Scuola d'ignoranza
Giuseppe Aragno - 06-02-2010
Come ogni regime, anche la nascente "democrazia autoritaria" è alle prese con la costruzione del consenso e il tema vitale della gestione dell'informazione. Al confronto, tuttavia, occorre dirlo, il "fascismo classico" ebbe un compito tutto sommato semplice: imbavagliare socialisti, anarchici e comunisti e piegare gli strumenti della comunicazione di massa al ferreo controllo dell'apparato. E' vero, inizialmente ci fu anche una contrapposizione fra la maschera "legalitaria" del "mussolinismo" e lo squadrismo "rivoluzionario" e "movimentista", ma la frattura fu presto composta e, in ogni caso, non si trattò di una questione "strutturale". L'esistenza del regime e il suo volto "ufficiale" non furono mai strettamente legati all'esistenza formale di una vera opposizione istituzionale. Oggi, le cose non stanno così. Su temi marginali il sistema politico ha tutto l'interesse a far passare per "visione alternativa" le periodiche convulsioni dipietriste, le contorsioni autonomistiche di Casini, il "dissenso" sterile su questioni di principio, astratte e senza prospettiva politica, di cui si fa portavoce Gianfranco Fini e, ciò che più conta, le chiusure formali e le sostanziali aperture di Bersani: è il volto "democratico" di un sistema che usa come un volgare "specchietto per le allodole" il polverone levato ad arte nei "salotti televisivi", per "coprire" così la natura reazionaria di provvedimenti politici che riscrivono nei fatti le regole del gioco, Senza il respiro "democratico" di un'opposizione di facciata, il rovescio autoritario del "sistema" verrebbe allo scoperto e prima o poi un campanello d'allarme agiterebbe le acque della palude qualunquista puntualmente divisa in "colpevolisti" e "innocentisti" sull'immancabile caso di cronaca nera, sulle indecenti vicende personali di questo o quel personaggio politico, sull'insolubile dilemma tra il giustizialismo forcaiolo e l'ipergarantismo, sulla sorte di una magistratura storicamente legata ai giochi di potere, sull'eterno complotto che assolve o condanna Craxi, spiega senza spiegare gli "anni di piombo" e cerca perennemente il "grande vecchio" che tiene i fili della tela segreta che, da Cavour a Berlusconi, fa la storia d'Italia e la fortuna del pennivendolo di turno. E' un gioco di prestigio: chi ne ha piange tutte le lacrime per il tempo andato e non bada alla tragedia del presente, da cui si sente fuori, tratto ad arte lontano dalla forza schiacciante della disinformazione.
Il caso Scuola/Gelmini - o forse meglio la riduzione in servitù della scuola pubblica in un Paese che mostra sempre più chiari i sintomi dell'asfissia - ha, in questo senso un valore emblematico. Se si fa eccezione per gli "addetti ai lavori", messi però sistematicamente a tacere ovunque si parli di formazione, i sedicenti leaders politici, gli immancabili esperti, i tuttologi, i velinari e i maestri della disinformazione sono tutti sintonizzati su un'unica lunghezza d'onda: il nodo cruciale della discussione è, di fatto, il filosofo fascista Giovanni Gentile.
Se il paragone stia in piedi, non interessa a nessuno. Se il gelminiano "più matematica, più scienze e più lingue straniere" abbia qualcosa a che vedere col filosofo che riconduce a unità nella coscienza spirito e natura, è problema del tutto secondario. La verità è una, categorica, imperativa e non si discute: la "rivoluzione didattica" del giovane avvocato, che riduce a una questione quantitativa il tema cruciale della "formazione" - "gli studenti italiani sono quelli che passano più tempo in aula con i risultati più scarsi" - basta e avanza perché gli "autoritari" vantino il loro primato - è la prima riforma organica dopo Gentile - e i sedicenti "democratici" insorgano quasi in difesa del teorico del fascismo: "è una riforma Gentile in versione ridotta", urla scandalizzata Maria Pia Garavaglia, che non contenta aggiunge: "avesse anche solo la quarta parte dell'impianto gentiliano, la riforma Gelmini avrebbe già centrato l'obiettivo".
Novant'anni dopo - Gentile sorriderebbe - il Parlamento d'una repubblica costruita sul rifiuto della sua dottrina finge d'accapigliarsi sul tema della formazione, ma condivide in ogni suo settore la concezione di una scuola che chiama "meritocrazia" il principio della selezione di classe e impone ai cittadini il possesso di una concezione religiosa. E non serve dirlo: quella cattolica, che è la religione delle classi dominanti.
Garavaglia non se n'è accorta, Gelmini non è in grado di cogliere - parlano per lei i consiglieri papalini e la sinistra neocodina - ma la "democrazia" condivide ora col fascismo un disprezzo profondo per i principi della pedagogia e una sottovalutazione ottusa degli aspetti psicologici dell'insegnamento. Partendo dal ruolo "centrale" del "maestro" tornato non a caso "unico", si è passati per la "sottomissione" dello studente attraverso il "cinque in condotta" e si approda infine alla religione dei contenuti, al predominio della nozione, alla manomissione e alla confusione tra discipline e materie. Rimane sullo sfondo, non detto, ma più pericoloso dei "tagli" e, se possibile, più insidioso della privatizzazione strisciante, l'attacco alla formazione del cittadino e della sua coscienza critica. Quella che si disegna è una fabbrica di disciplinati soldatini del capitale, la produzione in serie di quel "bestiame votante", per usare le parole di Antonio Labriola, che è pronto a servire un governo autoritario seguendo stupidamente tutti i precetti della democrazia borghese.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giorgio Dellepiane Garabello    - 07-02-2010
Tutto troppo giusto, o forse no.
La «gente» NON ci segue e NON ci capisce infatti.
Così com'è adesso la scuola (primaria e secondaria) non è presentabile: diamoci degli standard comprensibili e condivisibili, e togliamo di mezzo la rappresentanza sindacale "distaccata", per me uno scandalo (come posso essere rappresentato da qualcuno che prende lo stipendio dalla controparte?).
Autofinanziamo i nostri rappresentanti, pochi ma buoni.
Voglio una proposta di scuola basata su qualità e controlli (fatti da agenzie esterne, grazie!).
Un esempio per tutti: provate a indovinare in quali scuole, per esempio la primaria, gli insegnanti prendono servizio a scuola "entro la mattinata", senza che chi è preposto faccia loro rispettare gli orari (di conseguenza hai voglia a controllare la dispersione scolastica se i primi a "disperdersi" sono i docenti!): qui sì che ci vorrebbe l'unità nazionale!
Cordialmente, Giorgio Dellepiane Garabello.

 Carla    - 07-02-2010
Articolo illuminato, preciso, con un'analisi da sottoscrivere.
Ma che cosa ci fa in calce all'articolo la scritta pubblicitaria "Formigoni uno di noi"?
Sembra una presa in giro...
Carla

 Olindo    - 09-02-2010
Siamo alle solite, la scuola ridotta a badantato e il signor Garabello intravede la colpa nel sindacato o nella possibilità di poter accettare la certificazione ma da agenzie esterne. Meglio ridere che piangere della confusione.

 Giorgio Dellepiane Garabello    - 21-05-2011
Caro Olindo «senza nome»:
chiedere di avere rappresentanti pagati da noi insegnanti e NON dallo Stato vuol dire affermare che, se la scuola non funziona, "è colpa del sindacato"?
A mia volta mi stupisco di chi interpreta così "di traverso".
E poi a voi non fa ridere un sistema di valutazione che sia autoreferente? A me sì!
Saluti cordiali