Nella mia cittą mi sento straniero
Mao Valpiana - 02-04-2009
STORIE DI AUTOBUS E PANCHINE

Amo molto la citta' dove sono nato e vivo. Le colline le fanno da corona, il fiume la bacia due volte, piazze, chiese e palazzi gareggiano per bellezza.
E' conosciuta in tutto il mondo per una storia d'amore, per il bel canto e per il buon vino. Ce n'e' abbastanza per andarne orgogliosi.
Eppure, da un po' di tempo, qualcosa non va. Si avverte un senso di paura, di diffidenza, di chiusura, di arroccamento su se stessa. E' come se la citta' stesse perdendo la propria identita': dall'interno delle proprie viscere cresce sempre piu' la paura dello "straniero" come colui che viene ad invadere il nostro territorio, a rubarci il lavoro, a stuprare le donne, a delinquere, ad inquinare la nostra cultura, a diffondere altre religioni... fuori di se' emerge la spinta all'autodistruzione, a rovinare se stessa, a cancellare in pochi anni cio' che per secoli e' stato preservato: progetti di cementificazioni, un'autostrada che buca le colline, centri commerciali in aree verdi, lottizzazioni per nuovi grattacieli.
Quando si va in una citta' diversa dalla propria (come turisti, come ospiti, o come immigrati), solitamente il primo impatto lo si ha con i mezzi di trasporto e poi con i luoghi di ristoro. Chi viene ora nella mia citta' rischia di trovare brutte sorprese. Sugli autobus urbani sono avvenuti di recente brutti episodi (per l'ultimo, in ordine di tempo, il quotidiano locale ha titolato "insulti razzisti sul bus" rivolti da un conducente ai danni di una signora marocchina), denunciati dalle vittime e persino da qualche autista civile che ha preso le distanze dai colleghi che lascerebbero a piedi immigrati "extracomunitari" presumendoli senza biglietto.
Se dopo un simile trattamento lo "straniero" desiderasse riposarsi su una panchina dei giardini, dovrebbe fare i conti con uno scomodissimo bracciolo fatto installare di recente dall'amministrazione comunale proprio per impedire a chiunque di stare comodo e magari sdraiarsi sulla panca a prendere il primo sole primaverile. Sarebbe antidecoroso, dicono. In alcuni giardini, frequentati dai fruitori della mensa per i poveri della San Vincenzo, le panchine sono state addirittura tolte, cosi' non c'e' piu' il "pericolo" che barboni e senza fissa dimora trovino accoglienza e conforto.
Se autobus e panchine diventano luoghi inospitali e vietati ai soggetti piu' deboli di una citta', significa davvero che quella citta' ha perso la propria anima, tanto da dimenticare che il proprio santo patrono e' un "vescovo moro", proveniente dal nord Africa (Algeria o Marocco) nella seconda meta' del IV secolo e venerato per millesettecento anni come "San Zen che ride" per il suo sorriso accogliente. Oggi sarebbe anche lui un "extracomunitario" insultato sull'autobus e cacciato dalle panchine.
Ma nella nostra citta' ci sono anche numerose associazioni che promuovono la cultura della pace e la difesa dei diritti umani, riunite in un cartello che vuole arginare e sconfiggere, soprattutto sul piano culturale, il nascente razzismo. Una recente iniziativa e' stata quella di acquistare gli spazi pubblicitari sugli autobus e installarvi il logo della campagna "Nella mia citta' nessuno e' straniero". Per una volta la pubblicita' non e' fatta per vendere una merce, ma per regalare un'idea.

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