9 ottobre, quarantadue anni dopo
Andrea Tornago - 24-10-2009
"Quando il suo cadavere fu portato per le strade di quel minuscolo villaggio sperduto nella selva boliviana, una turba di poveri gridava: "Assassino, assassino!". Gli avevano detto che quell'uomo voleva rubare ai campesinos le loro capanne e staccare dalle pareti crocefissi e Vergini di Guadalupe. Ma una donna che riuscì a vedere il corpo da vicino lasciò cadere l'accusa.
Cominciò a gemere: "Com'era giovane, com'era bello", e lo bisbigliava agli altri, ormai silenziosi, quasi stupefatti dall'odio che qualcuno gli aveva messo dentro.


Come i cacciatori di elefanti che si fanno fotografare accanto alla loro preda, così i militari posarono la loro mano sul corpo del Che e attesero il flash del fotografo. Lui aveva ancora gli occhi aperti, il torace nudo sembrava respirare a fatica, per l'asma che sempre lo aveva tormentato su quelle smisurate altitudini.

Sono passati venticinque anni (
oggi ormai, più di quaranta, ndr) e i flauti andini e le maracas cubane che lo piansero a lungo in tutto il suo continente e oltre ("Correle, correle, correle / correle que te van a matar") sembrano sepolti tra le macerie di tante rivoluzioni mancate. Perché mai fosse ritrovato, dopo avergli tagliato le mani, hanno nascosto il suo corpo sotto il manto di pietrisco e poi d'asfalto di un'autostrada. Ci passano sopra i camion che trasportano la Coca Cola.

Che ci ha lasciato l'America di Montezuma? E il Che? Mentre i conquistadores avanzavano con armi irresistibili, loro continuavano a sentire le voci dei vinti e a credere che un giorno sarebbero diventate grida di vittoria.

Siamo davvero così pochi a credere che quelle voci non le ha portate via il vento, per sempre?"





Il Che, catturato in Bolivia a Quebrada del Yuro e condotto prigioniero nella scuola di La Higuera, dove verrà assassinato il 9 ottobre 1967.



Quarantadue anni dalla morte del Che. Ricordiamolo con queste parole di Ettore Masina che hanno la forza di una poesia e di una preghiera. Non c'era alcun motivo per cui il ministro dell'Agricoltura di una Cuba appena liberata dalla rivoluzione andasse a trovare la morte a Quebrada del Yuro, nel paese più sfigato dell'America Latina. Se non per una mirabile fedeltà all'evento del 1959, il cui bagliore aveva contribuito a far scintillare: lo inseguiva la nobile convinzione che non esiste mai un fine che possa essere considerato più importante dell'inquietudine che apre ovunque nuovi focolai e nuovi fronti.

"Dispara cojudo, cierra los ojos y dispara!" aveva detto, prendendo in controtempo anche la morte, al soldato terrorizzato che doveva ucciderlo. Direttamente da un mondo che non esiste più, apre come uno squarcio nel nostro presente senza uscita la più smisurata dichiarazione d'amore per le battaglie perse del XX secolo.



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