Centro Eda
Emanuela Cerutti - 23-05-2009
  • Classe di licenza media pomeridiana frequentata solo da ragazze e ragazzi stranieri.
    La domanda giunge dopo un percorso narrativo - espressivo che tende a far uscire allo scoperto le loro esperienze, a guardarle in faccia, a saperle raccontare, scrivere, illustrare.

    "Come stai in Italia?"

    Le risposte non sono dirette, bene, male. No, cercano esempi e non si sa se per convincere se stessi o per dare concretezza al disagio.

    "Pochi amici, con ragazzi italiani difficile essere amici.

    Io quando esco da scuola vado a casa e basta.

    Io gioco a calcio poi basta.

    Io volevo fare la modella ma non si riesce. Forse la parrucchiera. Ma tu vieni da me per tagliare i capelli?

    Nel mio paese non c'è lavoro, non c'è soldi, ma mi manca..."


    Io non correggo, non ora.
    Loro non aggiungono altro, ma il silenzio impacchetta la paura con nodi che speriamo non si sciolgano troppo violentemente.



  • Corso di alfabetizzazione quasi notturno per adulti, stranieri: gli analfabeti italiani a scuola non vengono così facilmente (e questo per qualcuno è la causa di tanti guai). Lo sfogo è imprevisto.

    "Telefono per lavoro, cercano per le macchine del caffè, come quella a scuola, con le monetine. Io sono operaio specializzato, so fare..."

    Ma sul suono duro della nazionalità la conversazione si spezza rapidamente:

    "Sono marocch ...."

    "Non ci serve" e il buona sera è di troppo.

    Dice la moglie: "Potevano almento non farlo sentire così male, almeno quello".



  • Laboratorio di informatica sul calar del sole con un gruppo misto di stranieri: giovani uomini e donne di diverse provenienze. L'ultima mezzora è dedicata alla posta elettronica. Necessariamente invado la privacy: M. scrive in italiano oltreoceano, perchè il suo amico in Italia c'è stato e l'italiano lo sa, ma vuole essere certo non ci siano errori. E' un secondo e il mio stomaco ha un lieve moto di ribellione.

    "... Voglio tornare a casa. Io dormo male la notte ... "

    Non è solo un problema di caldo; e forse nemmeno di alimentazione sballata o di denti in crisi. La crisi è nell'anima della gente.

E mentre c'è chi questua voti con promesse bellicose (tranquilli, se vinco io gli stranieri li faccio fuori - eufemismo provinciale, s'intende -), e chi minaccia tagli mirati ai Centri Territoriali (vedi la non troppo nota "ridefinizione dell'assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione degli adulti, ivi compresi i corsi serali, previsti dalla vigente normativa), gruppi di persone sprovvisti di mezzi propri macinano kilometri due o tre volte la settimana per arrivare puntuali in aule che li accolgono e chiedono:

"Il futuro, per favore, possiamo imparare il futuro? E' con quello che abbiamo problemi..."




Tags: alfabetizzazione, eda, ctp, immigrati, stranieri


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giuseppe Comune    - 24-05-2009
Il futuro, purtroppo, non si insegna. Si può prevedere e cercare di costruirlo. Qualche volte, come dimostra il tuo misurato e acuto intervento, si può e si deve temerlo. Siamo davvero messi male, ma non possiamo e non dobbiamo farci prendere dallo sconforto. E' giusto, al contrario, riflettere e reagire, come tu fai e inviti a fare.

 Francesco Di Lorenzo    - 24-05-2009
Il tuo articolo è bellissimo. Qualche anno fa alcuni di noi ci hanno veramente creduto nei CTP, ci hanno lavorato con convinzione e qualche minimo risultato lo abbiamo pure raggiunto. Ricominciamo? Capire da dove, non sarebbe male.

 ilaria ricciotti    - 24-05-2009
Capisco Emanuela e la sua angoscia è anche la mia.
E' vero come dice Giuseppe che il "futuro non si insegna", ma è anche vero che con questi presupposti nazionali ed internazionali il futuro che prevedo per i nostri bambini ed i nostri giovani è nero, molto nero. Io non sono ottimista. Guardandomi intorno ciò che mi angoscia di più non è soltanto la precarietà di molti adulti, ma la superficialità con cui stanno crescendo molti dei nostri giovanissimi, imbevuti di veline, denaro, grif, auto di grossa cilindrata, corruzione e di tante altre corbellerie sfornate da questa nostra società consumistica che sa vendere molto bene i suoi prodotti superflui a tutti, ma soprattutto a chi non ha gli strumenti per rispedirli al mittente.
Purtroppo sono tante le cacche che ci circondano e che calpestiamo portandoci dietro il loro fetore.
Nonostante ciò io non mi arrendo e cerco tutti i giorni di evitarle .