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Libero docente
Emanuela Cerutti - 12-10-2002
Aggiungere parole alle parole di un altro può sembrare concettualmente superfluo, come dice De Mauro all’inizio della sua prefazione a “Libero docente” di Mizio, Maurizio, Ferraris.
Ma è lo stesso autore a lanciare un messaggio, quasi una strizzata d’occhi, quando tira fuori dai ricordi Bob Dylan e la scuola come base dell’establishment per arrivare a dire che ”ogni nuovo libro parla di altri libri, ogni nuova canzone parla di altre canzoni. Ogni nuova persona parla di altre persone. Questa è dialettica”.
L’invito al coinvolgimento è irresistibile, ed è il leit-motif di tutto il libro.
La narrazione procede per flash, secondo i principi di quel costruttivismo per cui la conoscenza va “smontata nei singoli pezzi e poi rimontata”, ed assomiglia, così, ad un album di fotografie: nomi, date, luoghi, situazioni, delineano un’esperienza di insegnamento che si interroga sulla propria ragion d’essere.
Mizio, ed è bello sentirlo chiamare così da Patrizia, studentessa che ha fatto con lui un campo ecologico qualche estate prima , non vorrebbe barriere dentro la scuola, non limiti imposti da burocrazie fini a se stesse o abitudini preconcette.
L’educazione ha per lui un valore sociale, e si realizza quando abbatte “la distanza che separa sempre, in ogni istituzione, i generali dai fanti e, per un attimo almeno” concede alla nostra specie “di interrompere il suo lavoro di alveare…” creando ponti ed intese.
Il libro racconta in prima persona le cose che nel mondo della scuola accadono tutti i giorni e lo fa con immediatezza, linguaggio diretto, umorismo sottile, realismo a volte pungente, tratteggiando tipi umani , modelli comportamentali, eventi in cui è impossibile non ritrovare specchiate storie di tutti i giorni.
La scuola, per un insegnante, è simile ad un viaggio di andata e ritorno: forma abitudini inconsapevoli nei lunghi anni dello studio, da bambini che imparano a tracciare “segni scuri sulla carta chiara” ad adulti che “seguono principi etici”; ed il presente, fatto di dubbi e tutto da inventare, torna spesso a quel passato che diventa la banca dati che permette di ripescare le soluzioni giuste o di riconoscere interferenze errate.
Così è il racconto di Ferraris, un diario di bordo nella “memoria e nell’oblio”, per ripercorrere i motivi della scelta finale, le dimissioni dall’insegnamento, e cercare di comprendere il punto di frattura tra il fuori e il dentro, tra una scuola troppo uguale a se stessa ed un mondo che si allontana.
Negli anni del Progetto Brocca, alla cui Commisione ha partecipato, Mizio Ferraris sogna una scuola cubana, dove “la stagione importa” e l’orario non è un “mezzo di dominio”.
Dove la genetica, applicata, permetta “il passaggio più alto, quello che ci vuole. E cioè che ogni razza è fatta di consanguinei. Di fratelli e sorelle.”
Dove imparare ed insegnare si fondono in una comune ricerca , che riconosce sistemi di rapporti e sperimenta nuove ipotesi, in un intreccio di creatività per arrivare ad un altrettanto comune progetto di crescita.
“L’insegnante è l’essere umano meno curioso di tutti: fa sempre delle domande di cui conosce già la risposta,. Ma siccome io detesto la prevedibilità, anticamera della noia, provavo a fare delle interrogazioni in un modo un po’ diverso…Forse ho patito le regole della scuola perché non sopportavo l’idea di dover giudicare qualcun altro. E magari di deciderne la vita, dando i numeri”
Ferraris lascia la scuola dopo 11 anni di insegnamento, perchè gli stanno strette la definizione rigida di ruoli e forme, la chiusura di spazi e dimensioni, il malessere di troppi.
Non rinuncia però a ritenere la scuola una cosa importante, e non solo per quelli che ci vanno.
"...credo che potrò essere utile davvero stando fuori dalla scuola piuttosto che dentro. Anche alla scuola"
Chiuso il libro le domande si fanno strada.

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