Imprigionate il vento
Giuseppe Aragno - 21-08-2009
"Uocchie ca nun vede, core ca nun sente", sostiene con ragione una saggezza tutta meridionale. E non traduco: Cota, Bricolo e Calderoli sanno perfettamente di che parlo e se davvero non sanno, studino lingue e leggano vangeli.
Un mistero glorioso. Ormai non sbarcava davvero più nessuno, ma lo sanno tutti: prima di fermarsi a Eboli, Cristo è passato per la cattolicissima Padania.

E' un po' che i direttori d'orchestra del circo mediatico stanno costruendo un paese cieco e sordo - altrimenti perché pagarli profumatamente? - e i nostri cuori accecati s'agitano solo per le quotidiane capriole del mibtel, per le urne lontane dei brogli afgani, per l'imprenditore poverino che non conosce al mattino il destino serale del suo borsellino, per le banche malate che vanno curate coi quattrini tassati ai contribuenti, per quei mariuoli dei pensionati che si ostinano a campare e non basta riformare e, dulcis in fundo, per il destino cruciale di Villa Certosa.

Gli sbarchi s'erano fermati per un mistero miracoloso, ma bastava cercare e sulla rete scoprivi che il mare ogni tanto restituisce corpi suicidati. Maroni e soci, che lo sanno benissimo, si segnano con la croce, perché sono credenti, e tirano avanti tranquilli e contenti: i pesci sono muti e chi ne ha voglia li chiami a testimoni.

Gli sbarchi s'erano fermanti, ma un incidente può sempre capitare e il vento esiste. Non c'è Lega che tenga: benché sia certamente clandestino, il vento non lo ferma un questurino, non lo blocca un ministro, nemmeno il più destro per quanto sinistro, il vento non l'acchiappa una ronda, non lo chiudi in un campo per sei mesi, non c'è galera attrezzata che lo metta a tacere. Il vento - come il pensiero e gli ideali - esiste e non lo puoi ammazzare.

E' stato il vento a portare a terra l'eco d'un urlo disperato, sicché, sfuggiti a un'atroce condanna a morte - anche questo è un miracolo - cinque sventurati son diventati per caso cinque capi d'accusa: eravamo in tanti...

Il ministro Maroni, notissimo esportatore di democrazia, che al vento non può chiedere conto, ha domandato perciò prontamente un'inchiesta: i fantasmi che gli si sono parati davanti sono un incubo che fa paura, e lui, l'arruolatore di ronde padane, verde, come sa esserlo solo un leghista, s'è difeso: l''incubo sta mentendo.
E tuttavia lo sa. Se i pesci potessero parlare, per ogni morto ci sarebbe un assassino.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Fuoriregistro    - 31-08-2009
Pubblichiamo qui un contributo che mostra l'altra faccia della medaglia italiana: il bisogno di sicurezza e serenità di chi si trova troppo esposto al dolore degli altri. Forse, scrive l'autore, una recuperata tranquillità potrebbe far riaffiorare quella sensibilità ai diritti che la paura inevitabilmente soffoca. Inevitabilmente sono le domande ad affiorare, mentre il vento increspa le acque e disperde le risposte. Come sempre lasciamo al dibattito il compito di ripescarne qualcuna e di riempire i troppi, rumorosi vuoti che ci circondano. Red.

L’impresentabilita’ della compassione impotente
di
Vincenzo Andraous

Nel centro di raccolta a Lampedusa non sono più rinchiusi uomini sfiniti dagli occhi spenti, né donne e bambini, le strutture sono vuote e silenziose, messe a tacere le polemiche, le proteste, le tante storture degli sbarchi del dolore, degli ammazzamenti in mare aperto moltiplicati all’infinito.
Un atto di giustizia per molti, di calcoli opportunistici per altri, in ogni caso non appaiono più all’orizzonte barconi di disperati, clandestini da mantenere, esclusi da contenere.
Per il cittadino inferocito dalle rinunce cui è costretto quotidianamente, non udire più “uomini in mare “,è quanto meno di grande sollievo, dopo anni trascorsi a sopportare l’intollerabile, gli accadimenti inqualificabili, fino a sentirci responsabili di tante tragedie perpetrate là dove lo sguardo è tentato a perdersi.
L’impresentabilità della compassione impotente è stata giustamente interrotta, a Lampedusa è ritornata la calma, ognuno al proprio ruolo, alla propria condizione, al proprio futuro di libertà, non c’è più un solo riflettore, una telecamera, una spiaggia circoncisa dal pianto delle donne e dei bambini alla deriva, carne umana e commercianti di vuoti a perdere rimangono al di là degli occhi socchiusi.
Una battaglia di umanità nei riguardi di chi riusciva ad arrivare vivo, ma rimaneva in ginocchio, una battaglia di giustizia per chi è stato obbligato ad accettare una vera e propria invasione, costretto a reagire riducendo e indurendo la propria pietà e solidarietà.
Ora il punto è che fine fanno gli uomini rimandati indietro, i derelitti, gli ultimi, i neri e gli sconfitti mille volte, a quale destino forse peggiore sono accompagnati.
Questi quesiti non sono più percepiti come improcrastinabili, perché c’è l’esigenza di staccarsi da una reiterazione invasiva così dirompente, ora è il momento di pensare a essere finalmente più sicuri in casa propria, a fare quella sicurezza che forse è riuscita togliere dalle nostre rive, dai centri di permanenza, tanti uomini e donne stremati da una vita secolarmente nemica.
Forse l’unica via percorribile era, ed è, questo respingimento, forse abbiamo perso anche troppo tempo per questa necessarietà non più rinviabile.
Forse è così, ma ora occorre rifare il percorso a ritroso, andare a vedere, indagare, verificare, se magari si perpetuano ingiustizie anche peggiori di quelle da poco sanate nel nostro territorio, forse occorre ritornare a osservare al di là di quegli orizzonti, dove comunque stipuliamo accordi e interessi condivisi.
Forse ora che abbiamo risolto il nostro problema, può essere salutare quanto meno per il mantenimento di quei valori di riferimento alti, di quei principi morali che ci contraddistinguono, confermando che non sono prodotti da supermercato, né occasioni meritevoli del sangue degli altri.