Manuale di sopravvivenza alla Controriforma
Vittorio Delmoro - 03-10-2002
Ovvero


RIUSCIREMO NOI EROI COMBATTENTI DELLA SCUOLA PUBBLICA A RESISTERE AI LANZICHENECCHI FORZAITALIOTI?

A dispetto dell’ironia del sottotitolo, quello che segue è di una serietà disarmante.

Il presente Manuale prende le mosse da uno scenario molto probabile e si basa sul decreto per la sperimentazione appena firmato dal ministro Moratti.

LO SCENARIO

Il prossimo settembre (2003), dopo che la controriforma sarà stata approvata dal Parlamento, magari con qualche emendamento bipartizan per fornire un alibi a Culturani, Di Menna e ai loro referenti ulivisti, dopo che le 200 scuole sperimentali saranno uscite entusiaste dall’esperienza, tutta la scuola italiana viene investita dai nuovi ordinamenti.
In effetti questo scenario non si presenta come ineluttabile, ci sono alcune varianti (non di poco conto) che potrebbero deviare il corso degli eventi. Fra queste mi permetto di suggerirne un paio al ministro, che dovrebbe come minimo sentire il dovere di consultare il mondo della scuola, al di là delle farse degli Stati Generali e dei sondaggi : un referendum da sottoporre ai più diretti interessati (insegnanti, ATA, dirigenti, divisi però per categoria); un’assemblea democratica a Roma, cui potessero partecipare almeno tre docenti per ogni scuola, eletti dai rispettivi Collegi Docenti su due mozioni contrapposte (pro o contro la riforma), due per la maggioranza e uno per la minoranza (ameno di unanimità, nel qual caso i tre docenti rappresenterebbero una sola mozione); in tale assemblea Moratti potrebbe sforzarsi di convincere gli incerti e giungere poi ad un voto finale. Il risultato di ambedue queste opzioni non sarebbe ovviamente vincolante per il governo; la riforma interessa tante altre persone e componenti, a cominciare dagli studenti e dai loro genitori; sarebbe però chiaro l’atteggiamento del mondo della scuola (degli addetti ai lavori).

Temo però che una cosa così ovvia (proprio perché ovvia, e democratica), non passi neppure per la testa del ministro, così occupato a procedere come uno schiacciasassi sopra qualunque obiezione.

Di qui la previsione dello scenario.

I PUNTI FONDANTI


Le caratteristiche più specifiche della controriforma morattiana si possono così riassumere :
− Il tutor : (che nella scuola elementare diventa anche insegnante prevalente e quasi unico)
− Il Piano di Studio Personalizzato
− Il Port-folio delle competenze
− L’anticipo della frequenza
− Il doppio canale secondario

Non mi occuperò di quest’ultimo punto in quanto lo scenario diventerebbe troppo vasto ed articolato : se infatti la controriforma morattiana, a meno di accelerazioni incomprensibili, andrà a regime solo fra una decina d’anni, la scuola secondaria, in particolare la formazione professionale sottostà alle intese che il ministero ha stipulato con le regioni governate dal Polo; pertanto si prevedono applicazioni che solo in parte si rifanno alla normativa nazionale e dunque per loro non si può ancora formulare un manuale adeguato alla bisogna.
Tutta la scuola di base invece sarà costretta a sottostare alle prime quattro caratteristiche, tranne la scuola media per ciò che si riferisce all’anticipo, e di queste mi occuperò.

IL TUTOR
La parola chiave è indicativamente: si trova nel secondo capoverso dell’art. 6 del Decreto Ministeriale n.100, laddove si dice Il docente tutor del team assicura in ciascun gruppo-classe una presenza temporale settimanale indicativamente individuata tra le 18 e le 21 ore di insegnamento frontale. Si parla naturalmente della prima classe della scuola elementare; nelle classi successive la prevalenza viene attenuata a non meno di 16 ore settimanali.
Appare subito evidente che il concetto di prevalenza non può essere superato in favore della perfetta parità; però la prevalenza che suggerisco può costituire un aspetto positivo : ciò che va evitata è l’unicità e siccome si fa riferimento ad una settimana scolastica di 30 ore (27 in prima), ecco che ancorare la prevalenza a 16 ore appare un criterio accettabile. Per le classi successive alla prima questo è già contemperato dalla legge ( non meno di 16 ore ), per la prima bisogna rifarsi a quell’ indicativamente , che non necessariamente significa obbligatoriamente , tanto più che il decreto è tutto cosparsi di riferimenti alla flessibilità organizzativa e all’adeguamento alle diverse situazioni locali.
Dunque si può accettare un tutor a 16 ore!
La questione però non è puramente oraria, anzi.
Il decreto assegna al tutor una serie di compiti : la compilazione del Piano di Studio Personalizzato, la compilazione del Portfolio delle competenze, il rapporto con le famiglie, la continuità educativa, il coordinamento del team docente.
A questo punto si apre un primo varco : il tutor dispone di tre ore settimanali per svolgere tutti questi compiti; ma anche gli altri docenti del team hanno attualmente due ore settimanali da destinare alla programmazione; dunque delle due l’una : o tali ore restano e quindi l’ora di cui dispone in più il tutor sarebbe destinata alla pura e semplice compilazione dei documenti (lavoro sostanzialmente casalingo), oppure spariscono le due ore di programmazione per gli altri docenti; in tal caso non si capisce bene in quali orari il tutor dovrebbe coordinare i colleghi!
In sostanza la differenziazione oraria tra tutor e colleghi si riduce ad un’ora alla settimana.
Il secondo varco è rappresentato dall’interpretazione piena della flessibilità organizzativa, rivendicata dalle scuole ed accettata dal ministro; pertanto in ogni scuola il tutor potrebbe proporre una conduzione collegiale, tale da condividere tutte le proprie incombenze, dalla compilazione dei Piani e del Portfolio ai rapporti con le famiglie e con gli altri ordini di scuola.
Tale scelta ridimensiona drasticamente la figura del tutor, limitando le differenze ad un’ora in più alla settimana per le incombenze burocratiche e alla prevalenza nella classe.
I suoi colleghi di team, lungi dall’essere relegati a comparse educative e a fornitori di documentazione, conservano la presenza educativa nella classe (ad esempio con un turno settimanale di 8 ore e un altro di 6 ore) ed affrontano collegialmente tutte le incombenze connesse alla professione.
Resta un solo virus ad infettare questa comunità riappacificata : la differenziazione stipendiale.
Se infatti alla figura del tutor venisse assegnata una maggiorazione di salario di una certa consistenza, ogni condivisione di compiti sarebbe cancellata all’istante : tu sei il tutor, tu becchi i soldi e quindi tu pedali!
Questo sì che sarebbe deleterio e come tale va drasticamente combattuto!

IL PIANO DI STUDI PERSONALIZZATO

Che cosa significa questa novità? Ed è davvero una novità?
Fino ad oggi ci sono stati i Programmi (gli Orientamenti), i curricoli e l’invito ad individuare percorsi personalizzati per quegli alunni che incontravano difficoltà ad affrontare questa o quella questione; si chiamava individualizzazione e solitamente si traduceva in un’attenzione particolare per quei pochi casi che costituivano la media delle problematicità di ogni classe.
Oggi sembra che il decreto voglia estendere la pratica a ciascun alunno; vale a dire che il ministero indica gli obiettivi che tutti, in ogni parte del Paese devono raggiungere e gli insegnanti costruiscono per ogni alunno un percorso specifico volto al raggiungimento di tali traguardi.
L’intento appare lodevole e parte dalla premessa che ciascuno arriva a scuola (a due anni e mezzo, a tre, a cinque, a sei, …) con un bagaglio di requisiti e conoscenze differenziato e dunque il punto di attracco di ciascuno è diverso e conseguentemente pure il percorso successivo. Il compito dei docenti sarebbe dunque quello di conoscere questo bagaglio di partenza (attraverso le famiglie, i docenti precedenti, …) e formulare un percorso particolare.
È una pratica molto diversa da quella attuale? Non mi pare, tranne che nelle parole.
Tutto ciò che ho detto lo si fa già correntemente, senza assegnargli l’enfasi ministeriale, ma anche senza produrre quella mole di documenti che invece balza subito agli occhi.
Questa è la sostanza!
Dopo il primo mese di ogni anno scolastico ogni alunno verrà dotato del proprio Piano di Studi, che però differenzierà dagli altri solo per piccoli, a volte insignificanti particolari, tranne i casi che (come ora) meritano davvero un percorso tutto loro (pensiamo all’handicap).
Nella pratica poi tutti gli alunni seguiranno lo stesso percorso (sempre con le eccezioni già oggi presenti) e la differenziazione dei Piani di Studio sarà realizzata solo dalla frequenza di un laboratorio, piuttosto che di un altro; vale a dire che per 26 delle 30 ore settimanali si fa tutti la stessa cosa, per le restanti quattro qualcuno farà pittura, qualcun altro invece danza (o recupero, o cartoni animati, o…).
Quel che voglio dire è che la effettiva realizzazione pratica di Piani di Studio Personalizzati e quindi di percorsi davvero differenziati alunno per alunno, abbisognerebbe di risorse che il ministro neppure immagina! E siccome la riforma sarà realizzata non solo a costo zero, ma addirittura risparmiando sui costi, figuratevi quali percorsi personalizzati potrà realizzare il nostro povero tutor in classi che arriveranno ovunque a 28 alunni!
I Piani di Studio Personalizzati sono destinati ad ingolfare di carte gli armadi scolastici e degli uffici e ben presto saranno dimenticati da tutti. La prospettiva è proprio che quell’ora in più a disposizione del tutor sia dedicata a scrivere tutte queste inutili carte. E siccome la cosa appare obbligatoria, bisognerà adempierla impiegando le minori energie possibili, fino a che dal ministero stesso non diranno di soprassedere.

Il PORTFOLIO DELLE COMPETENZE

Ho già salutato altrove con favore questa novità.
Che ciascun alunno sia dotato di una valigia in cui riporre e portare con sé le attestazioni del suo operato scolastico dall’ingresso nella scuola fin alla sua uscita, mi sembra un bel gesto da parte dello stato. La creazione di una memoria, di un percorso, di un curricolo mi sembrano quasi un diritto che ciascun alunno dovrebbe pretendere dall’istituzione in cui è obbligato a trascorrere così tanta parte della sua vita giovanile. Che il ministero lo istituisca per decreto mi sembra dunque ovvio e positivo, a meno che non si trasformi in un onere puramente burocratico, come i suddetti Piani di Studio.
Il rischio c’è ed è concreto. Raccogliere i materiali prodotti dagli alunni non è difficile, è anzi una pratica normale della scuola materna che al termine di ogni anno consegna ai genitori una voluminosa cartella contenente disegni, schede, prodotti di vario genere realizzati dal proprio figlio; anche in qualche scuola elementare lo si fa, però limitatamente ad elaborati più seri e più ponderosi (testi, dispense, fascicoli, ipertesti, video, …); dalla scuola media in su la pratica scompare. Dove poi finisca tutta questa documentazione non è dato sapere, ma si suppone che venga conservata in qualche baule presso le famiglie più coscienziose e acculturate e venga usata come carburante per il camino per altre meno attente. In ogni caso è destinata a non avere alcuna conseguenza sul percorso di studio degli alunni.
Il Portfolio è però un’altra cosa e proprio perché tale rischia di trasformarsi nell’ennesima incombenza burocratica; bisognerà selezionare la documentazione; accompagnarla con note, osservazioni, valutazioni; differenziarla per periodi, per competenze, per discipline, per docenti; arricchirla con griglie preparate ad hoc; …
Tutte cose che richiedono tempo, applicazione, studio, nuova professionalità e che si ridurranno fin da subito nella compilazione di qualche schema appositamente preparato dal ministero o dal capo d’istituto.
Che poi questa strana documentazione sia davvero attendibile è tutto da dimostrare e che venga assunta dai docenti successivi come reperto prezioso per la costruzione dei Piani di Studio è ancora più aleatorio.
In proposito ho un’esperienza pluridecennale di rapporti di continuità fra scuola elementare e scuola media : obiezioni e sordità reciproca. Tanto per fare qualche esempio : si è partiti con un colloquio alla fine di giugno tra maestri delle quinte e professori (ma solo quelli non impegnati con gli esami, una piccola minoranza e spesso neppure delle future classi prime); noi si raccontava le cose di ogni alunno apprese in cinque anni di elementari, loro prendevano appunti e soprattutto incasellavano ciascuno nella famosa griglia a 5 livelli (insufficiente, sufficiente, distinto, buono, ottimo); prendevano nota dei casi particolari e delle preferenze di accoppiamento (nella stessa sezione); la successiva formazione delle classi a volte teneva conto di quegli appunti, a volte no; con l’inizio del nuovo anno tutto quanto veniva praticamente dimenticato.
Allora si è aggiunto a quello di giugno un colloquio ottobrino, per verificare se le problematiche (almeno quelle) venivano prese in considerazione o no; la situazione presentava qualche miglioramento, ma tutto veniva poi dimenticato dopo qualche mese.
Allora si è aggiunto un documento ufficiale (sintesi globale) che accompagnava ogni alunno alla scuola media (assieme all’attestato e alla scheda di valutazione) per specificare meglio il percorso scolastico compiuto, aspetti del carattere, della relazionalità, della cognitività e anche notizie sulla famiglia. Abbiamo constatato che spesso il documento neppure veniva letto o, se letto, subito dimenticato, annegato sotto il peso dell’alto numero di alunni di ciascuna sezione e sotto la frammentazione dei professori che, in nove, si alternano in ciascuna classe.
Una maestra che aveva dotato i propri alunni di una vera valigia contenente la precisa documentazione di un percorso matematico durato cinque anni si è sentita rispondere dalla collega della scuola media che nessuno le avrebbe pagato le ore necessarie a leggersi tutto quel popò di roba!
Ecco dimostrata nei fatti la burocratizzazione del Portfolio : se costituito da vero materiale, diventa un’incombenza (non pagata) sia per chi lo raccoglie sia per chi lo dovrebbe consultare; se ridotto a qualche griglia prestampata, sarà svuotato di ogni utilità ed efficacia.

L’ANTICIPO

Appare come un elemento ineluttabile, ma l’ANCI e il CNPI l’ hanno sottoposto ad una serie tale di condizioni (accettate dal decreto ministeriale), da renderlo praticamente inattuabile.
Vediamo :
− Nella scuola materna l’anticipo è condizionato dalla mancanza di liste d’attesa per i bambini di tre anni, dal numero degli alunni che non può superare la soglia e che deve anzi essere ridotto di due o tre ogni nuovo anticipo, dalle strutture che devono essere adeguate, dalla effettiva presenza di personale preparato, dall’accordo con gli Enti Locali.
− Nella scuola elementare da condizioni simili, più il raccordo dei team didattici dei due ordini di scuola.

C’è poi la variabile famiglia : l’anticipo deve essere chiesto dalla famiglia, la quale per la scuola materna farà prevalere le proprie necessità socio-economiche (asili nido assenti o comunque troppo costosi), ma per la scuola elementare non avrà altra ragione che la propria (eventuale) ambizione a far apprendere anzitempo a leggere e scrivere. Pertanto sono ipotizzabili molte richieste di anticipo alla materna, con conseguenti maggiori problematiche per la scuola, ma poche per l’elementare, considerato che già molte scuole materne praticano la letto-scrittura e che i genitori si affideranno al parere delle maestre per chiedere l’anticipo.
Nel caso quindi della scuola elementare la territorialità la farà da padrone con luoghi in cui le strutture e la paura di soppressione di sedi inviteranno all’anticipo ed altre in cui il timore di trovare sezioni troppo numerose scoraggerà la richiesta.
Per le scuole (e per gli Enti Locali) l’invito è a fare i propri interessi : accogliere le richieste quando queste costituiscono un arricchimento e respingerle quando si potrebbero risolvere in nuovi e pesanti problemi sociali e finanziari.

UNA CONCLUSIONE POSSIBILE

Se la riforma venisse attuata secondo le regole di questo manuale, assisteremo in Italia ad un cambiamento strombazzato dai media, ma molto esiguo nella sostanza, tanto esiguo da scomparire agli occhi del mondo della scuola.
A meno che, per qualche miracolo economico improvvisamente scaturito dalle magie governative, le scuole non vengano sommerse di denaro e di risorse umane (più insegnanti, più esperti, più strutture), per cui la riforma sarebbe davvero realizzabile, ma condurrebbe da tutt’altra parte rispetto ai desiderata morattiani…


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