L'albero di fico
Giulio Cesare Viva - 27-10-2009
Qualche tempo fa nel vecchio giardino di famiglia è venuto meno l'ultimo residuo di un mastodontico albero di fico che negli anni della mia fanciullezza era stato scenario naturale per giochi ed avventure. Era stato anche fornitore di frutti genuini e dal sapore intenso che noi tutti bambini, a partire dall'inizio dell'estate, aiutavamo a maturare presto seguendo i consigli di Nonno Peppino che ci aveva suggerito di "ungere" con olio di oliva il foro che ogni frutto aveva in basso . In seguito, con l'avanzare dell'estate, i rami dell'albero avrebbero finito col toccare terra fornendo, a noi bambini, ottime occasioni durante gli impegnativi giochi a nascondino.
All'ombra dell'albero trascorrevamo le giornate estive con gli amichetti delle case vicine dando la caccia alle lucertole o impegnandoci nella preparazione delle "bombe a mano" , piccole palle di fango impastato con acqua, che lasciavamo essiccare al sole quel tanto necessario per farne buon uso al momento in cui decidevamo di dividerci in gruppi per giocare alla guerra. Quasi mai le "bombe" diventavano tanto secche e dure da far male se colpivano; quando giungevano a bersaglio, si limitavano a sporcare i vestiti che ben presto, tra rimproveri e grida, ci venivano tolti dalle madri che approfittavano dell'occasione per denudarci completamente e darci una bella strigliata col casereccio sapone di Marsiglia dopo averci a turno calato in un grande e largo recipiente di terracotta che, pieno di acqua scaldata dal sole, era sempre pronto per i lavacri di noi bimbi sporcaccioni.
Come tutti i ragazzini e le ragazzine del vicinato avevano scelto l'albero di fico per i loro incontri ed i loro giochi, così le necessità dovute al tempo di guerra spingevano gli adulti ad incontri e forme di solidarietà e socializzazione che il ritorno della pace ed della vita tranquilla e senza incubi avrebbe fatto rapidamente dimenticare.
Ma non solo l'albero di fico era servito agli inconsci ragazzini per i loro giochi di guerra. Era stato utilizzato dalle mamme e dalle donne delle case vicine come rifugio non appena l'urlo della sirena si levava, lugubre e potente, per avvisare la gente a trovare rifugio e scampo da un bombardamento che la vicinanza dell'aeroporto rendeva, di tanto in tanto, possibile. E quale migliore nascondiglio di quello fornito dall' enorme albero di fico dal fitto fogliame strisciante per terra ? Una notte da sotto l'albero e tra le braccia di una vicina di casa perché mia madre era impegnata col mio fratellino più piccolo, ho visto il cielo illuminarsi a giorno ed ho sentito il rombo rabbioso degli aerei da caccia ed il crepitio delle mitragliere seguiti poi da un silenzio che impauriva più del frastuono. L'incubo era finito ma io, piccolo bimbo di tre anni, ricordo i volti spaventati di tutte quelle donne alle quali gli sforzi dell'unico uomo nascostosi con noi sotto il fico, non bastavano a ridare coraggio e tranquillità per lo scampato pericolo.
Chissà quante storie quell'albero, sicuramente ultra centenario, avrebbe potuto ancora narrare, a chi ogni anno si avvicinava ai rami per cogliere un grosso fiorone o un saporito fico! Avrebbe ricordato alle vedove i mariti ed ai vecchi padri i figli mai tornati dopo una battaglia? Avrebbe ricordato le fatiche delle giovani madri nell'educare, tra stenti e privazioni di ogni genere e con la morte nel cuore, i giovani figli che una guerra infinita sembrava pretendere per portarli oltre i confini del mondo? Avrebbe forse dato fiducia nella ripresa di una vita serena e felice? Io, quando da adulto l'ho guardato, l'ho sempre visto sotto quest'ultimo aspetto e perciò la sua eliminazione dall'anagrafe arborea per far posto a nuove case non ha per nulla affievolito il sapore dei fichi né l'impegno a difendere le postazioni di allora col lancio delle bombe di terra o quelle che oggi vado conquistando con giudizio e ragione .

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