breve di cronaca
Il silenzio dei miei studenti che non sanno più ragionare
La Repubblica - 04-10-2002

L´OTTIMISMO, anche se temperato dal dubbio e dal buon senso, è un dovere di
ogni insegnante, che deve comunicare ai suoi alunni sempre e comunque un
po´ di fiducia nella vita. Dunque anche io cerco di vedere il bicchiere
mezzo pieno, di incoraggiare ogni volontà di miglioramento e di rimarcare
gli aspetti più belli dell´esistenza.
Eppure da un po´ di tempo un pensiero atroce si è installato nella mia
mente, mi tormenta, mi perseguita, e ormai sono arrivato al punto di
doverlo assolutamente comunicare a chi per età, lavoro, interessi, è
lontano dal mondo dei ragazzi. La cosa è questa: a me sembra che sia in
corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere
massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di
ogni società che vuole distendersi verso il futuro.
Non dovete prendere questa mia affermazione in modo metaforico, e non
dovete neanche pensare a una delle solite tirate contro i giovani che non
hanno voglia di fare niente, che disprezzano i valori alti e la cultura.
Non si tratta di denunciare un certo naturale menefreghismo e nemmeno
l´inclinazione ossessiva al consumo che dimostrano i gruppi giovanili. La
mia non è la sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i
ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Io sto notando
qualcosa di molto più grave, e cioè che gli adolescenti non capiscono più
niente.
processi intellettivi più semplici, un´elementare operazione matematica, la
comprensione di una favoletta, ma anche il semplice resoconto di un
pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film, sono diventati
compiti sovrumani di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca
aperta, in silenzio. Le qualità sentimentali sono rimaste intatte, i miei
alunni amano, odiano, fanno amicizia, si emozionano, si indignano,
arrossiscono, ridono, piangono, tutto come sempre - ma le capacità logiche,
mentali, paiono irreparabilmente compromesse.
In ogni classe ormai ci sono almeno due o tre studenti che hanno bisogno
dell´insegnante di sostegno: voi penserete che si tratti di ragazzi affetti
da qualche handicap fisico o da qualche grave disturbo mentale, ma spesso
non è così. All´inizio è persino difficile distinguerli dagli altri, perché
nella classe paiono tutti ugualmente storditi, come se i cervelli avessero
subito qualche lieve ammaccatura. Questi quindicenni sono sani e pressocché
normali, e a me sembrano solamente l´avanguardia di un mondo diretto verso
le tenebre. Semplicemente non capiscono niente, non riescono a connettere i
dati più elementari, a stabilire dei nessi anche minimi tra i fatti che
accadono davanti a loro, che accadono a loro stessi. Ripeto: sono appena
più inebetiti degli altri, come se li precedessero di qualche metro appena
nel cammino verso il nulla.
Loro vengono considerati ragazzi in difficoltà, ma i compagni di banco,
quelli della fila davanti o dietro, stanno quasi nelle stesse condizioni.
Gli insegnanti si fanno in quattro, cercano di rendere le lezioni più
chiare, più dirette, si disperano e si avviliscono, ma non c´è niente da
fare, le parole si perdono nel vento, sono semi che rimbalzano su una terra
asciuttissima che non fiorisce mai.
La cosa più triste è che questo deficit progressivo dell´intelligenza si
nota soprattutto nei ragazzi delle classi sociali più povere. I giovani
borghesi hanno in casa libri, dischi e computer, hanno genitori ambiziosi e
fratelli in carriera, hanno cento stimoli in più per andare avanti
decifrando in qualche modo la realtà. I giovani delle borgate sono avvolti
da un´ottusità che fa male. Veramente non capiscono nemmeno chi sono e cosa
stanno facendo, spesso non sanno più incollare una parola all´altra, un
pensierino a un altro pensierino. Sono perduti in una demenza progressiva e
spaventosa. Crescono rintronati dalla televisione, dalla pubblicità e da
miti bugiardi, da una promessa di felicità a buon mercato, da mille sirene
che cantano a squarciagola, e accanto a loro non c´è altro che riesca a
farsi spazio. E così, poco alla volta, perdono ogni facoltà intellettiva,
fino a diventare totalmente ottusi.
Sia chiaro: il problema non è che non sappiano nulla di una guerra
imminente o dell´Europa unita o di chi ha vinto l´ultimo festival del
cinema a Venezia; il problema è che non riescono a ragionare su nessun
argomento, perché qualcosa nella testa si è sfasciato. Vi prego di
credermi, non sono un apocalittico, non grido al lupo al lupo solo per
creare apprensione. Sono semplicemente un testimone quotidiano di una
tragedia immensa. Il nostro mondo è in pericolo non solo per
l´inquinamento, la violenza, l´ingiustizia, il prosciugamento delle risorse
prime. La nostra civiltà rischia grosso soprattutto perché la confusione
sta producendo esseri disadattati, creature che non saranno in grado di
cavarsela, milioni di giovani infelici che strada facendo - la strada che
noi adulti abbiamo disegnato - hanno perduto il pensiero. Dopo essersi
spente nelle campagne, le lucciole ora si stanno spegnendo anche nelle teste.

MARCO LODOLI

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 Gianni Mereghetti    - 04-10-2002
Oggi tornando a casa ho trovato su Repubblica l’articolo di Marco Lodoli dal significativo titolo “Il silenzio dei miei studenti che non sanno ragionare”.
Ero triste, perché la giornata non era stata un gran che; in una classe in particolare, mentre spiegavo, ho d’improvviso avvertito una grande distanza, come se ciò che stavamo facendo non c’entrasse nulla con me, con ognuno di loro, però questa distanza, questa estraneità non ero riuscito a colmarla. E’ stata quella una delle tante ore in cui ho fatto i conti con l’insuccesso, eppure avevo spiegato e tanto, ma sulla mia lezione era scesa un’ombra, si era imposta una mancanza, che non poteva essere colmata dall’aver svolto il proprio dovere.
L’articolo di Lodoli mi ha offerto una spiegazione di quanto mi era accaduto: gli studenti non sanno ragionare! Può essere, anche se leggendo e rileggendo l’articolo non sono riuscito a convincermene, anzi mi è apparso sempre più chiaro che in questione non fossero i miei studenti, bensì io.
Che non sappiano ragionare è certo preoccupante, non è il problema fondamentale, perché, e questa è l’altra evidenza che sta accanto a tutti i miei fallimenti, la ragione è messa in moto da qualcosa di bello che accade.
Forse i ragazzi di oggi non hanno più capacità di affezione, per questo la loro ragione si è atrofizzata! Infatti è per un interesse, per una passione, per un amore che la ragione si mette in moto, e questo mi interroga così tanto da farmi diventare evidente che il fallimento di questa mattina è che io ho fatto lezione con lo sguardo a Cromwell e non a loro! Ahimè!
E adesso dovrei darmi un impulso di ottimismo come se tra i doveri della mia professione ci fosse anche l’impegno a non essere triste e pessimista?
No, niente di tutto questo! Don Giussani, leggendo l’Inno alla Vergine di Dante, mi ha suggerito un’altra cosa, non il dovere dell’ottimismo, ma la speranza, ovvero che più forte di questo fallimento, di questa ferita, c’è la mia umanità abbracciata dal Mistero Buono, tanto buono da permettermi di ripartire ad ogni ora di lezione dalla bellezza che entra nella mia vita, e non dal dovere!

 andrea fornari    - 05-10-2002
Sono un insegnante di matematica e l'articolo di Marco Lodoli mi trova in pieno accordo. Insegno al biennio di un I.T.I.S. e la situazione è a dir poco desolante. Circa la metà dei ragazzi è incapace di risolvere un problemino che richieda un passaggio logico, la quasi totalità non riesce ad andare oltre un passaggio. In pochi maneggiano con disinvoltura i numeri relativi (10-4 lo sanno calcolare, 4-10 quasi nessuno). La geometria euclidea, la materia che maggiormente mette a prova le capacità di ragionamento, è diventata argomento quasi proibitivo: possono impararti a memoria qualche dimostrazione di teorema, ma non riesce quasi nessuno a dimostrare qualcosa autonomamente.
Erroneamente pensavo che fosse colpa di quello che i ragazzi studiavano nelle scuole inferiori (e di come lo studiavano), ma ultimamente il sospetto che fosse come dice il Lodoli nel suo articolo mi aveva assalito. E purtroppo è così: non capiscono nulla, hanno il cervello in fumo e non certo per colpa della scuola. Io credo che sia atrofizzato per lo scarso uso che ne fanno nell'adolescenza. E se il cervello in fumo lo hai a quindici anni, quasi certamente non lo recuperi più, sarai per tutta la vita un "bimbola" (come dicono a Parma). E questo significa che, o hai i genitori ricchi che ti garantiranno comunque un futuro agiato, o non arriverai da nessuna parte. Per carità, non è un disonore svolgere mestieri umili e poco remunerativi, il problema vero è che uno Stato non si può permettere intere generazioni di cervelli le cui capacità sono state massacrate. Ne va del futuro dello Stato stesso.

 Georg Maag    - 06-10-2002
Bravissimo Lodoli! Per la prima volta leggo un articolo che riesce ad esprime un sentimento (forse piu' una paura) che sicuramente abbiamo tutti noi. Espresso chiaramente, con sincerita' e parole semplici, senza entrare nei meandri inutili della politica e delle colpe altrui. Quello che esce, purtroppo, e' una visione da incubo.
Da qualche tempo vado nelle scuole Elementari, chiamato dalle Maestre in quanto scrittore per bambini. Visto che lavoravo da due anni su un progetto di scrittura creativa utilizzo una parte di questi incontri con le classi per giocare con la mente, per uscire dalle mura del "programma scolastico", per sviluppare associazioni di idee e fare capire ai ragazzi che la loro mente e' (o dovrebbe essere) il piu' bel giocattolo che possiedono.
Devo dire che in alcune (per fortuna poche) Scuole Elementari di Torino ho incontrato proprio quello che Lodoli descrive nel suo articolo. Sono rimasto talmente male dalla "non-abitudine" dei ragazzi ad ascoltare, dalla loro completa incapacita' di esprimere concetti semplici, che ora, quando uscira' il mio manuale sulla scrittura, non andro' in quelle scuole per lavorare assieme alle Maestre. Maestre, tra l'altro, che durante la mia lettura ad alta voce di un racconto non erano capace a fare stare zitti un gruppo di ragazzini delle classi terze e non osavano nemmeno fare allontanare i "capi" che continuavano a gridare tra di loro e a giocare a game-boy.
Certamente il fenomeno descritto da Lodoli ha la sua origine sia nella famiglia, sia nei primi anni di scuola. Stiamo ritornando in una barbaria, l'apparenza sta prendendo il sopravvento sull'essere, il rumore sul silenzio, la forza sulla debolezza. Forse solo una Scuola Elementare veramente funzionante (e non livellante verso il basso come quella attuale) e innovativa potra' cambiare qualcosa. Ma sono sogni e rimaranno tali.
Nel frattempo viviamoci gli incubi descritti da Lodoli.

 paola    - 07-10-2002
Sono meno smarrita poiché qualcuno dice pensieri che mi stanno confusi in testa, combattuti dai sempre presenti sensi di colpa.
Fino all'articolo di Lodoli pensavo di non saper più aiutare a costruire pensieri, e ne incolpavo il sempre più ampio divario di età tra me e i miei alunni liceali, mi dicevo che forse non rimpiangevo un passato di studenti capaci di ragionare, ma piuttosto un passato in cui io ero più capace di mettere le ali alla mente.
Ora non so più che cosa pensare: lo sgomento è il sentimento dominante poiché non trovo spiegazioni ragionevoli allo stato di fatto che Lodoli descrive.
Mi resta una curiosità: quanti anni hanno Lodoli e i colleghi che ne condividono l'allarme?
E mi resta un sogno: possiamo fare qualche cosa!?!?? Cosa ???

 Davide Bonfante    - 08-10-2002
Con molto rammarico ho letto l'articolo di Lodoli "Il silenzio dei miei studenti" pubblicato il 04-10-2002. Sono molto triste perchè questa persona ha fatto una fotografia ad un ragazzo di 14 anni senza risparmiare nulla. Caro Lodoli, io ho 14 anni e sono molto ferito, il tuo articolo è veramente terribile. Anche nella mia classe, quando la professoressa ha letto l'articolo, si è sentito un forte brusio di sottofondo e, la maggiorparte dei mie compagni( me compreso), non ha gradito ne condiviso quanto da te espresso. Sicuramente quest tuo dipinto non è incoraggiante specialmente per un ragazzo che come me non appartiene ad una famiglia borghese; ma che si fa in quattro per poter crearsi un futuro.
Capisco il tuo pessimismo e permettimi un consiglio, forse il tuo modo di far lezione è poco coinvolgente; forse questi ragazzi non sono molto seguiti, forse le medie inferiori non hanno saputo fornire loro strumenti di supporto...
Caro Lodoli io tutto questo l'ho ricevuto, l'ho cercato, l'ho voluto e mi è stato dato. Io amo il computer, il game boy, la musica, la tombola e i vari giochi di società; però cerco di fare il mio dovere fino in fondo studiando, imparando, ascoltando e rispettando.
Concludo col dirti che ci sono giovani e giovani, insegnanti ed insegnanti, genitori e genitori ed infine scuole dove troviamo più attenzione alla formazione del giovane studente. Modena mi ha dato tutto questo, ma bisogna dire che anche io ho saputo e voluto imparare.
Ciao Davide Bonfante

 maura    - 17-10-2002
sono molto triste dopo aver letto l'articolo! E' tutto vero quello che c'è scritto, parola d'insegnante e di mamma che affannosamente cerca di creare squarci in quel "nulla" di cui l'articolo parla. Poi arriva però la paura che il "nulla" hendiano inghiotta anche me tanto che possa finire per confonderlo con il falso brillio della nostra assurda società occidentale!

 Luca    - 18-12-2003
Caro signor Lodoli, ammetto di essere sbalordito.

Ma come?
Si sproloquia tanto sul fatto che gli adolescenti abbiano un estremo bisogno di fiducia da parte del mondo che li circonda e poi, un giorno, entro in classe e la prof di italiano mi passa la scheda di comprensione del testo con il suo articolo.

Articolo che trovo offensivo nei confronti di una generazione intera (ma questo è già stato detto da molti), che non condivido affatto, che mi fa ribollire il sangue nelle vene e che fa sfavillare le lucciole nella mia testa. Già, le fa sfavillare impazzite di rabbia e pronte a creare qualcosa da proporle per farla ricredere.

Le ripeto: ma come?
Abbiamo letto tutti almeno un libro della famosa psicologa Silvia Vegetti Finzi (perlomeno qualche capitolo), esistono corsi su corsi per avvicinarsi alla psicologia dei ragazzi, conferenze su conferenze per avere almeno un’idea vaga dell’argomento, per avere almeno in testa una sorta di mappa generale del pensiero adolescenziale per non perdersi nei meandri complicatissimi dei nostri pensieri.

Eppure lei non sa.

Non sa che gli adolescenti sono quella "razza" sconvolta da emozioni fortissime, da fantasie esaltanti completamente campate in aria, da passioni sconvolgenti nate dal nulla, dalla sensibilità estrema e dal carattere estremamente variabile, da incertezze tremende e da pianti silenziosi.

Io mi rendo conto che voi professori possiate ritrovarvi in una classe, in una scuola, in un corso composto da ragazzi deficienti, ottusi, inebetiti dalla televisione, ma non dovete fare di ogni erba un fascio e scaricare il peso di una generazione di storditi addosso a quei ragazzi che, come me, pensano, amano leggere, amano esprimersi, amano in generale, ascoltano, discutono e fanno un sacco di altre attività intellettuali.

Contrariamente a quanto lei pensa, la nostra generazione non si sta sfasciando, ma solo evolvendo: gli stupidi non sono nati solo negli ultimi anni, ma sono sempre esistiti, anche tra i suoi coetanei.

Sono comunque d’accordo su una sua affermazione: molti ragazzi, io compreso, a volte si distraggono e vagano con espressioni di ogni sorta nel loro magico mondo.
Ma c’è da porsi una domanda e da farsi un esame di coscienza: questo fenomeno è dovuto a voi professori che non sapete rendere una lezione interessante? O siamo sempre noi, i piccoli studenti "dementi" (come lei ci ha definito) che non abbiamo mai voglia di far niente?
Se molti di voi insegnanti si facessero davvero “in quattro” penso che riuscireste a capire ciò di cui ha bisogno ogni singolo alunno, e invece di gettare "semi che rimbalzano su una terra asciuttissima" otterreste dei risultati concreti.
Una delle principali cause della “nostra” demenza, è la società stessa in cui viviamo, che è in continua e rapidissima evoluzione.
Un giorno vuole ragazzi intelligenti, ma il giorno dopo vuole solo persone di bell'aspetto, facendoci credere che questa sia l'unica qualità necessaria per avere successo in tutti i campi della vita, spingendoci a inseguire modelli esteriori, disinteressandoci agli eventi attuali e allontanandoci delle attività intellettuali.
Anche oggi, come noto quotidianamente nella mia scuola, ci sono giovani che si interessano alla politica, ma altri trovano più piacevoli altre attività, come penso si sia stato anche ai suoi tempi.

Insomma, come avrà capito, mi sento offeso e tradito. Tradito da quella generazione di adulti in cui io ho posto la mia speranza di essere guidato, in cui io spero di poter essere considerato un uomo, in cui speravo di riuscire ad avere dei punti di riferimento.
Ma purtroppo niente. Vorrà dire che, come dice lei, cercherò le mie figure di riferimento nella televisione, nei fumetti e nei mille altri personaggi irreali che la condizione economica della mia famiglia può darmi.

Quindi, salve a tutti, vado a discutere di eutanasia con Batman.



 Emilia    - 21-06-2004
La mia risposta arriva in ritardo, ma solo ora ho letto vari interventi. Avevo letto, invece, a suo tempo l'articolo di Lodoli. Sono un'insegnante della scuola media da trent'anni e sinceramente più che nelle risposte degli adulti mi ritrovo pienamente nelle risposte dei due ragazzi. In particolare quello di 14 anni nella sua semplicità mi sembra il più saggio. So che Lodoli insegna nella periferia di Roma e non stento a credere che lì la situazione sia critica, ma anch'io ho insegnato in quartieri disastrati dove ho trovato ragazzi demotivati, incazzati e oppositivi. Devo dire che la mia esperienza non è stata così deprimente. I ragazzi hanno sempre risorse nascoste, ma ho l'impressione che siamo noi adulti ad essere malati di pessimismo, di catastrofismo. Io sinceramente sono d'accordo nel dire che anche, quando ero ragazza io, c'erano ragazzi difficili, che non pensavano, che non riflettevano, ma allora la ricetta era sempice: bocciarli e così scomparivano dalla scena. Oggi sarebbe necessaria, questa sì, una seria battaglia per combattere la cultura - pattumiera della televisione, per ridare fiducia nel futuro a questi ragazzi e tante, tante altre cose per cui dovremmo essere noi adulti a fermarci a riflettere di più. Siamo sicuri di esserne ancora capaci? Studenti non scoraggiatevi, cercate di diventare, se possibile migliori di noi.

 angela potenza    - 02-10-2006
credevo di essere sola e invece.......
e del genocidio intellettuale dei docenti ne vogliamo parlare?

 Silvia    - 24-04-2009
Mi presento: Silvia, a breve diciottenne, studentessa di liceo scientifico.
Mi sono trovata a leggere questo articolo perchè il mio ragazzo doveva svolgere un articolo di giornale al riguardo immedesimandosi in un professore.
Leggendo mi sono ritrovata in molti punti, è quello che ho sempre detto io di tutti i miei compagni di classe.
Credo ci siamno tanti punti di vista da cui si possa affrontare questa questione, sperando di non risultare una "ottusa" proverò ad argomentare il mio.
Comincerrei citando una frase che mi ripeteva in continuazione mio fratello maggiore: vedrai che prima o poi anche tu odierai la scuola.
Beh, posso dire con tutta certezza che la mia visione fanciullesca della scuola non c'ha impegato molto a mutare appena ho cominciato i miei studi superiori.
Nei primi anni va tutto bene perchè reduce delle scuole medie impari tutto o quasi a memoria, ma quando all'età di 16 anni vedi tutto cambiato adattarsi alle nuove esigenze dei nuovi docenti può essere veramente difficoltoso e stressante: tutto ad un tratto ti chiedono di collegare tizio a sempronio, paragonarli, trovare similitudini e conseguenze...eh???
Ora, fin dal secondo anno di liceo scientifico io e la mia professoressa di italiano discutevamo circa i Poeti Maledetti, Giacomo Leopardi e tutto ciò che si spiegava, ma era un dialogo tenuto tra me e lei, e gli altri? Gli altri mi chiamavano stupida quando chiedevo delucidazioni, ridevano di me quando la professoressa dicevo che ero troppo pessimista, e ancora oggi qualcuno ricorda quando dissi "L'UOMO NON PENSA PIU'" e scoppiai in lacrime.
Soffrivo a non poter relazionarmi con gli altri, ma mi faceva ancor più mal e vedere chi imparava una lezione di storia a memoria avere un voto più alto del mio, perchè anche un sordo si sarebbe accorto che l'alunno preso in questione se fosse stato interroto e gli si fosse posta una domanda non avrebbe saputo che dire, eppure venivano elogiati..
Non che oggi sia molto cambiata la situazione, ma questa è solamente una delle tante incongruenze di questa maledetta istituzione.
E vi dirò, recentemente mi sono rassegnata, quando mi va di studiare lo faccio, altrimenti mi lascio ammaliare dalla cultura spazzatura eh si perchè mi sonoannoiata di combattere da sola.
Per me andrebbe cambiata l'intera organizzazione scolastica, ovviamente non nel modo obrobrioso nel quale ha fatto la Gelmini, ma attraverso ragazzi come me e più forti di me che la testa la usano e vorrebbero attivamente fare qualcosa per risanare la situazone.

Dicono che la scuola ti prepara a far parte della società, io invece dico che la scuola è come la società.
Se nella società ci sono ingiustizie, stranezze, falsità, individualità, illegalità, di conseguenza questi aspetti negativi vi sono anche nella scuola.
Potrà sembrare anche banale quello che dico, ma l'errore più eclatante che tutti compiamo ma che sembra che nessuno noti sta nel fatto che ci siamo abituati a questa "normalità" che in realtà tanto normale non è.
Si è arrivati al punto in cui qualsiasi cosa puà entrare a far parte della normalità: drogarsi, rifarsi il seno, farsi il botulino, guardare il gf.......
Abbiamo persino visto il nostro presidente del consiglio sprare con un mitra immaginario ad una giornalista, tutto nella normalità.
Credo che molti dei miei proffessori siano degli incompeteni, qelli competenti sono o corrotti, o distaccati, o ancora ottusi.
A scuola ho imparato che se un mio superiore sbaglia io devo stare zitta e sopportare perchè lui è un gradino sopra di me, ho imparato che i figli di papà anche se stupidi saranno sempe più bravi di me, ho imparato che avere una mia propria opinione non interessa a nessuno, ho imparato che chiedere spiegazioni ai professori e come chiedere a un boia di essere ghigliottinato, ho imparato che anche i professori che possono sembrare normali in realtà sono falsi, ho imparato che nessuno all'infuori di me rede in me e nelle mie doti.