Una caramella
Giulia Martorana - 11-03-2010
Più volte avevo pensato di affidare alle pagine di un diario tutte le emozioni, ricordi, ansie, gioie, paure e timori che hanno accompagnato la mia carriera di insegnante di sostegno.Tra i tanti volti di ragazzi cari a me del passato e del presente quello che mi suscita un'emozione sempre grande, è quello di F.Vuoi perché ero all'inizio della carriera di " supplente " o perché mi ha colpito in modo profondo, ne porto sempre con me il ricordo.
E' d'uopo fare una premessa: poca esperienza didattica, fresca fresca di corso di specializzazione polivalente ( già il solo possedere un titolo con questo nome ti tranquillizzava ), la testa infarcita di nozioni, parole, idee e... tanta voglia di fare. Arriva il gran giorno, nomina in pugno, tailleur come da prassi, chanel belle ma scomode, borsa piena di materiale "strutturato e non" ( come recitava la nostra insegnante al corso ) e si varca la soglia della scuola.
Secondo giorno di scuola, la scena cambia: tuta, scarpe da ginnastica e la voglia disperata di farmi spuntare le ali per inseguire un po' dappertutto il mio alunno che aveva la capacità d'essere dovunque nello stesso momento.
Mi viene presentato il caso: Morbo di Basedown, compromissioni a livello intellettivo, irrequieto, instabile e soprattutto molto molto "discolo ".
Mi viene presentato il ragazzo: piccolo di corporatura, un viso simpatico e due occhi vispi e attenti per capire "che razza di tipo eri", (espressione molto cara all'alunno per descrivere i professori). Dimenticavo, l'occupazione privilegiata da F. era quella di nascondere orribili, pelosi e automoventi animaletti di plastica (del tipo: ragni, serpentelli, scorpioni ed insetti vari) nei registri, borse e cassetti delle colleghe che immancabilmente ne restavano terrorizzate. Corporatura molto minuta, arrivava sempre a scuola in ritardo, trascinandosi dietro una pianola tre volte più grande di lui. Ricordo che un giorno intero lo abbiamo trascorso insieme sul pulmino della scuola io, lui e l'autista in quanto lui era convinto di dover andare a casa. Devo ammettere che non sapevo molto di quella malattia e ho provveduto ad informarmi con ricerche personali e testi vari, ma il problema principale era l'incapacità di F. di stare fermo in classe o in qualsiasi altro luogo. A questo punto la didattica, le programmazioni, le attività specifiche, e tutte le altre belle parole andavano a farsi friggere. Che fare? Fatti un po' di tentativi con varie strategie, rinforzi e via di seguito, tutto sembrava scorrer via come l'acqua: nessun interesse, nessuna partecipazione e soprattutto nessun canale di comunicazione che si potesse utilizzare. Un giorno in cui F. era particolarmente agitato e nervoso e sembrava un animaletto in gabbia, ho fatto, forse inconsciamente, quello che facevo sempre quando dovevo tranquillizzare mio figlio: ho cominciato a canticchiare. Ricordo che mi ha guardato con aria di sfida e ha detto: "E tu pure cantare sai? Beh, se tu canti, io suono!". Presa la sua pianola, ha cominciato a riprodurre qualsiasi brano o canzone io fischiettassi o appena appena accennassi, anche se non le aveva mai ascoltate. Aveva una predisposizione naturale bellissima. Da quel momento siamo scesi a compromessi: via libera alla musica, ma le monellerie, gli atti di disturbo e soprattutto i mostri pelosetti dovevano sparire! Tregua fatta, il lavoro andava bene, ma non riuscendo F. a seguire le attività didattiche della classe, vuoi per il ritardo accumulato, vuoi perché mi aveva detto che "non gliene fregava niente" di quelle cose, abbiamo deciso insieme di costruire una nostra piccola realtà.
Predisposta una stanza, cominciamo a costruire con la carta una città: strade, vie, palazzi, incroci e via dicendo, parlando e mettendo in discussione tutto quanto, dal perché servisse, a chi servisse e così via. Dalla città allo zoo, dallo zoo ai vari ambienti, montagna, mare, collina etc. Alla fine dei quindici giorni di supplenza abbiamo realizzato una mostra invitando le altre classi e i docenti a vedere il nostro lavoro. F. sembrava soddisfatto, ma non perdeva mai la sua aria di noncuranza.
Al momento di salutarci, mentre io gli raccomando di fare il bravo in seguito, lui mi guarda serio serio e dice : "Allora te ne vai ? Senti un po' apri la mano e chiudi gli occhi ". E io di rimando : "Ancora, F. ! Ma tu lo sai che io non mi spavento di questi mostri di plastica !!!!" E lui : "Tu fallo e basta! E mi raccomando apri gli occhi quando io me ne sono andato. Ciao !"
E scappa via senza darmi il tempo di aggiungere altro, tirandosi dietro la sua inseparabile pianola. Ho mantenuto la promessa e quando ho aperto la mano ci ho trovato una caramella!! Ricordo di essermi commossa e di aver pensato che se io ero riuscita a dare qualcosa a un ragazzino con tanto bisogno d'affetto, conferme e gratificazioni, lui aveva saputo innescare in me un processo di crescita interiore e di maturazione.
Non ho più rivisto F.ma lo ricordo spesso e ricordo sempre quella sensazione di calore intorno al cuore che mi ha fatto provare un piccolo ma discolo, discolo bambino.

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 dr.Anna Fubini    - 29-03-2010
Ho trovato così significativa questa testimonianza che ho provveduto a citarla - spero senza aver omesso alcun dato riguardante la fonte originaria - in ben tre file dei due siti da me gestiti:
in particolare nel file "polemici" http://www.aisjca-mft.org/adhd.htm
"METILFENIDATO E SINDROME DA DEFICIT DI ATTENZIONE E IPERATTIVITA' (ADHD)"
e http://www.thrivingandhome.com/pillola.htm
"BASTA UN POCO DI ZUCCHERO E LA PILLOLA VA GIU..."

Ma anche l'ho citato tale e quale in un file di tutt'altro tono:

"Raccontini
"

Spero di non aver commesso indiscrezioni o violazione di diritti, nel qual caso mi tengo a disposizione per cancellare subito quanto non accettato.

Un grande GRAZIE per il suo lavoro

dottoressa Anna Abbiate Fubini