi a sorpresa, una volta spaccatasi in seguito
alla crisi economica internazinale il blocco sociale che si era costuito nel
2001, contro la grande azienda, a favore delle fasce sociali di riferimento
della Lega e di An. Perché anche ridurre il governo Berlusconi a «governo
dei ricchi» o il suo capo a versione casareccia del pur molto amata Margaret
Thatcher sarebbe, e anzi spesso è stata, un'illusione ottica, come
dimostrano la finanziaria e ancor più la vicenda Fiat degli ultimi giorni.

Senza limitarsi alle dichiarazioni dell'ultima ora o dell'ulimo anno
Caldiron spende molto del suo sapere sulla destra italiana per individuare
radici, evidenziare linee di continuità, rintracciare genealogie.
Dall'impatto del femminsimo a quello di movimenti giovanili sulla cultura di
destra, dal pensiero mai messo da parte di Julius Evola a quello recente di
Alain de Benoist, le informazioni contenute nel libro fanno emergere, voce
dopo voce, sempre più nitidamente, il disegno di una destra che di moderato
ha pochissimo, che ha mantenuto vaste aree di continuità con la sua
tradizione negata a parole, e che pertanto è segnata da una radicale e non
eliminabile vena di populismo, assai più centrale nella costruzione politica
del Cavaliere di quanto non siano le sue dichiarazioni di fede thatcheriane.
Proprio per questo, pur essendo un libro che parla molto di cultura politica
e poco di politica effettivamente agita, di leggi e di provvedimenti,
Lessico postfascista è un libro prezioso anche, e forse soprattutto, per chi
la politica del governo di destra deve interpretarla e analizzarla ogni
giorno, per i cronisti e i commentatori politici.

ANDREA COLOMBO
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