Quei vuoti fanno tristezza e rabbia
Gianfranco Pignatelli - 15-09-2009
È definito, scherzosamente, l'ossario. In effetti è l'antro della sala professori dove i docenti ripongono registro personale, compiti, libri ed il cassino e le penne che "sennò non le trovi più". Si sviluppa a "C" su tre pareti e appare come un insieme ordinato di rettangoli metallici, ciascuno con al centro la serratura e al lato la targhetta col nome. Un tempo ci si accapigliava sulla posizione del proprio loculo. C'era chi lo voleva in alto, chi in basso e chi più vicino all'uscita: "così faccio prima". C'era anche chi pretendeva di averne più d'uno. Ma non era possibile. Almeno, mai, prima d'ora. Erano tutti chiusi e occupati. Oggi, molte di quelle ante sono ribaltate e hanno la chiavetta che penzola tristemente. Non ci sono libri, né registri e neppure nomi scritti sulla targhetta della cosiddetta lapide. Sono i vuoti lasciati dalla cosiddetta riforma Gelmini. Si contano anche così i "caduti" della triade Tremonti-Brunetta-Sacconi. Dopo diciotto mesi di tagli e linciaggi, molti (precari) non sono stati più riassunti, alcuni (già in ruolo) sono stati "utilizzati" altrove e tanti altri se ne sono scappati in pensione per disgusto.

In compenso il numero degli alunni è sempre quello di sempre. Sono solo stipati in meno aule, ancor più fatiscenti di un tempo. Però ci stanno meno ore. Lì, a Roma, dicono che così si apprende meglio. Nelle conferenze stampa a Palazzo Chigi la chiamano razionalizzazione. Sarà, ma a me questa bestemmia fa più tristezza e rabbia dell'antro grigio con i loculi vuoti.


Tags: precari, riforma, alunni, aula insegnanti


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