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Amélie, ovvero: le metafore di cui non ci accorgiamo
Anna Pizzuti - 10-10-2002
C’è bisogno di istruzioni per l’uso, per guardare questo film. Almeno secondo me. Sono stata costretta da mia figlia a guardarlo, come fosse prendere una medicina disintossicante, o meglio, un antidoto, contro le ore passate al computer e contro i loro effetti sulla mente.
E come quando prendi una medicina, un po’ controvoglia quindi, ho cominciato a seguire quella che all’inizio sembrava una favola. Il fatto è che io non amo molto le favole, anzi, le temo. Come temo ogni fuga dalla realtà, ogni ricerca di consolazione. Ma questi sono fatti miei, poco interessanti. Ma dovevo stare al quel gioco e ci sono stata. E ne sto parlando ora e qui perché a poco a poco ho scoperto che il gioco stava facendo nascere pensieri, che quel gioco mi stava trasportando dentro di sé e dentro di me.
Amelie ha passato quasi tutta la sua vita ad osservare gli altri, con gli occhi spalancati. Non per meraviglia, o per condanna, o paura. Amelie ha semplicemente guardato e guardando è entrata nella vita degli altri e la vita degli altri è entrata dentro di lei. La sofferenza soprattutto, quella che si provoca senza accorgersene o per cattiveria pura, quella che si subisce senza sapere che ci si può ribellare, quella che ci si infligge semplicemente perché non si sa fare altro, non si sa pensare ad altro, quella che la vita ci riserva naturalmente.
Credo che sia importante capire questo, perché di favole nelle quali la fata rimette tutto a posto ce ne sono tante.



Da Il favoloso mondo di Amèlie
un film di Jean Pierre Jeunet


Ma Amelie non è una fata: Amelie piano piano comincia a diventare quasi Dio, o almeno il Dio semplice che ci immaginiamo tutti, non solo i bambini.
Amelie non fa magie: predispone le vite. Predispone la felicità per chi non la conosce, la punizione per chi la merita. E lei sa benissimo quali siano felicità e punizioni più adatte. Proprio perché gli altri li ha guardati, li ha vissuti.
Ma anche lei vive una mancanza; che conosce benissimo, ed è superfluo il fatto che qualcuno gliela indichi, come se lei ne avesse bisogno. Ma solo dopo aver pensato a quelle degli altri, dopo tanto silenzio, inizia a predisporre anche la sua vita, in direzione della sua felicità. Dopo aver predisposto quella degli altri. All’inizio sembra lo stesso gioco, che le riuscirà facilmente, come con gli altri. Ma non è così: i percorsi sono più tortuosi, l’avvicinamento è più difficile, le tonalità delle immagini, dei gesti, delle espressioni sono più esasperate, quasi clownesche. Ho pensato ad una caduta della regia e forse è così. Ma forse no. Perché Amelie ha paura, si avvicina e si allontana dall’oggetto del suo desiderio, lo respinge e se ne fa respingere. E mentre questo accade anche la bolla di cristallo nella quale aveva trasportato qualcuno dei suoi amici - il più sciocco naturalmente - sembra infrangersi, come se a vincere, alla fine, debba essere sempre la stupidità, anche su Dio.
A questo punto il film poteva anche finire. Come facciamo finire, quasi sempre, tutto ciò che ci riguarda. Ma le favole sono la negazione del nichilismo e forse è bene che lo siano. Almeno loro.



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