Il dolore d'una pugnalata
Giuseppe Aragno - 06-10-2009
Non so se sia vero, ma si dice che il dolore d'una pugnalata non si senta subito acuto com'è destinato a diventare dopo che la ferita è inferta. Certo è che il colpo vibrato alla schiena della scuola dall'avvocato Gelmini sul momento non è apparso devastante al personale della scuola, quanto invece intuirono che fosse gli studenti. Un anno fa, di questi tempi - me ne ricordo bene - l'onda montante della protesta studentesca si muoveva nelle vie e nelle piazze come un corpo vivo, multicolore, forte della giovinezza e, per ciò stesso, tanto sicuro di sé quanto evidentemente solo e, paradossalmente orgoglioso d'una solitudine destinata a produrre debolezza. Un anno fa, di questi tempi, nelle scuole già ferite a morte, gli studenti erano in armi e i docenti assenti dal campo.
"Noi la crisi non la paghiamo" era lo slogan che si sentiva correre di piazza in piazza, che incendiava le università e accendeva di speranza le scuole medie superiori. Nella passione dell'autogestione gli studenti produssero analisi pregevoli, denunciarono i guasti della privatizzazione, scoprirono le mille trappole apparecchiate da un governo culturalmente indigente, politicamente reazionario, povero nel personale politico, fermo nelle pastoie della penosa vicenda giudiziaria del suo leader. Non era solo questione di moduli e maestro unico e nemmeno, come ancora in parte riteniamo, di una devastante operazione di cassa, che svuotava di risorse il pubblico per tamponare le falle aperte nel bilancio dello Stato dai costi e dalla corruttela della politica, dalle spese di guerra e dagli effetti d'una crisi del capitale di dimensioni epocali. Emergeva in tutta la sua gravità la condizione di regressione e di imbarbarimento di un Paese pronto a consegnarsi con singolare faciloneria alla xenofobia separatista e leghista, all'avventurismo del "Partito Mediaset" e al neofascismo modernizzato da Fini e Tatarella. Riemergevano la violenza poltica dell'estrema destra, che giunse a schierarsi in armi a Piazza Navona, le tare d'un capitalismo nato malato, intisichito da un borghesia senza rivoluzione, intossicato dagli oscuri rapporti con la malavita organizzata, eternamente invischiato nelle pericolse relazioni massoniche tra banca, industria politica e finanza, perennemente afflitto da un'avidità di profitto pari solo alla pervicace tendenza all'evasione fiscale. Gli studenti dell'Onda l'avevano intravisto il pericolo vero che non stava solo nei tagli alla ricerca, nel licenziamento dei precari, nell'attacco ai livelli minimi di funzionalità del sistema formativo. L'avevano capito che il problema di fondo non era semplicemente quello della dottrina Gelmini sul "sessantottismo" o di Brunetta sul "fannullonismo", ed appariva chiaro che il supplente da conservare, l'organico da preservare, gli standard minimi da tutelare sarebbero poi stati un effetto e non la causa. La dignità delle condizioni materiali del lavoratore - non solo di quello della scuola - poteva essere salvata solo a condizione di aprire uno scontro senza precedenti sui diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione repubblicana e antifascista, avendo come controparte un governo che in nessuna delle sue componenti aveva come riferimento l'Italia nata dalla Resistenza. La dignità poteva esser salvata solo a condizione di fare della scuola il perno d'una battaglia senza quartiere contro una visione nuovamente classista della società, espressa da un capitalismo costretto dalla legge del profitto a rifiutare ogni possibile mediazione.
Oggi tutto è più chiaro. I precari, messi alla porta con una ferocia da prima rivoluzione industriale, sono isolati in un battaglia d'avanguardia coraggiosa ma disperata, come isolati furono gli studenti. I docenti prendono atto, registrano i danni, sono testimoni d'una Caporetto, ma ancora non saldano i ranghi, ancora non vanno a cercare i cassintegrati, i licenziati, i disoccupati e ancora non si schierano su un fronte unico con gli spezzoni dell'esercito sbandato della democrazia. E' drammatico ascoltarne l'impotente e continuo lamento per le classi divise, l'orario spezzettato in sedi lontane e il deperimento pauroso della qualità dell'insegnamento e, nel contempo, non sentire una voce combattiva e davvero solidale coi colleghi mandati a casa, non veder balenare la lama d'un pugnale che si accinga a restituire il colpo ricevuto, non ascoltare il proclama che conduca alla guerra per la democrazia. Fuori dalla scuola, tuttavia, nelle piazze oscurate dall'informazione di regime, per fortuna si lotta ancora con coraggio. E nella lotta, com'è sempre stato nella storia dei lavoratori, emergono soluzioni, nasce una consapevolezza nuova, si individuano obiettivi, si cercano alleati. Il tre ottobre, quando una stampa spesso pavida è scesa in piazza fuori tempo, oscurando la manifestazione nazionale dei precari, ancora una volta gli insegnati erano praticamente assenti. Come un anno fa, quando i nostri figli studenti ci chiedevano di agire e noi eravamo fermi. Eppure, davanti al Ministero da cui la Gelmini comanda le operazioni di smantellamento, Barbara, una precaria che ha cuore e testa, ci ha chiamati una volta ancora alla lotta. Val la pena di ascoltarla e riflettere. Non è retorica: il tempo comincia veramente a stringere: La lezione di Barbara

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Patrizia Rapanà    - 12-10-2009
Bravo Aragno, come sempre. Bravissima Barbara. E noi, colleghi, avanti, svegliamoci!

 oliver    - 16-10-2009
Sono convinto che solo assieme è possibile fare muro contro una tragedia così immane, l'analisi è corretta, non esistono altre vie, purtroppo anche le organizzazioni che indicono gli scioperi continuano ad essere divise, questo spezzettamento allontana la possibilità di poterli costringere ad un ripensamento a cui personalmente non credo. Manca un'informazione capillare che permetta ai cittadini di conoscere quale tragedia sta colpendo migliaia di lavoratori, purtroppo anche i giornali più attenti si sono dimenticati della scuola.