Nicola Patriarca
Giuseppe Aragno - 11-12-2009
Dallo Speciale Il tempo e la storia: testimoni


Ci sono vicende umane e politiche che rivelano allo stesso tempo la complessità di un momento storico e la ricchezza delle prospettive da cui è possibile tentarne la lettura. Il peso della casualità, le radici lontane che legano tra loro gli eventi, la morsa convergente della logica repressiva che spesso smussa gli angoli delle sbandierate contrapposizioni ideologiche, la dignità che, nel sonno della ragione, sopravvive al disprezzo per i diritti umani nell'Italia del "duce" come nei Soviet di Stalin, questo e molto più si cela nella vicenda di Koliuscia - così Varia, la giovane moglie russa, chiama affettuosamente il marito, Nicola Patriarca - che paradossalmente i sovietici ritengono un anticomunista e in Italia incappa nei fulmini della repressione perché ai fascisti appare invece un pericoloso comunista .
In realtà, se si scava a fondo, se si leggono con attenzione le note, le lettere censurate e i rapporti confidenziali raccolti dalla polizia fascista in fascicoli ormai ingialliti dal tempo, si fa presto a capire che le antiche carte non raccontano semplicemente l'amaro destino di un uomo lontano dal fanatismo di entrambi i regimi, che vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature. C'è evidentemente dell'altro, c'è un punto fermo che, da una tragica vicenda personale, ricava l'elemento oggettivo d'una ricostruzione nella quale più che la conferma delle affinità e delle differenze che, a seconda dei punti di vista, accomunano o dividono i due regimi, diventa possibile trovare la misura della distanza che li separa da speranze, sentimenti e bisogni reali dei popoli che pretendono di rappresentare. A ripercorrerne la storia, la sensazione netta e immediata è che, nella vicenda di Patriarca, i conti non tornino e, a volerli far quadrare, non si possa far affidamento né sul punto di vista "burocratico" dei questurini fascisti - dietro il quale s'intravede soprattutto un'aspra reazione di classe - né su quello rivoluzionario, ma non per questo meno burocratico e conformista, dei bolscevichi che, in una ricerca ostinata di alternative alla logica aberrante del capitalismo, forzano i dati della realtà per poterli adattare alle astrazioni teoriche di quella dittatura del proletariato che, fatalmente, come intuirono per tempo alcune lucide intelligenze libertarie, più si trova a fare i conti con la complessità della vita reale, più si trasforma nella sua immagine speculare e si riduce a dittatura sul proletariato .
Il fatto è che la storia è scienza sociale e, in quanto tale, cede il campo alle sedicenti certezze delle "scienze esatte". Se gli storici accettassero la loro natura di opinabili narratori delle proprie e delle altrui ricerche e non si chiudessero nelle gabbie degli "statuti scientifici" e della legittimità accademica, sarebbe una fortuna: avremmo libri più comprensibili, lettori più numerosi e appassionati e un popolo più colto e consapevole . In attesa che questo accada - e chi ci crede invochi un miracolo - la vicenda dal Patriarca, cercherà invano una chiave di lettura appropriata nella categoria storiografica del "totalitarismo" che, generalizzando, si ferma su dati macroscopici e, com'è naturale, coglie le affinità, che sono abbastanza evidenti, ma sottovaluta fatalmente il peso delle differenze.

Nato a Mosca il 4 aprile del 1893, quando il trono degli zar sembra ancora abbastanza solido, Nicola Patriarca è cittadino italiano, ha vissuto in Russia per tutta la vita, come Vladimiro, suo padre, originario di Voronež, un porto fluviale di 80.000 anime e memoria storica della famiglia, il quale ricorda che italo-russi erano stati a loro volta "suo padre e sua madre e russo di adozione era diventato ancor prima "suo nonno, [...] tenente dell'armata napoleonica, fatto prigioniero e rimasto in Russia" . Comunista convinto, sebbene non militante, Patriarca, è un onesto lavoratore, non conosce fascisti, non sa bene probabilmente nemmeno cosa sia il fascismo e non ha commesso alcun reato contro quella rivoluzione che, nelle enunciazioni di principio, nelle motivazioni profonde e nelle fasi iniziali è stata davvero lotta di proletari per l'affermazione politica del proletariato. Nel 1937, però, quando Stalin, "con la maggioranza degli ex oppositori ormai giustiziata e Bukarin in prigione", opera un terribile "intervento di chirurgia etnico-sociale sul corpo della popolazione", Kolia è inevitabilmente coinvolto nei provvedimenti di repressione di massa - le grandi "purghe" del 1937-38. che colpiscono anche le cosiddette "nazionalità inaffidabili", quelle che per i documenti della polizia politica sono "soggette a governo straniero", benché i loro membri risiedano in Russia da oltre un secolo .
"Inaffidabile" per Stalin, quindi, e costretto a riparare all'estero per evitare i colpi della feroce repressione sovietica, nell'ottobre del 1937 il Patriarca si rifugia in Italia, dove il regime, che si accinge ad aderire al patto anti Comintern, colto il valore politico della vicenda, lo ospita di buon grado, tant'è che a febbraio del 1938, come "cittadino italiano profugo dalla Russia", è "ricoverato nel locale Albergo dei Poveri, a carico del comune di Napoli". Nei suoi confronti nessun pregiudizio, nessuna misura cautelare di sorveglianza, né informazioni che consiglino la prudenza. L'ospite, del resto, lontano dal suo mondo e dai suoi affetti e ancora scosso dalla persecuzione, appare così affidabile che, a pochi giorni dall'arrivo nell'istituto, è "adibito al servizio di custode alle prigioni del convitto maschile, unitamente con certo Tamigi Giuseppe pure ricoverato" .
Quali siano i progetti e le speranze del profugo in quei primi mesi del 1938 non è facile dire; la separazione dalla famiglia è stata, tuttavia, così dolorosa, che l'uomo chiede alla moglie di raccogliere la documentazione per un ricorso e la donna, disperata, gli scrive:

"Kolia caro, sono stata da tuo padre, [...] mi ha detto che lui è nato a Voronež, che suo padre e sua madre erano russi e che suo nonno era tenente dell'armata napoleonica. Fatto prigioniero è rimasto in Russia. Ecco che straniero sei tu e noi qui senza di te conduciamo una vita dura e triste".

D'altra parte, nonostante gli ingiusti provvedimenti di Stalin, la Russia rivoluzionaria ha lasciato nell'uomo segni così vivi e profondi, che l'aria del nostro paese gli pare irrespirabile e il paragone con la Russia dei Soviet, che rimane la sua patria, è inevitabile, tanto più che gli ospiti dell'Istituto si mostrano curiosi di sapere come si trovi in Italia un profugo della Russia dei Soviet. Per lunghi giorni l'uomo dissimula, si chiude in se stesso, evita discussioni che sa pericolose, poi, d'un tratto, in un giorno di metà aprile, coi fascisti in festa dopo i violenti bombardamenti di Barcellona, la crisi del governo Negrin e la Spagna repubblicana divisa in due dai falangisti, la solitudine, che spesso è cattiva consigliera, e un'opprimente sensazione di disagio hanno la meglio sull'iniziale diffidenza. Patriarca lo sa, quel momento è destinato a segnare ulteriormente la sua vita ma, lasciando che dentro di lui il comunista insorga, non si tira indietro e afferma con orgoglio "di trovarsi male in Italia, perché v'è molta miseria e si guadagna poco". Non contento, aggiunge "che in Russia, dopo l'avvento del bolscevismo le condizioni economiche degli operai sono state di molto migliorate e che egli era riuscito a guadagnare 32 rubli al giorno" .
Benché colpito da una cieca repressione, Kolia, quindi, si riconosce ancora nelle motivazioni e nelle realizzazioni della rivoluzione bolscevica che evidentemente non è stata per lui solo esclusione e oppressione. Preso dalla foga e rotti gli argini, l'uomo non esita a motivare le sue riserve: in Italia, spiega, non si sente "parlar d'altro che di guerra", mentre "in Russia tutti erano fratelli" . In quanto "alla reale potenza militare italiana", precisa tagliente, i fascisti hanno "conquistato l'impero per la deficienza bellica degli abissini" e, se "hanno strappato ai repubblicani spagnoli molte vittorie, non si deve al loro valore, bensì alla scarsità di mezzi aerei e di munizioni dei rossi". La conclusione ha il valore profetico d'un monito: questo "non avverrebbe se l'Italia malauguratamente venisse in guerra con la Russia" .
Patriarca naturalmente non può saperlo, ma in prospettiva e a distanza di decenni, il suo sfogo getterà più di un'ombra sulle deformazioni del revisionismo, che assimila sotto la fuorviante etichetta del "totalitarismo" regimi politici che condivisero metodi comuni a tutte le dittature, ma ebbero natura e funzione storica ben diverse tra loro. Un "merito postumo" che, tuttavia, non mette il Patriarca al riparo dalle prevedibili conseguenze di critiche pubblicamente rivolte al regime e immediatamente riferite alla polizia politica dall'immancabile "confidente". Né servirà a qualcosa, d'altro canto, la certezza che l'antifascismo del profugo sovietico non può essere in alcun modo "militante". Denunciato "come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici", il 28 maggio 1938 l'uomo, che in Russia s'è lasciato alle spalle l'accusa di anticomunismo, finisce davanti alla Commissione Provinciale per l'assegnazione al confino, che lo spedisce per tre anni a San Costantino Calabro, perché, "esaltando lo Stato bolscevico, oltraggiando la Nazione Italiana, il Fascismo e il Duce", ha dimostrato d'essere, invece, un "convinto comunista, svolgendo propaganda e manifestando il suo odio pel Regime" . Paradossalmente, quindi, il comunismo di un uomo legato alla rivoluzione d'ottobre, ai suoi principi ispiratori e alle sue iniziali realizzazioni, risulta "pericoloso" in ogni caso: se è autentico, come ritiene l'Italia fascista, che condanna il Patriarca al confino, o "inaffidabile", come è apparso nella patria dei Soviet, da dove la spietata "repressione preventiva" di Stalin lo ha costretto a fuggire , Gli italiani, si sa, son "<7i>brava gente", San Costantino Calabro non è certamente la Siberia e può darsi che lager e gulag siano stati più feroci del confino fascista, come da un po' raccontano revisionisti d'ogni colore, sostenuti con singolari equilibrismi etici dagli eterni chierici della tradizione trasformista . Sta di fatto, però, che il prigioniero russo va incontro a un vero e calvario e, quando finalmente riesce a stabilire un primo, momentaneo contatto con la moglie Varia e il figlio Koka, dal giorno dell'arresto sono passati addirittura sette mesi dall'arresto.

"Carissimo Kolia! - scrive la moglie da Karkov l'11 novembre del 1938 - Finalmente abbiamo ricevuto la tua lettera. Ero già inquieta per il tuo lungo silenzio. Caro Kolia! Io non capisco bene. Dunque tu hai ricevuto anche la cartolina che ti ho mandata a Napoli. In tutto ne hai ricevuto due" .

Cosa sia accaduto in quei lunghi mesi non è facile dire, ma è chiaro che un insuperabile muro di silenzio e di dolore ha diviso l'uomo dal suo mondo. Più che una corrispondenza, le lettere, infatti, sembrano una somma di monologhi che provano invano ad aprire un impossibile dialogo. Non potendo scrivere - i fascisti non consentono - l'uomo è costretto a immaginare ciò che vorrebbe leggere o ascoltare. Il tempo, per lui, d'un tratto s'è fermato e in mente le domande si affollano: che fa la moglie? Come tira avanti? E Koka, il figlio, sta bene, se la cava? Come l'ascoltasse, Varia gli scrive che il ragazzo "è passato nella quinta classe dopo gli esami di riparazione", ma tutto è frammentato e sfuggente, tutto sembra smarrito nei vuoti della memoria. Persino i volti e il suono delle voci.

"Tu sai com'è nostro figlio - prosegue la moglie - vuol far tutto ma per lo studio è pigro. E' una vera disperazione. Bisogna stargli sempre dietro. Adesso si interessa ai colombi. Ha fatto da sé una gabbia e poiché io non gli ho permesso di tenerli in casa, li tiene da un compagno" .

Manca una guida, una mano affettuosa ma ferma che indichi la via al ragazzo inconsapevole e vivace che finalmente gli scrive:

"Caro papà, abbiamo ricevuto la tua lettera e siamo tanto contenti. Noi viviamo assai bene. Un pesciolino è morto e l'altro se l'è mangiato il gatto. Adesso volano qui dei colombi. lo do loro da mangiare ma non li acchiappo perché sono selvatici. Papà io sono passato nelle quinta dopo gli esami di riparazione. Adesso studio assai bene. Abbiamo avuto tre giorni di vacanza. lo sono stato a letto cinque giorni e cosi non ho ricevuto la pagella. Quanto saprò i miei punti te lo scriverò. Papà i francobolli non li ho ricevuti. Tu mi domandi se faccio la collezione di francobolli. Sicuro che la faccio. Per ora arrivederci. Ti abbraccio forte, forte tuo figlio Koka".

In quanto alla moglie, che probabilmente non conosce bene la sorte toccata al marito in Italia, la sofferenza ha toni dolci, ma terribilmente acuti:

"Caro Kolia, non vedo il momento che la nostra famiglia si riunisca. Non ho che un desiderio; di esser tutti insieme. In questi giorni il nostro Koka è stato poco bene. Ho chiamato il dottore. Ora sta meglio. Tempo fa sono stata chiamata nella sua scuola. E' buono ma non vuol studiare. Bisogna che tu gli scriva. [...] Se tu ritornassi presto! Io al solito lavoro, Koka studia. Da poco è venuta la mamma e cosi viviamo nella speranza di riunirci e allora vivremo benissimo. Scrivi come stai di salute, come vanno i tuoi affari. Quando potremo essere di nuovo insieme! Noi sentiamo molto la nostalgia di te stiamo male senza di te. E scrivici più spesso. Sono inquieta per la tua salute. Vorrei dirti tante cose ma non è possibile per lettera".

Una risposta il marito riesce a inviarla, ma giunge in Russia quasi un anno dopo, nell'ottobre del 1939. Solo un mese prima, l'Armata Rossa ha aggredito da Oriente la Polonia, martoriata a Occidente dalla Wermacht di Hitler, in una guerra di distruzione di una ferocia che non ha precedenti e sconvolge ogni equilibrio. Tutto vacilla, gli ideali, il senso della dignità, il confine stesso tra ragione e istinto animale, i principi attorno ai quali solo pochi anni prima ruotava la vita di Nicola Patriarca e della sua famiglia. Ogni speranza sprofonda in una notte interminabile e buia e ciò che prima pareva a Varia motivo d'un orgoglio sia pure amaro si va trasformando in un cupo senso di colpa: "Caro e amato Xoliuschka, [...] che amarezza di esserci creati da noi tanto dolore!" scrive la donna al marito il 15 ottobre del 1939 in una lettera in cui la disperazione si alterna alla speranza. "Pazienza", [...] bisogna [...] aspettare che la felicità ci sorrida di nuovo. Dobbiamo vivere e credere che saremo di nuovo insieme", prosegue la donna che, nel rimescolamento delle carte prodotto dalla guerra ha fatto quanto poteva per ottenere il ritorno del marito in Russia, ma non ha mai ottenuto una risposta precisa e s'è rassegnata: "io non posso far niente", pare sia "necessario che tu faccia le pratiche. Informati costì".
Quali pratiche e a chi indirizzate la donna non saprà mai. Ogni cosa diventa vaga, incerta e dolorosa, anche se Varia si fa coraggio e spera:

"Koka sta bene..[...] Pare che studi un po' meglio ma è sempre pigro. Potrebbe studiare benissimo ma contentiamoci. Adesso sta più in casa. Ho bisogno di 250 rubli per lui, ma forse li avrò presto. In generale ogni giorno mi porta una sorpresa ma penso che avrò la forza di sopportare tutto in attesa che venga il momento che saremo tutti insieme. Basta che ci sia la salute. [...] Caro Kola, io frequento i corsi di infermiera e credo che tra un mese e mezzo avrò il mio diploma. Mi è venuto a noia di fare l'insegnante. Come sarebbe bene se tu fossi qui. Devo fare tutto da me. [...] Nell'animo sento, tristezza. Tutti vivono con il marito, il mio non c'è".

La stretta repressiva che accompagna la furia della guerra cancella le speranze di Vania. Dopo la Polonia, per Stalin è il turno della Finlandia; una dopo l'altra Hitler assale Danimarca, la Norvegia, l'Olanda e la Francia, contro la quale, abbandonando ogni prudenza, Mussolini scatena proditorio l'impreparato esercito italiano. Il 9 febbraio 1941, mentre l'Europa è ormai un sanguinoso campo di battaglia, Nicola Patriarca riesce a far giungere sue notizie alla famiglia:

"Miei cari Variuscia e Koka, - scrive il confinato - è quasi un anno e mezzo che non vi scrivo e non ricevo vostre lettere, ma avrete probabilmente capito che non è per colpa mia. Oggi ho ricevuto il permesso di scrivervi una lettera in russo e ne approfitto immediatamente".

Così si apre l'ultima lettera spedita dal confino. Un anno e mezzo di silenzio, una lontananza sempre più dolorosa e le mille ingiustizie subite sembrano finalmente lasciare un po' di spazio alla speranza di un ritorno che, tuttavia, la tragedia della guerra rende sempre più difficile e avventuroso.

"Sono sano e salvo - prosegue il Patriarca - penso a voi ogni giorno, vivo al pensiero di voi. Il 18 aprile finisce il mio esilio, cosa sarà dopo non lo so ma penso che vi rivedrò tutti e due. Sono già tre anni e mezzo che sono lontano da voi. Koka? [...] Credo che ormai non sia più il caso di chiamarlo così: quando l'ho lasciato era piccolo e adesso, se non sbaglio, deve avere 14 anni passati, già un giovanotto, a momenti bisognerà pensare a sposarlo. Come vanno, caro, le tue cose, che classe fai, come vanno gli studi, come passi le tue sere, sei sempre appassionato del cinema come eri prima? Quante domande vorrei fare ma non è possibile scrivere tutto. E tu Variuscha, ti ricordi sempre di me o mi hai dimenticato? Lavori sempre nella fabbrica dei profumi o fai l'infermiera come scrivesti nella tua ultima 1ettera. E' sempre vivo il babbo o è morto, quando sono partito era già vecchietto [...] Della mia vita non c'è niente da scrivere, una vita monotona, un giorno assomiglia all'altro. [...] Vorrei scrivere tante cose ma i pensieri fuggono e non posso ricordarli. Variuscha, [...] dato che la lettera deve passare la censura, non rispondere ed aspettane una col nuovo indirizzo perché, come ti ho scritto, il 18 aprile sono libero e non so dove mi manderanno. Ecco per ora è tutto, vi abbraccio forte, forte a tutti e due".

Kola svanisce così, con quest'abbraccio. Altro di lui non sappiamo e anche Varia perdiamo con lui. In quanto a Koka, non è da escludere: potrebbe essere ancora vivo. Sono trascorsi decenni. La rivoluzione bolscevica ha chiuso la sua parabola storica, la Russia dei Soviet si è disintegrata sotto il peso delle sue contraddizioni e quel fascismo che sognava di permeare di sé la civiltà occidentale vive solo nella nostalgia di vecchi rottami e nel delirio di qualche giovane fanatico. Non sappiamo se Kola sia riuscito a tornare tra i suoi compagni bolscevichi nella Russia aggredita, se abbia riabbracciato il figlio e la sua Varia e se assieme siano usciti indenni dalla ferocia della guerra. Come che sia andata, la vicenda di questo comunista merita d'essere ricordata in questo nostro tempo di strumentali revisioni e gratuiti processi perché ha il valore di un monito e chiede conto del silenzio che l'ha cancellata dalla storia. Lo storico - sembra dirci - non può chiamarsi fuori dalla mischia in nome di una pretesa neutralità dei fatti. Dietro gli eventi ci siamo noi e la storia è un dialogo tra uomini vissuti in tempi diversi tra loro, sicché il passato cambia col cambiare degli uomini e vive nel presente che ci aiuta a "leggere" In questo senso, Nicola Patriarca vive ancora. E ci parla.

Note

1.Archivio Centrale dello Stato, Roma, Ministero dell'Interno, Casellario Politica Centrale, (da qui in avanti ACS, CPC), busta (d'ora in poi b.), 3781, fascicolo (in seguito f.) "Patriarca Nicola", e Confino Politico, Fascicoli Personali (d'ora in poi Confino), b. 793, f. "Patriarca Nicola". Sulla vicenda del profugo, si trovano cenni in Rosa Spadafora, Il popolo al confino. La persecuzione fascista in Campania, Athena, Napoli, vol. I, pp. 27-28 e 373, che, tuttavia, si sofferma sulla vicenda personale di cui non coglie il profondo significato politico.
2.Nella sua recente storia dell'Unione Sovietica, Andrea Graziosi sostiene che fino al 1920, quando ne scrissero Ludwig Mises e Boris Davidovič Bruckus, nessuno aveva ancora "messo in luce la tara di origine ideologica" del sistema sovietico. In realtà, nel luglio del 1919, Errico Malatesta aveva già individuato i limiti teorici e l'esito fatalmente burocratico e autoritario della rivoluzione bolscevica. "Lenin, Troski e compagni, - ebbe a scrivere, infatti, Malatesta - sono di sicuro dei rivoluzionari sinceri, [...] ma essi preparano i nuovi quadri governativi che verranno dopo per profittare della rivoluzione ed ucciderla". Andrea Graziosi, L'Urss di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica. 1914-1945, Il Mulino, Bologna, p. 10, e lettera di Malatesta a Fabbri, datata 30-7-1919, in Errico Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, prefazione di Gino Cerrito, Tipografia Il Seme, Carrara, 1975, riportata da Luigi Di Lembo, Guerra di classe e lotta umana. L'anarchismo in Italia dal biennio rosso alla guerra di Spagna. 1919-1939, Biblioteca Serantini, Pisa, 2001, p. 57.
3.Nella prima metà del Novecento Benedetto Croce elaborò una filosofia della storia in cui affermava che ogni storia e , per sua natura, "storia contemporanea", perché lo storico guarda al passato con gli occhi dell'uomo del presente, alla luce dei problemi del presente e secondo la sensibilità del tempo in cui si è formato. La storia, quindi, non è solo una ricostruzione di fatti, ma il giudizio che se ne dà. Com'è noto, Croce sostenne questa sua affermazione con una constatazione logica: se lo storico si limitasse semplicemente a catalogare dei fatti senza esprimere giudizi, come farebbe a sapere ciò che vale la pena di catalogare? Benedetto Croce, La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari, 1938. Nonostante la limpida riflessione di Croce, ancora alcuni anni fa, un noto studioso americano si è chiesto il perché della molto "recente acquisizione della storia contemporanea nell'ambito della rispettabilità accademica", e ha ritenuto di poterle individuarle nell'assenza del necessario distacco e, quindi, di quella obiettività di giudizio assicurati dallo spegnersi delle passioni legate alla vicinanza degli eventi. Arthur Schlesinger Jr, On the writing of contemporany history, in "Atlantic Monthly", marzo 1967, p. 69, riportato da Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 7-8, al quale si rimanda per un'attenta e aggiornata riflessione sull'argomento. Ancora molto stimolante in tema di filosofia della storia, nonostante gli anni, è certamente Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966.
4.ACS, CPC, Confino, b. 793, f. "Patriarca...", cit., lettera proveniente da Kharkov, spedita al confinato dalla moglie Varia l'11 novembre 1938 e tradotta dal russo per la polizia da Valentina Dolgher.
5.Andrea Graziosi, L'Urss da Lenin..., cit., pp. 417-19. A proposito del terrore, Graziosi osserva che "una volta penetrata la sua logica, esso ci appare [...] una gigantesca opera di 'pulizia' decisa dall'alto, che seguiva due strade: l'eliminazione dei 'detriti' ostili lasciati dalla costruzione del socialismo [...] e quella di ogni quinta colonna potenziale in vista della prossima guerra. [...] Ciò spiega [...] il peso determinante che vi ebbero le nazionalità collegate a stati esteri, le persone che avevano contatti con l'estero [...] e gli stranieri, inclusi gli emigrati politici: molti dei comunisti rifugiatisi in territorio sovietico [...] presero allora la via delle carceri o del Gulag". Ivi, p. 425. Sulla sorte degli italiani nella Russia sovietica, si veda Elena Dondovich e Francesca Roghi, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006.
6.ACS, MI, Confino, b. 793, f. "Patriarca...", nota n. 12.2 del 19-5-1938 inviata da Antonio Contursi, comandante della Tenenza Scali della Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Napoli, alla Regia Questura e, per conoscenza, al Comando del Gruppo Interno dei Reali Carabinieri di Napoli.
7.ACS, CPC, b. 3781, f. "Patriarca...", profilo biografico.
8.Ivi, Confino, b. 793, f. "Patriarca...", cit., nota n. 12.2 cit.
9.Ibidem, nota n. 12.2 cit.
10.Ibidem.
11.Ibidem e Rosa Spadafora, Il popolo..., cit., p. 27 12.ACS, Confino, b. 793, f. "Patriarca...", cit., nota n. 12.2 cit.
13.Ivi, ordinanza del 29 maggio 1938, emessa dalla Commissione Provinciale per l'assegnazione al Confino di Polizia composta dal vice Prefetto, Gennaro Sannino, dal Sostituto Procuratore del Re, Beniamino Patrone, dal vice Questore Umberto Palma, dal comandante Gruppo Interno dei Carabinieri, Ulderico Berengo, da Michele Bellocci, Seniore della M.V.S.N e da Avallone Raimondo con funzioni di segretario.
14.Il carattere "preventivo" della repressione di massa, osserva Graziosi, fu quello "più discusso ai vertici. Stalin sottolineava nella sua copia della 'Pravda i passaggi sul nemico interno" e "persino i filatelici furono tra le subcategorie del terrore". Andrea Graziosi, L'Urss di Lenin..., cit., p. 425.
15.Silverio Corvisieri, La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchino a Berlusconi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004.
16.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. "Patriarca...", cit., Lettera della moglie Varia datata Kharkov 11 novembre 1938.
17.Ivi.
18.Ibidem, nota senza data e provenienza, ma spedita certamente da Kharkov l'11 novembre del 1938. Stupisce il fatto che nelle lettere dei familiari di Patriarca non si ritrovi cenno alla terribile carestia di qualche anno prima, sulla quale si veda Andrea Graziosi, Lettere da Kharkov: la carestia in Ucraina e nel Caucaso del nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino, 1991.
19.ACS, MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. "Patriarca...", cit., lettera della moglie Varia dell'11 novembre 1938.
20.L'alleanza della Russia con la Germania fu conseguenza diretta di gravi scelte politiche dei Paesi occidentali. Com'è noto, il "Cremlino provò a costruire un'alleanza militare che scoraggiasse Hitler", ma non trovò alcuna disponibilità. Londra, infatti, che sperava in un conflitto tra Germania e Russia, "non mandò il suo ministro degli esteri a condurre i negoziati a Mosca, ma un addetto militare" al quale "non fu conferito il mandato per trattare". Le conseguenze furono naturalmente tragiche, perché, come osserva Service, "se Stalin aveva sinceramente pensato a un'alleanza con le democrazie occidentali, ora sapeva di non poter contare su di loro". Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 278-79. Sulla vicenda si vedano Michael Jabara Carley, 1939: l'alleanza che non si fece e l'origine della seconda guerra mondiale, La Città dl Sole, Napoli, 2009, e Andrea Graziosi, L'Urss di Lenin..., cit, pp. 447-49, che si ferma però quasi esclusivamente sulla politica estera di Stalin.
21.ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. "Patriarca...", cit., lettera inviata a Nicola Patriarca dalla moglie Varia il 15 ottobre 1939.
22.Ivi.
23.Ibidem, lettera di Nicola Patriarca spedita da San Costantino Calabro il 9-2-1941.

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