I problemi dell'Italia post-unitaria
Gennaro Tedesco - 12-09-2009
All'indomani del 1861 lo Stato italiano ha di fronte due problemi essenziali: il risanamento finanziario del bilancio dissestato dalle guerre d'indipendenza condotte dal Piemonte di Cavour e la creazione delle infrastrutture determinanti per lo sviluppo capitalistico ed industriale del nuovo Regno d'Italia.
Le forze borghesi protagoniste del Risorgimento continuano ad impostare la conduzione del gioco politico sulle basi di una emarginazione forzata dei contadini soprattutto meridionali.
Il nascente Stato italiano ha tutte le caratteristiche dello Stato burocratico accentrato e censitario.
Esso non concede alcuna autonomia amministrativa, tanto meno al Sud, il centro amministrativo e politico rimanendo a Torino, ed è basato sul censo che favorisce la borghesia imprenditoriale del Nord, assente nelle regioni meridionali.
Dal Sud, dai contadini del Sud, l'unità d'Italia è avvertita come un peggioramento delle loro condizioni di sfruttamento già esistenti nel Regno dei Borboni.
Il liberismo economico della Destra storica nel quindicennio seguente l'unità d'Italia distrugge l'economia meridionale di carattere domestico, consentendo più che all'industria settentrionale ai prodotti dell'industria europea di invadere e conquistare il mercato meridionale.
Allo stesso tempo il piano di sviluppo delle ferrovie fa sì che cominci a svilupparsi anche un'industria siderurgica nazionale settentrionale.
Inoltre le condizioni di arretratezza economica e sociale del Sud vengono tragicamente accentuate dalla mancata riforma agraria. I contadini del Sud non solo vengono disillusi e traditi, prima da Garibaldi e poi dai "Piemontesi" perché la riforma agraria non è attuata, ma vengono anche ulteriormente penalizzati da quelle aste pubbliche in cui vengono messe all'incanto le proprietà demaniali del vecchio Stato borbonico e quelle ecclesiastiche: infatti i contadini, non disponendo dei capitali necessari all'acquisto di questi fondi, non possono comprarli, al contrario ad accaparrarseli sono i soliti "galantuomini" meridionali.

La vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici ai "galantuomini" comporta conseguentemente anche l'esclusione dall'uso civico di queste terre: il contadino non può più usufruire del legnatico, erbatico, ecc... Un sempre più accentuato carico fiscale indiretto, l'obbligatorietà della leva militare, l'esclusione dall'uso civico delle terre demaniali ed ecclesiastiche divenute proprietà private dei "galantuomini", la mancata riforma agraria, la scomparsa della così detta "economia domestica", l'invasione dei prodotti industriali settentrionali ed europei operata dalla politica liberistica della Destra storica, la crisi agraria internazionale a cui al Nord si risponde con riconversioni e ristrutturazioni capitalistiche, mentre al Sud si cerca di uscirne con una politica di rapina del territorio, tutti questi fattori contribuiscono in modo determinante a quella esplosione sociale incendiaria più nota come brigantaggio meridionale.
Al di là degli indubbi apporti militari e finanziari del Vaticano e dei Borbonici in esilio, il fenomeno del brigantaggio meridionale resta una guerra sociale, una guerra civile che ai "cafoni" dimostra sempre di più che l'unità d'Italia è stata una Conquista piemontese del Sud.

L'assunzione al potere della Sinistra in Italia si colloca in una prospettiva di rigetto della politica di restrizione finanziaria e di tassazione indiretta esasperata. Le richieste degli elettori della Sinistra sono rivolte a una maggiore democratizzazione del giovane Stato unitario italiano.
L'uomo della Sinistra, A. Depretis, dal 1876 in poi, non inaugura una politica all'insegna di un reale cambiamento delle strutture economiche fondamentali (riforma agraria), al contrario, attua una politica "trasformistica", cioè di allineamento agli interessi della borghesia meridionale.
Ancora una volta la nascente borghesia imprenditoriale del Nord sceglie come proprio partner sociale i "galantuomini" del Sud. In cambio dei mercati meridionali in cui riversare liberamente i prodotti industriali del Nord, i "galantuomini" ricevono sempre maggiori spazi all'interno dell'amministrazione pubblica dello Stato italiano.
L'attività parlamentare subisce un notevole processo di degradazione, di "trasformazione".
L'esecutivo, al fine di ottenere sempre maggiori voti e consensi, concede favori a personalità e a gruppi rappresentati in Parlamento: le distinzioni tra Destra e Sinistra cominciano così a venir meno.
Ma se questo è il primo delineamento di quel blocco storico tra borghesia imprenditoriale del Nord e "galantuomini" meridionali, l'effettiva costituzione di quel blocco di interessi che Gramsci chiama "agrario-industriale" non è lontana.

Negli anni '80 del 1800 alle teorie liberiste in economia si sovrappongono quelle protezionistiche che traggono la loro forza di convinzione dai risultati che esse ottengono nella Germania bismarckiana. La via prussiana al capitalismo comincia a far presa anche in Italia. Il modello prussiano viene riproposto e imitato in Italia. Il modello di sviluppo capitalistico-industriale italiano viene indirizzato in senso dualistico. Il blocco di interessi industriale del Nord ottiene dall'esecutivo protezioni doganali che gli consentono, con prezzi più alti e prodotti più scadenti rispetto alla concorrenza estera, di inondare il mercato nazionale, quindi anche quello meridionale.
Gli agrari del Sud vengono compensati con tariffe protettive dei loro interessi granari così che la crisi granaria determinata dalla massiccia importazione di grano americano viene meno. Chi paga le conseguenze sociali di questo blocco storico agrario-industriale è soprattutto il contadino meridionale che compra i prodotti industriali del Nord e il pane a caro prezzo.

Ma la via prussiana al capitalismo imitata in Italia non si caratterizza solo per la costituzione di un blocco sociale agrario-industriale che difende i propri interessi economici, ma anche per il nuovo corso politico che essa determina nel nostro Paese.
Gli agrari del Sud, ma soprattutto gli industriali del Nord, trovano l'appoggio determinante del re, della corte, dei militari che nel sistema di potere bismarckiano hanno il loro punto di riferimento politico. La politica di potenza e di prestigio, il colonialismo, il rispetto delle gerarchie sociali all'interno, i risultati economici del militarismo industriale prussiano divengono i miti politici esaltati ed idolatrati dalla nostra classe dirigente che cerca di renderli operanti anche nel nostro Paese.
La convergenza di interessi tra industriali del Nord e i padroni dello Stato, il re e la corte e i "signori della guerra", i militari, determina un processo di sempre maggiore interdipendenza tra commesse dello Stato che passano per le mani del ministero della guerra, vale a dire alta burocrazia ministeriale e dei militari e all'industria pesante militare (costruzioni navali, siderurgia e metallurgia militare).

Grazie al protezionismo doganale solo pochi gruppi industriali e finanziari che subiscono sempre più un processo di integrazione (oligopolio finanziario-industriale dipendente dalle commesse militari dello Stato burocratico, censitario e accentrato nato dal Risorgimento) dominano il mercato nazionale, se in questo caso è ancora lecito parlare di mercato.
Il colonialismo, l'autoritarismo crispino (rafforzamento dell'esecutivo e delle prerogative del suo capo a scapito del Parlamento, restrizioni alle libertà personali ecc...), l'inasprimento del conflitto sociale in ossequio agli indirizzi sempre più autoritari e liberticidi del re e della corte sfociano nelle sollevazioni sociali del 1898: le cannonate contro la folla affamata a Milano segnano la fine del tentativo reazionario.

La borghesia imprenditoriale non legata agli interessi protezionistici, alle spese militari e alle avventure colonialiste rompe con Giolitti per più di 10 anni il fronte agrario-industriale.
Il merito di G. Giolitti consiste nel comprendere che il movimento socialista, nato dallo sviluppo industriale del nostro Paese, non è più dominabile con la forza della coercizione. Lo Stato liberale ha bisogno dell'integrazione degli operai del Nord se vuol proseguire il suo cammino. I primi anni del 1900 sono caratterizzati proprio dal tentativo giolittiano di integrazione delle masse operaie del Nord. La politica giolittiana consente all'Italia un lungo periodo di pace interrotto solo dallo scoppio della prima guerra mondiale. Sono anni di proficuo lavoro. L'Italia gode di una notevole stabilità finanziaria che consente un'ulteriore espansione industriale.
Il tentativo integrazionistico, (gli operai a sostegno dello Stato liberale) , che consente un certo equilibrio sociale, anche se precario, al Paese, fallisce nel momento in cui G. Giolitti decide l'intervento armato in Libia nel1911: il partito socialista si allontana definitivamente da Giolitti e dallo Stato liberale.

Nel frattempo il mai sopito spirito reazionario della nostra classe dirigente e di molta parte degli industriali settentrionali e degli agrari meridionali ritrova il proprio punto di riferimento aggregativo nel nascente movimento nazionalistico che dichiara guerra aperta a Giolitti e al suo sistema di potere, quando lo statista piemontese concede il suffragio universale.

E' comunque da notare che nel sistema liberale giolittiano rimangono fondamentali il clientelismo e il favoritismo meridionale, un notevole grado di politica 'malavitosa' per il Sud e l'esclusione storica, continuata ed aggravata, del ceto contadino meridionale, esclusione che Giolitti condivide, a scanso di equivoci, con lo stesso partito socialista che non riesce a farsi carico dell'annosa, anzi secolare, riforma agraria.

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