I giovani e il nulla
Gianni Mereghetti - 11-10-2002
Il ministro Moratti scrive, o in un certo modo grida, “strappiamo i nostri ragazzi dal nulla”, e così esprime ciò che in questi giorni si è tentato di nascondere, forse a partire proprio dalla scuola in cui Desirèe andava ogni mattina. Infatti è tra i professori e i compagni di Desirèe che la tragedia della sua morte è diventata subito una questione psicologica, come se per essere felici e vivere bene si debba solo aggiustare qualche meccanismo della mente che si inceppa. Certamente vi sono meccanismi mentali che oggi facilmente si rompono, ma non è questo il problema che la vicenda di Desirèe ci ha strappato dal nascondiglio in cui l’avevamo ficcata a forza.
Quell’assassinio fatto in branco è l’aberrazione del nulla quotidiano, è l’esito estremo di una violenza che giorno dopo giorno entra nella nostra carne, distrugge ogni rapporto, rende insignificante il vivere.
L’immagine del nulla che il ministro ha suggerito ben spiega ciò che ha portato quei ragazzi ad uccidere, ma altrettanto bene ci induce a riflettere su un errore che stiamo commettendo, quello di ritenerli estranei alla normalità dei giovani d’oggi. Non mi si fraintenda, è vero che hanno commesso un’atrocità anormale, ma quel gesto nasce da una cultura diffusa tra i giovani, perché indotta dagli adulti, quella secondo cui vivere è niente.
Ebbene, di fronte al nulla che rende disumani i giovani d’oggi e che viene predicato in molte famiglie e da molte cattedre è urgente che ci assumiamo la nostra responsabilità di adulti. E’ un compito grave, anche perché dobbiamo strappare i giovani dal nulla, in cui li abbiamo scaraventati!
A liberare i giovani dal nulla non sarà però la scuola, né i valori sani della società, tanto meno un insieme di regole che li proteggano dal male.
No, nulla di tutto ciò, perché il male che hanno fatto i giovani aguzzini di Desirèe lo possiamo fare anche noi, sebbene in modo più soft, perché forse, come dicono i commentatori più alla page, sappiamo gestire le nostre emozioni. Ma quel male sta dentro la nostra struttura d’uomini e ci rende incapaci di quella felicità che tanto desideriamo. E’ la coscienza di non poterci lavare le mani di quel male l’inizio della liberazione, perché così vivere diventa domandare che Qualcuno ci strappi da esso. Del resto è l’essermi ritrovato dentro questa domanda, semplice, che mi ha fatto rientrare in classe con uno sguardo positivo su ognuno degli studenti che mi stanno davanti ogni mattina, certo che nella mia pochezza una cosa grande ho ancora da dare a loro, una speranza per la vita.
Questo la scuola in sé non può darlo, né lo deve, tanto meno gli psicologi, i quali al massimo possono dirci che cosa non funziona nella nostra mente; questo, ossia che vivere non è nulla, ma tutto, lo può comunicare solo un uomo che ne fa esperienza. Al nulla che domina e che deturpa i volti dei giovani non si potrà rispondere con una miglior organizzazione della scuola, ma potrà rispondere chi è impegnato positivamente con la vita e il suo senso. Una responsabilità, comunque il ministro a questo proposito deve assumersela, quella di costruire una scuola in cui ognuno abbia la libertà di comunicare ciò per cui spende la vita.


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