Diaspora dei docenti e svalorizzazione della scuola. Inabissare la legge Aprea
Gemma Gentile - 24-08-2009
Per dismettere la Scuola Pubblica, colpiscono gli insegnanti: licenziano quelli precari, precarizzano quelli di ruolo, con la legge Aprea scippano loro la costituzionale libertà di insegnamento... Bisogna impedirlo!

L'assalto alla Scuola pubblica da parte di quelli che hanno interesse a privatizzarla si è caratterizzato, dal primo momento, con una virulenta campagna denigratoria contro gli insegnanti in quanto tali.
Puntuale, a maggio 2008, è comparso il PDL Aprea.



Diaspora degli insegnanti e svuotamento della loro funzione

Per distruggere la Scuola è necessario screditare chi ci lavora e le dà vita e impedirgli di svolgere la libera funzione di insegnare come detta la Costituzione. La proposta di legge Aprea conferma tale indirizzo governativo e tenta, tra l'altro, di scippare la didattica a chi la deve gestire pienamente, eliminando il Collegio dei Docenti e conferendo ad un'incompetente Consiglio di Indirizzo (ex Consiglio di Amministrazione della prima stesura dell'articolato) il compito di decidere la programmazione. E così il docente, assunto direttamente dalle scuole e inserito in una trafila gerarchica di livelli di una carriera valutata dal Dirigente, diventa un semplice impiegato subordinato della "Scuola Azienda", il quale deve solo obbedire ed eseguire, perdendo la libertà di insegnamento che, invece, deve essere garantita dalla Costituzione.

Questo è il quadro. Bisogna ora riflettere su quanto sta accadendo nelle scuole e nei territori. Ciò che emerge dalla mobilità 2009/2010 e dai dati riguardanti l'organico è davvero desolante, specialmente al Sud. La distruzione della scuola, una vera e propria diaspora degli insegnanti: un immane numero di precari licenziati dopo anni e anni di insegnamento, una non trascurabile fetta di docenti di ruolo "precarizzati" in quanto in esubero e quindi sradicati dai loro posti di lavoro.
Tra questi, i meno sfortunati sono insegnanti di ruolo, con decenni di servizio, spostati su più scuole in posti lontanissimi dalla residenza, in quanto c'è anche chi finisce in organico provinciale senza sede fissa, al di là dei precari che sono praticamente in decine di migliaia licenziati senza pietà, soprattutto al Sud e nelle classi in esubero. Salta la continuità, è gettato alle ortiche tutto quanto si è costruito nelle proprie scuole in anni ed anni di duro lavoro. Il motivo? Far cassa sui più deboli, cioè sui nostri ragazzi e in tutti i gradi della scuola, compreso il Superiore dove il più alto prezzo è per ora pagato dai docenti degli Istituti Professionali, ma non solo.

Entrando nello specifico delle ripercussioni didattiche e soffermandosi sul primo ciclo, si constata che non c'è solo il più noto disastro che vive la scuola elementare con l'applicazione della legge del cosiddetto "maestro unico", che punisce un'eccellente scuola, smantellando modulo e tempo pieno e costringendo, con un organico ridotto al lumicino, gli insegnanti a riempire il tempo scuola, gerarchizzati e divisi tra insegnanti "prevalenti" e quelli "tappabuchi". Infatti, osservando i dati della scuola media, ci rendiamo conto, ad esempio, che una cattedra di Lettere finora era organizzata su due classi, in modo da potere attuare un lavoro didattico armonico e collegato in senso interdisciplinare di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Civica, per di più ampliato con qualche ora di compresenza settimanale con altri colleghi di discipline diverse; ebbene ciò non è più possibile: infatti, la riduzione delle ore decisa dalla Gelmini e l'obbligo di riportare le cattedre a 18 ore settimanali, aggiunto allo sconquasso procurato dal resto dei tagli, costringe nel migliore dei casi a spostarsi su tre classi, con ripercussioni estremamente negative sulla qualità, spezzettando senza alcuna logica didattica ciò che era unitario. Tale unitarietà, tanto più se potenziata da una didattica improntata alla collaborazione interdisciplinare, rendeva più agevole operare nel senso di problematizzare l'apprendimento, di formare alunni in grado di ricercare collegamenti e di acquisire efficaci metodi di studio che permettessero loro di ragionare con la propria testa in modo critico e magari in qualche caso (perché no?) provare qualche gioia nell'apprendimento vero, quello conquistato. Ma è anche questo che si vuole colpire. In una società funzionalizzata totalmente al mercato, la massa della popolazione non deve pensare, ma conoscere solo quei rudimenti necessari per lavori più o meno precari che potrà svolgere. Intanto anche nella media troveremo il prossimo anno docenti "prevalenti" e quelli "tappabuchi", anche se insegnanti della stessa disciplina.

Meno Italiano per la nuova Babele di stampo razzista

Mi chiedo se sia un caso che questo governo abbia scelto di colpire proprio l'insegnamento di Italiano, Storia e Geografia nella scuola media, già danneggiato dalle Indicazioni Nazionali, volute dai passati Ministri (sia quelle morattiane che quelle di Fioroni, per intenderci), che hanno bersagliato e reso difficoltoso, se non inefficace, l'apprendimento della Storia e della Geografia nel primo ciclo.
Riguardo allo studio dell'Italiano, nel mese di luglio a Berlino si è costituito il "Comitato 9 marzo per il diritto alla lingua nazionale e alla non discriminazione linguistica". Non ho potuto approfondire gli atti di questa iniziativa, ma è già interessante il dato che, perfino a livello di apparati sindacali e di Unione Europea, sia stato riconosciuto il problema del pericolo che incombe sul nostro futuro per l'indebolimento della conoscenza linguistica e sia emerso che gli elementi di discriminazione linguistica si siano accentuati con la Gelmini che, oltre a bocciare il multilinguismo nel tentativo di proporre l'inglese come unica altra lingua, ha mortificato lo studio della lingua nazionale, il cui apprendimento è già fortemente in crisi per una serie di motivi, dall'impoverimento linguistico in tutti i campi, alla politica più che decennale di svalorizzazione della scuola pubblica.
C'è un nesso tra il depotenziamento dell'insegnamento dell'Italiano, il cui apprendimento è uno strumento cardine per la comunicazione e per l'acquisizione dei necessari strumenti per decodificare ciò che accade, in altri termini per impadronirsi di capacità critiche, e la proposta ministeriale, per ora sventata dalla sentenza del Tar, di introduzione dell"Inglese potenziato, a cui si è aggiunta recentemente la richiesta dell'introduzione del dialetto nelle scuole e addirittura la prova di conoscenza di questo per l'accesso all'insegnamento da parte della Lega, tra il provocatorio e il faceto? Queste ultime sembrano due proposte concettualmente antitetiche: la seconda sembra prefigurare una società arcaica, un ritorno alla babele dei localismi, l'altra sembra invece delineare come attuale una società globalizzata anche culturalmente e politicamente. Ma lo sono davvero? Non credo.
Piuttosto, questo frequente apparente contraddirsi, questi continui fuochi di artificio di pseudo-proposte diverse nascondono un indirizzo costante: la dequalifiquazione della scuola pubblica, la sua privatizzazione e le scelte di risparmio del bilancio del welfare; risparmio a senso unico, vista la scelta indecente e incostituzionale (quindi illegale) di tagliare in modo netto i fondi alle scuola statali e erogarli (aumentandoli) a quelle private, mentre le prime hanno difficoltà a riaprire a settembre.
Evidentemente questo governo ritiene che la cultura non debba essere di tutti e perciò vengono sottratte ai ragazzi le competenze di accesso. L'apprendimento della lingua di origine, assieme alle conoscenze storico-geografiche, facilita oltretutto anche l'apprendimento delle altre lingue, così come accade per lo studio della cultura locale, a cui la maggior parte degli insegnanti già si richiama.

Scardinamento del Sistema Costituzionale

L'impoverimento culturale della popolazione facilita il controllo sociale da parte dei governi repressivi, tanto più durante le crisi economiche.
Non c'è contraddizione tra il decentramento spinto che crea caos dappertutto e distrugge i vincoli solidaristici, resi difficili dalle delocalizzazioni, dalla flessibilità del lavoro e dalla mancanza di un sistema informativo sano e il fenomeno apparentemente opposto, cioè l'accentramento governativo che dall'alto emana leggi e regolamenti che pretenderebbero di occupare ogni spazio della vita civile e decidere la vita di tutti in un clima asfittico e "persuasivo", in grottesco contrasto con l'impunità personale garantita al capo del governo: tutti i governi antidemocratici hanno queste caratteristiche. Non c'è contraddizione in un "regime" di questo mondo, dominato dagli organismi economico-politici mondiali, sottratti alla democrazia, tra forte accentramento del Governo statale nelle mani delle caste dei potentati economici sempre più ristretti e famelici e il degrado delle periferie, abbandonate alla violenza della manovalanza di regime, in balia delle ronde e delle pattuglie sguinzagliate a fini repressivi di pseudo-emergenze, dove è davvero labile e troppe volte confuso il confine tra politica, malavita organizzata e forze dell'ordine di uno Stato che si fa strumento degli interessi della classe degli infinitamente ricchi e enormemente pochi, cinici dominatori del mondo. Non c'è contraddizione, quindi, tra la pratica accentratrice di questo Governo che gestisce la cosa pubblica attraverso la decretazione, esautorando il Parlamento (quantunque di "nominati"), e la presenza di Ministri che predicano il secessionismo e l'odio antimeridionale.

Del resto questa linea di tendenza
era già evidente da anni ed è possibile trovare le sue origini storiche in numerosi eventi anche tragici, che hanno ostacolato la vita democratica e l'attuazione della Carta Costituzionale. Senza andare troppo indietro, si ritrovano grandi analogie tra il comportamento del governo attuale e quello del connubio Moratti-Berlusconi, quando veniva sperimentata una politica scolastica di stampo autoritario, senza dialogo sociale, mentre si gettavano le scuole nel caos, tagliando fondi e imponendo norme che impoverivano l'insegnamento, mentre a livello generale veniva proposto un cambiamento della Costituzione di stampo anch'esso autoritario ed eversivo (la cosiddetta devolution) che avrebbe gettato il Paese nel caos. (1)

Assalto alla Scuola e legge Aprea, svilimento della Repubblica: quali risposte?

A sconquassare la Scuola, in un quindicennio, si sono cimentati Berlinguer, Moratti, Fioroni e poi Gelmini, che ci hanno "donato" la riforma dell'Autonomia scolastica e dell'accesso della scuola privata nel settore pubblico, la riforma Moratti e le cosiddette modifiche del cacciavite di Fioroni, le leggi della "banda dei tre", Tremonti-Gelmini-Aprea; l'ultima, la legge Aprea è la più temibile, perché lascerebbe della Scuola della Costituzione solo l'involucro, così come resterebbe la "mera apparenza" degli insegnanti, perché questi sarebbero privati della loro funzione la cui essenza costituzionale risiede nella libertà d'insegnamento. In compenso, potenzialmente la legge Aprea potremmo ancora inabissarla.
A livello più generale, in questi anni, si sono alternati Prodi e Berlusconi, abbiamo bocciato la cosiddetta "devolution" col Referendum costituzionale, ma la stanno attuando lo stesso di fatto ed ora noi, come lavoratori di tutto il mondo, siamo al "macht" finale. Siamo al decreto (in)sicurezza di stampo razzista, siamo alla legge contro la libertà di stampa e per rendere inoffensiva la Magistratura nei confronti della malavita organizzata (sia quella annidata nello Stato, sia quella nascosta nei territori), siamo alle gabbie salariali, all'attacco generalizzato al lavoro e alla sua sicurezza, in tutti i sensi, siamo alla contaminazione e al degrado di gangli vitali della Repubblica.

La situazione è davvero grave. Alcuni segni positivi di collegamenti e di risposte comuni ci sono, ma troppo deboli e non organizzati. I lavoratori della Innse affermano in questa torrida estate che la lotta in prima persona paga. Gli insegnanti questo autunno sapranno dimostrare altrettanta dignità, imparando a difendere la loro funzione costituzionale e il loro lavoro, in difesa delle nuove generazioni e del Paese, senza piegare la schiena ed inchiodando i sindacati alle loro responsabilità?
Bisogna vincere la partita prima dell'implosione.

Gemma Gentile
22 agosto 2009

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(1) "La scuola morattiana è stata finora una sorta di laboratorio, in cui viene sperimentato il modo di concepire i rapporti tra governanti e governati e tra centro e periferia da parte di questo governo aspirante a farsi regime.
Mentre il centro ministeriale, sempre più arroccato nelle proprie stanze del potere, emana ordini, rifiutando qualsiasi confronto, le scuole buttate nel caos e invitate a procurarsi autonomamente i mezzi necessari, versano spesso in condizioni poco dignitose e non sono in grado di offrire i necessari servizi formativi ai propri alunni.
La Costituzione, ipotizzata dalla destra, concentra un enorme potere nelle mani del premier, esautorando il Parlamento da una reale possibilità di controllo sul suo operato, mentre riduce la figura del Presidente della Repubblica ad una funzione meramente decorativa.
A questo accentramento fa da contraltare il caos in cui è buttato il Paese con la devolution, che ne mina l'unità e approfondisce, in modo insanabile, le differenze e le iniquità esistenti in uno Stato come l'Italia, che non è mai stato capace di sanare la questione meridionale." (da Scuola per la Costituzione, aprile 2005)

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