Cesare intendeva uccidere la Repubblica
Giuseppe Aragno - 12-05-2009
L'autunno scorso, quando un'onda colorata di giovinezza ha invaso le strade del Paese e ha occupato scuole e università, rivoltandosi contro Berlusconi, buona parte dei sapienti professori se n'è stata a guardare e non ha colto al volo l'occasione per sostenere la protesta con la lezione sulla disuguaglianza appresa dalla rivoluzione francese e da Robespierre, che di tiranni s'intendeva: "hanno riconosciuto la sovranità della nazione, ma l'hanno cancellata. Non erano, per loro stessa ammissione, che mandatari del popolo e si sono trasformati in sovrani, cioè in despoti. Perché il dispotismo non è altro che l'usurpazione del potere sovrano"[1]. Qualcuno, preoccupato del suo orticello, qualche altro preso all'amo del "diritto allo studio" e suggestionato da un legalitarismo miope e pragmatico che copre spesso mille ingiustizie, i più intimiditi dal potere nascosto sotto etichette strumentali, generiche e onnicomprensive che uniscono o dividono a seconda che sia scirocco o tramontana e, quando cerchi di capire di che si tratti, ti lasciano in mano solo un pugno di mosche. Non mi fido di certe formule magiche costruite ad arte per confondere le idee - genitori, utenti, consumatori - prive di luce e consistenza. Mille volte meglio, come insegna un maestro, la parola "dura, affilata, che spezzi e ferisca", che sappia "tagliare e colpire crudelmente come fa il chirurgo perché la maggior pietà del chirurgo è di non aver pietà"[2]. E, ateo come sono, voglio dirlo, prendendo ancora una volta in prestito le parole di un cattolico: odio quella "saggezza umana" che sa "rimandare la giustizia a più tardi, con la scusa che oggi è imprudenza", la odio, come l'attitudine gesuitica alla menzogna, perché essa è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanare chiese".

Ci siamo divisi, mentre i nostri ragazzi, con improvvisa e sorprendente lucidità, chiamavano a raccolta; abbiamo "fatto lezione" come impone un "ordine costituito" anche quando si presenta come disordine morale e smantella la Repubblica in nome di mal dissimulati interessi di parte. Lo sciopero, che i nostri nonni scelsero come strumento nella lotta di classe per evitare di ricorrere a ben altre armi, è stato attaccato e non abbiamo incrociato le braccia a tempo indeterminato. Abbiamo consentito che si cancellasse il diritto al lavoro dei precari, che si consegnasse al boia gente che ha bussato alla nostra porta per chiedere aiuto e non abbiamo messo a soqquadro il Paese. La scuola è ferita a morte e in nome di un agghiacciante "diritto del sangue" che ci sprofonda negli anni bui del razzismo, sorgono ovunque campi di concentramento. Che aspettiamo a dire basta?

Abbiamo sbagliato. Bisognava stare con loro, con i nostri ragazzi e occupare con loro le scuole e le università. Bisognava stare con loro e aiutarli a capire che colpiscono le scuole perché vogliono distruggere l'uomo. "Distruggerlo di dentro. E per distruggerlo da dentro basta una cosa sola: tenerlo sotto il segno del terrore" [3].

Siamo di fronte a quelli che Carlo Rosselli definì "abissi insondabili" che si aprono tra governati e governanti anche quando la maggioranza dei governati sembra stare dalla parte di chi governa. Abissi "che si riveleranno [...] all'improvviso per vie imprevedibili" [4]. E' "proprio della dittatura la soppressione dell'opinione pubblica", egli proseguiva. Il corpo sociale, infatti, perde così "ogni autonomia di movimento; è come un corpo senza nervi nel quale la tirannia affonda cento volte il bisturi senza provocare reazioni" [5].

Ognuno valuti in che misura tutto questo ci possa riguardare. In quanto a me, che insegno storia, ricorderò ai miei studenti quanto ho appreso da don Milani: "se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura" [6]. Con coscienza serena, spiegherò poi che Bruto e Cassio agirono per legittima difesa: Cesare aveva in animo di uccidere la Repubblica.


Note

1) Maximilien Robespierre, Dei mali e delle risorse dello Stato, 29 luglio 1792, in Oeuvres Complétes,Tomo VIII, Discours, (troisième partie: Octobre 1791-Septembre 1792), a cura di Marc Bouloiseau, George Lefebvre, Albert Soboul, Presse Univeritaires de France, Paris, 1954, riportato in Marco Armando (a cura di), Dizionario delle idee. La politica e la morale della Rivoluzione francese, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 30.
2) Lorenzo Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori, Milano, 1970, riportato in Don Milani. Ideario, a cura Maria Laura Ognibene e Carlo Galeotti, Eretica Stampa Alternativa, Viterbo, 2007, p. 57.
3) Idem, I care ancora, Città di Castello, Emi, 2001, riportato da Don MIlani. Ideario, cit., p. 38.
4) Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, ivi. P. 14.
5) Carlo Rosselli, La battaglia non si risolverà in commedia, "Giustizia e Libertà", 13-7-1934, riportato da Carlo Rosselli, Scritti Politici a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Bagnara, Guida, Napoli, 1988, p. 287-290.
6) Ivi.
7) Lorenzo Milani, Lettere..., cit. riportato in Don Milani. Ideario, cit., p. 39.

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 Gemma Gentile    - 15-05-2009
Condivido totalmente questa critica, che è anche la mia, e corrisponde perfettamente alla mia esperienza. Il piatto pragmatismo che è spesso l'anticamera dell'opportunistico limitarsi al proprio "orticello", che diventa spesso autocensura dei più "realisti" ventilata ma non richiesta esplicitamente dal "re" stesso, ha portato noi insegnanti ad applaudire formalmente alla forza dell'Onda, ma nei fatti a bollare poi come esagerata, ideologica e avventurista la linea "oltranzista" del movimento degli studenti in quei mesi, a ritenere inopportuna la mescolanza "impura" con gli altri soggetti colpiti dalla crisi, ha portato noi docenti a diventare "cattivi maestri". Abbiamo consigliato ad i nostri alunni spesso di stare ai singoli fatti, siamo caduti nella trappola della divisione adottando una strategia di lotta graduale, obiettivo per obiettivo. Avremmo dovuto avere occhi più lungimiranti dei loro, guardando oltre l'orizzonte, per indicare noi a loro la prospettiva. Avremmo dovuto capire che l'utopia, posseduta dai giovani, non è un ferro vecchio da buttar via per entrare nel mondo dei compromessi dell'età adulta, ma riconoscere che, nei momenti di rottura storica, solo la cosiddetta utopia ci permette di uscire dal labirinto del piatto "realismo consociativo" e ci può offrire una chiave di uscita verso una vittoria possibile, tentando di imporre nuovi rapporti di forza e nuovi scenari, anche se solo in prospettiva.
I ragazzi hanno dovuto lottare da soli, spesso anche contro i propri insegnanti, ai tempi della Pantera, quando iniziò l'attacco mercantilistico all'Istruzione pubblica, ma anche questa volta noi docenti siamo stati l'anello debole. Oggi, non abbiamo reagito di fronte all'attacco ai nostri sacrosanti diritti (sciopero, malattia, ecc), conquistati con la lotta e col sangue. Abbiamo assistito senza batter ciglio alla macelleria sociale che falcidiava i posti e le vite dei nostri colleghi precari, illudendoci (ma ciò potrebbe costituire anche un elemento secondario in questo discorso) che non toccherà al "ruolo", stiamo assistendo alle leggi razziste che ci colpiscono nella nostra etica di insegnanti e non battiamo un colpo....

Condivido anche il finale. Ognuno operi secondo coscienza. Anch'io, parlando con i miei alunni di terza media delle nuove norme di "sicurezza" che si delineano come le odierne leggi razziali, ho detto loro che ad una legge ingiusta non si può che rispondere con l'obiezione, leggendo don Milani. Ho detto loro che, quando studiamo la storia, non abbiamo diritto di scandalizzarci davanti all'indifferenza di milioni di cittadini nei confronti delle leggi razziali naziste e fasciste, se poi oggi obbediamo a leggi che vorrebbero costringerci ad operare come carnefici dei nostri alunni, ignorando il nostro dovere di educatori.

 Bruno Ballardini    - 17-05-2009
io mi sono commosso a leggere queste parole. E mi commuovo tanto più nello scoprire che, come me, sei un docente a contratto. Vorrei sottolineare questo piccolo dettaglio perché nessuno lo sa ma i docenti a contratto di fatto non esistono. Portano avanti lo stesso lavoro (ed hanno lo stesso "potere") dei docenti ordinari, dei baroni, ma vengono pagati mediamente solo 900 Euro (all'anno, non al mese) e alla fine del mandato: quindi si tratta di volontariato puro. Leggo da quello che scrivi tutto l'entusiasmo che anche tu, nonostante tutto, ci metti. Entusiasmo impossibile da parte dei docenti ordinari, ormai affogati in una inutile e improduttiva routine professionale. Ma noi non esistiamo. Paradossalmente, perfino i "precari" esistono nella scala evolutiva del personale universistario, mentre noi proprio non esistiamo. Un tempo speravo che prima o poi avrebbero fatto dei concorsi, poi ho capito che i concorsi non si fanno perché ci siamo noi e con noi si risparmia un sacco di soldi. Tutto questo per dire che avevano ragione gli studenti. E i docenti che non si sono uniti a loro hanno doppiamente torto. Questo sistema formativo è arrivato al capolinea. Non sono servite riforme-cerotto condivise anche da governi di centrosinistra. Qui è tutta la classe politica che si è rivelata incapace di riformare. E più colpevoli sono i baroni universitari e tutto il personale ordinario che fa il pesce in barile e non prende parte... tace...