Sud e Nord: egoismo leghista o analfabetismo di ritorno?
Giuseppe Aragno - 07-09-2009
Non mi dilungo sul tema dell'egemonia culturale. A che servirebbe? Mi limito ad osservare che l'eccesso di attenzione dedicata alla ditta "Noemi e associate" e, per legge di contrappasso, alla spazzatura messa in circolo quotidianamente dal pennivendolo di turno, fa il gioco dei "padroni del vapore", quale che ne sia la parte politica, se di politica a questo punto si può ancora parlare.

Dopo il "vuoto a perdere" del sedicente federalismo fiscale, dopo gli esempi di pochezza politica, indigenza culturale e miseria morale, confezionati, impacchettati e messi in vendita sotto l'etichetta di quel lucido delirio chiamato "emergenza sicurezza", la "riscoperta" delle "gabbie salariali", non è una stravagante "trovata" della Lega Nord, alla quale quel genio di Sacconi copre prontamente le spalle con la formula del salario differenziato.

Quella che ognuno di noi che sa "leggere, scrivere e far di conto" si trova ormai di fronte va ben oltre la volontà e la consapevolezza che appartengono anche a chi è fazioso, egoista e ferocemente razzista.

Dietro la cosiddetta "Questione settentrionale", così come la pongono Cota, Bricolo e Calderoli, c'è, deformato, il problema del "dualismo": è l'alfabeto della vicenda storica e della vita economica e politica del Paese. Il tono del dibattito, la debolezza delle analisi, l'insufficienza delle soluzioni, persino le timide e parziali risposte che provengono dal campo sedicente "democratico" dimostrano ampiamente che di questo si tratta: alfabeto. Manca, s'è perso, se n'è andato via assieme alla memoria storica e ci ha ridotti, come temeva Arfè, a un popolo di "senzastoria". Il testo che vi propongo con sincera umiltà - ricorrendo in parte a un link, perché è lungo e sarà il lettore a scegliere se proseguire - è certamente "datato" - uscì alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso su "Prospettive Settanta", una rivista diretta da uno studioso di grande valore come Giuseppe Galasso, e non ha altra pretesa se non quella di tornare al tema centrale e irrisolto della nostra vita nazionale: la "questione meridionale". Per Cota e compagni potrebbe essere un primo strumento per porre rimedio a quello che appare un evidente e pericoloso "analfabetismo di ritorno".


Il «risorgimento» industriale di Napoli a inizio secolo


Un corretto inserimento nella storia dello sviluppo economico italiano della legge 8 luglio 1904 per il 'risorgimento' industriale di Napoli non può prescindere dalla definizione degli obiettivi politici complessivi in cui la scelta industriale per Napoli certamente rientrò (1).
In tal senso, una ricerca a carattere locale sarebbe fine a se stessa. Se ad inizio secolo, infatti, Napoli non era più la capitale di uno Stato, era certa­mente capitale della più ampia area d'arretratezza economica del Regno d'Italia. È evidente, quindi, che solo una corretta individuazione delle linee di tendenza e delle scelte di fondo che caratterizzarono lo sviluppo economico italiano dai primi anni dell'unità all'età di Giolitti può servire a comprendere la funzione reale che, in quello sviluppo, era chiamato ad assumere il tardivo processo d'industrializzazione avviato nel Napoletano (2).
Questi brevi appunti, utili all'eventuale elaborazione di un discorso più articolato sulla storia dell'industria in Campania, intendono solo mettere a fuoco alcuni aspetti della questione. In tal senso appare necessario accennare, anzitutto, a quella linea di tendenza della ricerca storiografica, che addebita lo sviluppo dualistico dell'economia italiana alla mancata attuazione nel Sud del Paese di grandi opere di bonifica, alla sopravvivenza del latifondo e del sistema feudale, ad una borghesia riluttante ad incrementare gli investimenti e a modificare i contratti agrari, proclive ad attività industriali dai caratteri meramente speculativi. In altri termini, alla condizione di debolezza e di rista­gno in cui versava l'economia meridionale nel 1860.
Su questa linea si muovono quegli studiosi che non assumono l'entità del divario economico tra le regioni italiane nel 1861 come parametro attraverso cui valutare la complessiva crescita economica del Regno d'Italia, ma subordinano a quella disparità iniziale l'accentuarsi sempre più marcato del dualismo e, quindi, l'esistenza delle cosiddette 'due Italie'.
Gino Luzzatto, ad esempio, uno dei più autorevoli esponenti di questo indi­rizzo storiografico, rilevando come, in un Paese che nel 1861 versava in condi­zioni di arretratezza secolare (3), già negli anni successivi alla crisi del 1873-74 fosse nata un'industria concentrata quasi esclusivamente nelle regioni nord­occidentali, prima è indotto a sopravvalutare i progressi compiuti a ridosso dell'unità da alcune regioni, poi, per giustificare gli errori della Destra Storica, ricorda la necessità di «riparare all'inerzia dei passati governi» (4).
Seguendo questa linea, egli giunge così a giustificare una politica che, dal 1861 al 1875, aveva sì portato la ferrovia da Bologna ad Otranto e la rete ferroviaria del Sud dal 7,25 % al 32 % del totale nazionale, ma aveva anche espropriato in soli sei anni, dal 1873 al 1878, ben 29.554 agricoltori meridionali (1'88 % degli espropriati del Regno) per l'irrisorio debito complessivo d'imposte di £. 2.948.110, pari ad una media di £. 99,75 per ogni espropriato (5).
Persino la ripartizione territoriale della spesa sostenuta dal 1870 al 1876 per l'acquisto di macchine agricole (77% al nord, 12 % al centro 11 % al sud) sembra giustificata al Luzzatto

«dalla mancanza, nell'area centro meridionale, di vaste pianure, dalla maggior dif­fusione delle colture arboree, distribuite spesso a breve distanza dei campi seminativi, !'impiego di aratri, specialmente adatti a scavi profondi», insomma da motivi di ordine tecnico per cui «l'impiego di aratri [...] di seminatrici e di falciatrici risulta - il più delle volte - inopportuno» (6).

Soffermarsi sulle contraddizioni di uno studio per tanti aspetti fecondo di positive indicazioni sarebbe, però, solo sterile esercizio polemico. Più utile mi pare notare come ognuna di esse, in fondo, sia determinata dal fatto che altro è rilevare come, nel 1860, il Sud versasse in condizioni di maggiore arre­tratezza economica nei confronti del Nord, altro che la disparità fosse tale che al Nord esistessero già le premesse dello sviluppo che vi si è realizzato, mentre il Sud fosse condannato sin da allora al sottosviluppo.
Ciò è difficile da accettare, perché equivale a dire che la maniera in cui avvenne l'unificazione nazionale e la politica dei governi postunitari non abbiano influito sulla vicenda economica dell'Italia o, peggio ancora, come afferma il Morandi, che lo sconcerto economico e lo squilibrio erano fatali (7).
Questo significa, in pratica, che ad un'Italia politicamente unita dovevano, per forza di cose, corrispondere 'due Italie' economicamente separate dalla diversità del loro sviluppo.
In verità, io non credo alla fatalità della Storia. Mi pare inoltre che, pur giungendo a spiegazioni diverse del dualismo, gli studiosi che rilevino dispa­rità tra le strutture economiche del Nord e del Sud, esprimano tutti serie per­plessità sulle prospettive complessive di sviluppo dell'Italia del 1861 (8).
Morandi stesso, del resto, scrive che il dominio austriaco sulla Lombardia era stato durissimo e che il Piemonte e la Liguria avevano languito sotto i Savoia. Insomma che l'Italia era fuori della partita che metteva in gara i paesi del continente

«nel dare impulso all'industria come fattore principale di innovazione del vecchio sistema della produzione e degli scambi» (9).

Escludendo un raffronto tra l'entità della produzione e del patrimonio indu­striale, egli afferma che un altro distacco

«che si accentuerà tanto più rapidamente in pochi decenni, è invece già segnato molto nettamente nel processo capitalistico che ha avuto l'avvio nel Nord e che va incatenando cospicue masse della popolazione rurale. Il mercante imprenditore è ormai sulla soglia di trasformarsi in industriale» (10).

Morandi individua così una figura sociale che al Sud era lontana dal configurarsi e che fece sentire il suo peso nello sviluppo successivo del Paese; una figura che non poteva, tuttavia, avere da sola la forza: di imprimere al Nord la spinta che condusse alla formazione di un'industria moderna e proiettò «la sua ombra cupa nella involuzione parallela del Sud» (11).
Resta infatti da chiarire come il mercante-imprenditore abbia potuto tra­sformarsi in capitalista e mutare in industriale un'economia. la cui base agri­cola era così prevalente pochi anni prima, da riflettere i suoi caratteri anche su quel settore tessile, che solo pare al Morandi degno di menzione (12).

Chi è interessato a proseguire può cliccare sul seguente link: giuseppearagno.wordpress.com


Note

1) Sulla legge speciale per Napoli del 1904, cfr. Marcella Marmo, L'economia napoletana alla svolta dell'Inchiesta Saredo e la legge dell'8 luglio 1904 per l'incremento industriale di Napoli, in «Rivista Storica Italiana », 1964, IV, pp. 954-1023; Francesco Barbagallo, Stato e lotte politico-sociali nel Mezzogiorno, Arte Topografica, Napoli 1976; Alfonso Scirocco, Politica e Amministrazione a Napoli nella vita unitaria, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1972; Ferdinando Del Carretto, La legge del 1904 per Napoli e la sua applicazione, Napoli 1908; Giuseppe Russo (a cura di), L'avvenire industriale di Napoli negli scritti del primo Novecento, Unione Industriali, Napoli, 1963.
2) Per gli studi più significativi sui problemi dell'industrializzazione della Campania e sullo sviluppo economico del Napoletano, si veda Giovanni Brancaccio, La Campania industriale. Bilancio storiografico, in «Prospettive settanta », n. s. VIII (I986), n. 2-3, pp. 213-231.
3) Cfr. Gino Luzzatto, L'economia italiana dal 1861 al 1894, Einaudi, Torino 1968, p. 15.
4) Ivi, p. 19.
5) Ibidem, p. 41. Le elaborazioni sono mie. Pro­seguendo nella sua politica, il fisco espropriò, dal 1885 al 1897, altri 89.347 proprietari meridionali (1'82 % del totale nazionale), trascinando cosi nella rovina anche fittavoli e mezzadri e producendo effetti devastanti su piccola e media proprietà terriera del Sud. Il rapporto medio tra espropri ed abitanti (uno su 6.154 a livello nazionale, uno su 18.357 al Nord e uno su 2.835 nell'Italia centrale) fu al Sud di un abitante su 374. I dati riportati sono in Italo Giglioli, Malessere agrario ed alimentare in Italia. Relazione di un giurato italiano all'Esposizione universale di Parigi, nel 1900, sulle condizioni dell'agricoltura in Italia, in paragone colle condizioni all'estero, Stabilimento Tipografico Vesuviano, Portici 1903. Le elaborazioni sono mie.
6) Per i dati e la citazione, cfr. Gino Luzzatto, L'economia italiana..., cit., p. 113. Le percentuali sono mie. Candeloro, al contrario, scrive che dopo il 1871 si evidenziarono problemi nati dal modo in cui fu attuata l'unità, dal tipo di Stato costruito e dalla politica economica seguita nel primo decennio unitario e coglie il nesso tra crisi agraria, malgoverno e dualismo, affermando «che la crisi agraria degli anni '80 e i provvedimenti presi dal governo aggravarono gli squilibri esistenti [...] tra il Nord e il Sud». Cfr. Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, Feltrinelli, Milano, 1970, VI, pp. I4 e 2I6.
7) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria in Italia, Einaudi, Torino, I959, p. 279. Forse gli scrittori meridionali sbagliano «a rappresentare quasi una parità di livello tra il Nord e il Sud al momento dell'unificazione e ad attribuire quasi esclusivamente alla legislazione dello Stato Unitario la disparità che si stabilirà e si accrescerà di decennio in decennio». Non è meno errato però sostenere che a tale disparità fu estranea una legislazione che fu «chiara espressione della totale impreparazione e della vacuità letteraria di una classe diri­gente disarticolata all'estremo e impregnata di un infantile provincialismo». Ivi, pp. 278-279.
8) Con Luzzatto, anche Castronovo, come vedremo, esprime dubbi in tal senso. Grifone, poi, afferma che l'Italia nel I86I soffriva di «penuria di capitali [...], scarsezza di materie prime, assenza di un grande mercato [...]» e che «l'unità di per sé sola non crea il mercato, ma soltanto una delle condizioni essenziali perché un grande mercato sorga. Perché il paese offra possibilità d'investimento, di smercio, occorre attrezzarlo». Cfr. Pietro Grifone, Il capitale industriale in Italia, Einaudi, Torino, I971, p. 5. Cafagna, a sua volta, scrive che alla data dell'unità, la condizione economica dell'Italia non consente di parlare minimamente di base industriale. Cfr. Luciano Cafagna, La formazione di una base industriale fra il I869 e il I9I4, in «Studi Storici », II, nn. 2-3 luglio-dicembre I961. p. 290. Per una critica alla tesi di chi vede il Sud, già prima dell'unità, in posizione irrimediabilmente compromessa e per un'efficace analisi delle cause del dualismo, cfr. Renato Zangheri, Dualismo economico e formazione dell'Italia moderna, in La formazione dell'Italia industriale, a cura di Alberto Caracciolo, Roma-Bari, 1969, pp. 285-296.
9) Cfr. Rodolfo Morandi, Storia della grande industria ..., cit., p. 274.
10) Ivi, p. 276.
11) Ibidem, p.281.
12) Ibidem, p. 276.

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