In marcia insieme ai partigiani
La Redazione - 25-04-2009
Dalla Biennale della democrazia riceviamo e volentieri diffondiamo, insieme ai nostri consapevoli auguri. Red


In ogni caso, il fine ultimo della partecipazione popolare alla vita politica rappresenta la volontà di considerare tutti gli uomini sullo stesso piano, a prescindere dalle loro competenze o differenze razziali piuttosto che di culto.
Forse è proprio questa diversità che determina il sistema democratico costantemente in crisi ed è perciò necessaria una continua educazione alla difesa di questo stesso sistema nei confronti del quale, se non si applicasse una costante viglilanza si compierebbe un autentico crimine.






discussione chiusa  condividi pdf

 Aldo Ettore Quagliozzi    - 25-04-2009
“ Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo, ( … ) quelli in cui la realtà non è più l´insieme di fatti duri e inevitabili, ma una massa di eventi e parole in costante mutamento, nella quale ciò che oggi è vero, domani è già falso, secondo l´interesse al momento prevalente. “

Ho riportato sopra il passo che a mio parere rappresenta più efficacemente lo spirito della “ lectio magistralis “ ( la titolazione, “Le parole della democrazia“, è del quotidiano la Repubblica n.d.r. ) che Gustavo Zagrebelsky ha tenuto a Torino nell’ambito della manifestazione “ Biennale democrazia “. Di seguito ne ho trascritto le parti più salienti. Alle parole di cotanto Maestro penso sia del tutto inutile aggiungere alcunché.

“ Ogni forma di governo usa gli argomenti adeguati ai propri fini. Il dispotismo, ad esempio, usa la paura e il bastone per far valere il comando dell´autocrate. La democrazia è il regime della circolazione delle opinioni e delle convinzioni, nel rispetto reciproco. Lo strumento di questa circolazione sono le parole. Si comprende come, in nessun altro sistema di reggimento delle società, le parole siano tanto importanti quanto lo sono in democrazia. Si comprende quindi che la parola, per ogni spirito democratico, richieda una cura particolare: cura particolare in un duplice senso, quantitativo e qualitativo. Il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell´uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica. Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo più i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone. Il numero delle parole conosciute, inoltre, assegna i posti entro le procedure della democrazia. (…) Con il numero, la qualità delle parole. Le parole non devono essere ingannatrici, affinché il confronto delle posizioni sia onesto. Parole precise, specifiche, dirette; basso tenore emotivo, poche metafore; lasciar parlar le cose attraverso le parole, non far crescere parole con e su altre parole. Uno dei pericoli maggiori delle parole per la democrazia è il linguaggio ipnotico che seduce le folle, ne scatena la violenza e le muove verso obbiettivi che apparirebbero facilmente irrazionali, se solo i demagoghi non li avvolgessero in parole grondanti di retorica. Le parole, poi, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere. Altrimenti, il dialogo diventa un inganno, un modo di trascinare gli altri dalla tua parte con mezzi fraudolenti. Impariamo da Socrate: «Sappi che il parlare impreciso non è soltanto sconveniente in se stesso, ma nuoce anche allo spirito»; «il concetto vuole appropriarsi del suo nome per tutti i tempi», il che significa innanzitutto saper riconoscere e poi saper combattere ogni fenomeno di neolingua, nel senso spiegato da George Orwell, la lingua che, attraverso propaganda e bombardamento dei cervelli, fa sì che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l´ignoranza forza. ( … ) I luoghi del potere sono per l´appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove, a incominciare proprio dalla parola politica. Politica viene da polis e politéia, due concetti che indicano il vivere insieme, il convivio. È l´arte, la scienza o l´attività dedicate alla convivenza.
( … ) Quanto alla parola democrazia, anch´essa è sottoposta a rovesciamenti di senso, quando se ne parla non come governo del popolo, ma per o attraverso il popolo: due significati dell´autocrazia. ( … ) Affinché sia preservata l´integrità del ragionare e la possibilità d´intendersi onestamente, le parole devono inoltre, oltre che rispettare il concetto, rispettare la verità dei fatti. Sono dittature ideologiche i regimi che disprezzano i fatti, li travisano o addirittura li creano o li ricreano ad hoc. Sono l´estrema violenza nei confronti degli esclusi dal potere che, almeno, potrebbero invocare i fatti, se anche questi non venissero loro sottratti. Non c´è manifestazione d´arbitrio maggiore che la storia scritta e riscritta dal potere. La storia la scrivono i vincitori – è vero - ma la democrazia vorrebbe che non ci siano vincitori e vinti e che quindi, la storia sia scritta fuori delle stanze del potere. Sono regimi corruttori delle coscienze fino al midollo, quelli che trattano i fatti come opinioni e instaurano un relativismo nichilistico applicato non alle opinioni ma ai fatti, quelli in cui la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell´ingiusto, il bene su quello del male; quelli in cui la realtà non è più l´insieme di fatti duri e inevitabili, ma una massa di eventi e parole in costante mutamento, nella quale ciò che oggi è vero, domani è già falso, secondo l´interesse al momento prevalente. Onde è che la menzogna intenzionale, cioè la frode – strumento che vediamo ordinariamente presente nella vita pubblica – dovrebbe trattarsi come crimine maggiore contro la democrazia, maggiore anche dell´altro mezzo del dispotismo, la violenza, che almeno è manifesta. I mentitori dovrebbero considerarsi non già come abili, e quindi perfino ammirevoli e forse anche simpaticamente spregiudicati uomini politici ma come corruttori della politica. ( … ) “


 Giuseppe Aragno    - 25-04-2009
Da Lauro a oggi, inseguendo la luce della civiltà

Il tempo della storia non si misura sulle "ricorrenze" e quasi sempre, dietro i giochi di specchi della memoria, la verità nuda e cruda è la più faticosa da raccontare. A Napoli, "capitale dell'antifascismo", come volle chiamarla Mussolini, il 25 aprile più autentico, la data che segna la svolta e rompe senza ombra di dubbio col fascismo, giunge in anticipo sui tempi, ha i colori insanguinati d'un settembre disperato e passa alla storia con due parole che conservano i toni dell'epopea: le Quattro Giornate. Tra quel lampo fulminante del '43 e il 25 aprile del '45, che conclude con l'insurrezione generale del Nord una guerra di liberazione che qui da noi ha ricevuto la sua prima e inarrestabile spinta, c'è di mezzo la storia complessa e controversa del "Regno del Sud", ci sono mesi di patteggiamenti, mediazioni di profilo più o meno alto, richiami al realismo e sperimentazioni che "fanno" la repubblica. C'è - ha ragione Luigi Cortesi - quel "laboratorio politico" su cui si costruisce l'Italia nuova ma, allo stesso tempo, si frena, si indirizza, si gestisce e, per molti versi, si "esaurisce" l'esperienza della lotta partigiana, chiamata subito a fare i conti col processo politico che riconduce l'indisciplina sociale e politica dell'antifascismo popolare - escluso dal gioco di equilibri dei partiti del CLN - nei binari dell'ordine e della "continuità dello Stato". Ne nascerà non solo una irrimediabile deformazione dei reali rapporti di potere tra le classi sociali ma, soprattutto qui al Sud, una crescente debolezza delle posizioni democratiche e il riflusso nelle illusioni neomonarchiche e in un meridionalismo straccione di marca sempre più reazionaria. D'altro canto, al di là delle volontà e delle intenzioni dei combattenti di ogni fede politica, la guerra partigiana è parte di un conflitto più grande, di uno scontro d'interessi immane che rivela sin dall'inizio la sua natura di guerra imperialistica.
Il 23 aprile del 1945, quarantott'ore prima dell'insurrezione che darà il colpo di grazia al fantoccio di Salò, il CL di Napoli si occupa di deleghe da rinnovare a Vico Equense, di un rappresentante liberale da nominare a ad Afragola, di questioni salariali e di un'inchiesta per uno scandalo all'Ente Autotrasporti. Il 30 aprile, quando Maurizio Valenzi propone di organizzare comizi per celebrare la vittoria nell'Italia del Nord, la proposta è accolta all'unanimità. E, tuttavia, quante cose potrebbe insegnarci il passato. Da mesi, dopo un incredibile fuoco di fila aperto sui temi "classici" della difesa della vita, della scuola privata, della moralità e dell'ordine pubblico, mentre il fascismo si appresta a passare armi e bagagli nei gangli vitali della burocrazia della repubblica, la Democrazia Cristiana ha collocato Giovanni Leone nella trincea della battaglia contro un'epurazione che, di fatto, non ci sarà.
Quando il 12 maggio del '45 giunge notizia dell'arrivo a Napoli del Comitato di Liberazione del Nord, Clemente Maglietta, segretario della Camera del Lavoro, sta illustrando al CL napoletano le condizioni dell'industria e dei suoi addetti. La seduta è immediatamente interrotta e si cerca di conoscere la data e l'ora dell'arrivo dei "compagni" del Nord per "riceverli degnamente". Di lì a poco, tuttavia, il 12 maggio,quando si vota la "piena adesione all'attività politica svolta nel periodo clandestino" e "nei dodici giorni della libertà", per riconoscere legittimità al progetto di formazione di un nuovo governo, Giulio Rodinò pone mille problemi. Il punto è politico: il governo che nasce - chiede Rodinò - si impegni a "fondere" la legislazione del Nord vittorioso in armi, con quella del Sud. Un Sud nel quale, dopo la tempesta del settembre '43, il lavoro di "normalizzazione", condotto con sorda tenacia e ostinata determinazione da cattolici e liberali e debolmente contrastato dai comunisti, preoccupati dalla necessità di mostrare un volto moderato e "nazionale", ha trovato subito il consenso degli Alleati per i quali la "guerra fredda" è cominciata da tempo.
"Addà passa ' a nuttata". E' così che per la prima volta ha espresso le sue speranze uno dei figli migliori della nostra sventurata città; Napoli in quei giorni è "milionaria" proprio come la descrive Eduardo De Filippo: brulicante di segnorine, pitocchi e malaffare, luogo privilegiato di un gioco di scambi invisibile e pernicioso. Eduardo si illude e lo capirà molti anni dopo: la "nottata" non passa e non passerà. Lavorando nel buio della notte, c'è chi ha tirato fuori dal campo di concentramento di Padula Achille Lauro, ex gerarca, amico di Ciano, Starace e Farinacci. Presto Epicarmo Corbino, ministro del Tesoro e delle Finanze, restituirà all'armatore i soldi e le navi messi insieme con l'aiuto di Ciano e col monopolio dei traffici con le colonie.
Sono trascorsi decenni. La stagione di Lauro, ex fascista e sindaco di una città medaglia d'oro della Resistenza, somiglia in maniera impressionante alla lunga stagione che vive oggi il Paese. Una stagione in cui il 25 aprile trova il governo all'opposizione e tutti i ministri estranei alla cultura dell'antifascismo. La storia non si ripete, ma Vico ce l'ha insegnato ed è vero: talvolta, se c'è, nemmeno la Provvidenza può impedire il ritorno della barbarie. E, tuttavia, la crisi del presente non può impedire che la luce della civiltà riprenda a splendere. Nel passato, nella storia, nella coscienza e nella memoria dei popoli, vive il seme del loro futuro risveglio. Oggi, 25 aprile, qui e per noi, questo germe di vita si chiama ancora Resistenza.

Articolo apparso su Repubblica - Napoli

 Vittorio Delmoro    - 25-04-2009
Anni fa, assieme alle mie due colleghe, ho realizzato in una quinta elementare di 12 alunni (con un handicap e almeno due casi problematici) un progetto di storia sulla seconda guerra mondiale e i suoi legami con la fase precedente e successiva.

Ci abbiamo lavorato per quasi l’intero anno, durante il quale, per le attività di mia competenza, ho mostrato alla classe una serie di film (L’Agnese va a morire – I fratelli Cervi – Roma città aperta - …) e di documentari registrati dalla RAI e presi da una videoteca locale.

Ho pure realizzato insieme alla classe un video che ricostruiva gli ultimi giorni di vita di un partigiano del paese, cui è intitolata una via, ma di cui nessuno più si ricorda, intervistando i famigliari ed utilizzando spezzoni di altri video e riprese girate ex novo.

Abbiamo intervistato un partigiano, un (ex) fascista e il presidente provinciale dell’ANPI.

Siamo andati in visita al sacrario di Marzabotto e parlato col sindaco del paese.

Abbiamo chiuso l’anno con una rievocazione molto commovente.

Quegli alunni avevano tra i 10 e gli 11 anni e durante la visione del video, cui avevano partecipato nello stendere il soggetto, nello scegliere le immagini, nel recitare in qualche scena, qualcuno non ha potuto trattenere le lacrime.

E la stessa cosa è successa davanti alle lapidi di Marzabotto.



Mi scuso per questa reminiscenza personale, ma è per dire che oggi tutto questo non è più possibile : abbiamo privato i nostri alunni della Resistenza e del 25 aprile, fino almeno ai quattordici anni.

La responsabile si chiama Letizia Moratti (consigliata dal pedagogista di corte Giuseppe Bertagna), che 6 anni fa decise che il programma di storia affidato alla scuola elementare si fermasse ai Romani.

Per cui l’ultimo secolo (il Novecento) con le guerre mondiali, il fascismo e la Resistenza venivano demandati all’ultimo anno della scuola media (14 anni).

Nei primi due anni dello scempio perpetrato abbiamo resistito adottando i libri di testo precedenti alla riforma e svolgendo dunque i precedenti Programmi; ma poi ci siamo dovuti adattare e da un paio d’anni anche nella mia scuola la storia in quinta arriva ai Romani (proprio ieri i miei alunni si guardavano Il gladiatore).



Cosa abbiamo perduto?

Cosa hanno perduto le nuove generazioni che conosceranno la Liberazione solo a 14 anni?

Avremo forse prevenuto il formarsi di una coscienza storico-politica in età troppo precoce?

Io credo che abbiano (noi docenti e genitori) ed hanno (loro nostri alunni e nostri figli) perduto molto di più.

Un sentimento sociale di riscatto, un anelito di libertà nel momento più duro, il momento in cui – come scrive Sofri oggi – tanti ragazzi si sono impegnati per qualcosa di più grande della loro vita.



Da diversi anni oramai pedagogisti ed esperti, psicologi e persino ministri sollecitano la scuola ad adoprarsi anche per quella che viene definita educazione ai sentimenti; le cronache giornalistiche ci propongono sempre più numerosi casi di ragazzi che scempiano la vita senza emozioni e senza rendersi conto di ciò che fanno.

Le emozioni, i sentimenti sono l’elemento più vivido dei nostri alunni di scuola elementare; la loro spontaneità, la loro freschezza sono da sempre terreno di cultura su cui noi insegnanti costruiamo non solo i saperi, ma anche le relazioni.

Man mano che crescono, questi alunni sembrano inaridirsi, sia nelle manifestazioni esteriori, che nella profondità e naturalezza dei loro sentimenti : educarli diventa sempre più difficile.



Emozioni e sentimenti addirittura suscitati da avvenimenti storici da cui discende (ancora) la nostra vita e cultura democratica, dovrebbero essere coltivati come germogli preziosi fin dalla più tenera età.



E invece…




 ANPI    - 26-04-2009
Milano, 9 maggio 1965

Sfilano gli uomini e le donne che hanno ridato libertà all'Italia


In occasione del 25 aprile siamo lieti di proporre ai lettori del nostro sito le immagini inedite di un eccezionale video amatoriale, girato con una vecchia cinepresa 8 mm a Milano, il 9 maggio 1965.

www.anpi.it/250409/filmato


Quel giorno oltre duecentomila partigiani sfilarono per le vie di Milano al fianco dei reparti delle Forze armate che combatterono con gli Alleati, in una impressionante manifestazione unitaria di popolo. La data scelta, il 9 maggio, cadeva nel 20° anniversario di un'altra grandiosa manifestazione partigiana: quella del maggio 1945, quando i capi della Resistenza uscirono per la prima volta allo scoperto in una Milano finalmente liberata, alla testa di un gigantesco corteo di tutte le principali formazioni partigiane ancora in armi.

Il filmato, girato da un ragazzo di 18 anni, era rimasto finora tra i filmini di famiglia, insieme a quelli delle vacanze, dei bambini che crescono, dei nonni. Vi si riconoscono i capi della Resistenza, le bandiere delle diverse formazioni partigiane, personaggi come Papà Cervi e Cino Moscatelli, e tanti altri. Sfilano donne e uomini di diverso orientamento politico, spesso divisi dalle polemiche politiche di quel periodo (erano gli anni del primo centro-sinistra) ma uniti nel riconoscimento del valore fondante per la Repubblica democratica dell'esperienza della guerra di liberazione.

Ringraziamo Vera Paggi e Davide Meda che ci hanno aiutato nella pubblicazione di questo breve filmato.

Chiediamo ai nostri lettori un aiuto: chiunque riconosca in queste immagini un particolare - una bandiera, un gonfalone, un personaggio - che a noi è sfuggito, scriva al responsabile del sito webmaster@anpi.it, così che possiamo integrare la scheda esplicativa di questo video. Se qualcuno fosse in possesso di filmati analoghi, relativi a vecchie manifestazioni partigiane, ce ne invii una copia: saremmo lieti di pubblicarli!