Le nostre tesi sulla scuola
Lea Borrelli - 17-09-2002
Il “Forum per la scuola pubblica”, che opera a Bari dallo scorso anno, è uno spazio aperto a cui aderiscono vari organismi e associazioni, che hanno individuato alcuni punti unificanti ( contenuti in un documento intitolato “Le nostre tesi sulla scuola”, riportato in calce ) sui quali aggregare le forze per costruire iniziative unitarie, destinate a bloccare il processo di smantellamento dell’idea stessa di scuola pubblica. Un attacco che si inquadra all’interno di un disegno più ampio di destrutturazione di ogni spazio pubblico e, di fatto, di negazione dei fondamentali principi costituzionali.
Questo forte movimento, che ha visto uniti docenti, studenti/esse, cittadini/e e associazioni, ha raccolto a Bari e provincia circa 10.000 firme contro la riforma e per una scuola di qualità, ha organizzato una manifestazione pomeridiana molto partecipata dall’intera cittadinanza, ha fatto un’ampia operazione di informazione.
Il Forum ha ripreso la sua attività il 16 settembre, all’avvio di un nuovo anno scolastico già segnato dai colpi di scure dell’instancabile Moratti, che neanche le vacanze estive sono riuscite ad arrestare.
La Moratti, infatti, non è ancora riuscita a far approvare la riforma in Parlamento, ma non si arrende, e a suon di leggi-delega e sperimentazioni procede spedita, nonostante il mancato consenso dal basso e i pareri negativi del CNPI e dell’ANCI, “dimenticando” peraltro che la fase operativa di ogni sperimentazione che si rispetti dovrebbe essere preceduta da un’ampia attività di ricerca e da una reale consultazione.
Per cominciare, durante l’estate è stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra i Ministeri dell’Istruzione (Pubblica è stato ormai cancellato dal dizionario governativo) e del Lavoro e alcune regioni governate dal centrodestra - la Puglia unica nel Mezzogiorno - per sperimentare il segmento della riforma riguardante la scuola superiore: l’assolvimento dell’obbligo scolastico all’interno della formazione professionale.
Premesso che il Forum si è già espresso contro la canalizzazione precoce - che opera una forte discriminazione di classe - e contro la frantumazione dell’istruzione determinata da questa regionalizzazione, un’occhiata all’intesa obbliga ad alcune ulteriori considerazioni. Il documento parla in termini generici di sperimentazione di nuovi modelli nel sistema di istruzione e formazione, ma non si capisce di quali modelli si tratti e dunque non è ben chiaro che cosa si voglia sperimentare. La formulazione degli obiettivi appare troppo generica per permettere alle stesse regioni di tradurre il progetto sul piano operativo. Di dubbia validità appare anche la valutazione, affidata alle stesse regioni, senza un momento di sintesi e di riflessione a livello nazionale.
Insomma, l’accordo non sembra inserirsi in una politica nazionale con l’obiettivo di risolvere il problema del passaggio dal mondo della scuola al mondo del lavoro, bensì appare orientato a soddisfare interessi di lobby. La Confindustria vedrà finalmente accolta la richiesta di formazione a carico dello Stato, e naturalmente le imprese che accoglieranno gli/le studenti/esse riceveranno anche finanziamenti.
Inoltre nei giorni scorsi abbiamo letto sui giornali che tutte le classi prime degli istituti che partecipano alla sperimentazione saranno inserite nel progetto, dunque studenti e studentesse in età dell’obbligo saranno automaticamente inseriti nella formazione professionale, in barba ad una legge che prescrive l’obbligo scolastico fino a quindici anni.
A tale proposito, il CNPI ha autorevolmente invitato la Ministro ad escludere dalla sperimentazione tutti/e gli/le studenti/esse in età dell’obbligo (in altre parole la maggior parte dei frequentanti il primo anno di scuola superiore!).
Il Forum intende impegnarsi per individuare strategie atte ad evitare che gli studenti in età dell’obbligo siano dirottati sulla formazione professionale, nel rispetto della normativa vigente.
Anche nella scuola elementare e in quella dell’infanzia si sperimenta la riforma. Si tratta di una sperimentazione improvvisata, che comincia tardivamente, e senza risorse economiche (le spese graveranno sui già miseri finanziamenti previsti per la scuola pubblica).
Contenuti, obiettivi e metodi indicati dal piano sperimentale riportano indietro di oltre vent’anni questi due ordini di scuola, che avevano vissuto negli ultimi tempi un processo di rinnovamento e qualificazione.
Nel piano di risparmi del governo rientra anche la ventilata chiusura in Puglia di 91 istituti, selezionati attraverso un puro criterio matematico-ragioneristico: avrebbero diritto ad esistere (ma in gergo governativo si dicono “produttive”) solo le scuole nelle quali il rapporto studenti-docenti non scende al di sotto di 9.5, indipendentemente dal tipo e dall’ordine di scuola.
Eppure il quotidiano ItaliaOggi (giornale certamente non contrario alle posizioni della Ministro) il 28 maggio 2002, a seguito di una propria indagine, titolava: “Italia in regola sul numero di prof - Il rapporto studenti/insegnanti è nella media degli stati Ue”!
Nell’articolo si legge che il calcolo va fatto sul personale effettivamente in servizio nelle classi, e che la situazione geografica (ma si afferma che dovremmo considerare anche quella geo-ambientale e sociale) è analoga a quella di altri paesi che si estendono per lunghezza, hanno una larghezza modesta e il territorio è caratterizzato da rilievi. In questi paesi (es: Norvegia e Svezia per restare nell’Ue) il rapporto docenti/alunni è inferiore a quello degli altri stati comunitari.
Nell’indagine il rapporto stimato per l’Italia è 14,72, più alto che in Francia, ma vicino a quello tedesco e uguale a quelli della Gran Bretagna e dell’Irlanda.
L’applicazione di un simile criterio non solo dequalifica la scuola pubblica (crea sovraffollamento nelle classi, impedisce la lotta all’insuccesso e il sostegno ai portatori di handicap, …), ma rischia di provocare la chiusura degli unici luoghi di cultura dei piccoli comuni, ed è inapplicabile negli istituti dove è prevista la compresenza di docenti e insegnanti tecnico-pratici, come i tecnici e i professionali, che dovrebbero chiudere in massa. Certo, come abbiamo già detto, la chiusura di tecnici e professionali non preoccupa il governo, che anzi è intenzionato a dirottare l’”utenza” di queste scuole verso la formazione professionale (regionale, e ormai in realtà quasi completamente affidata ai privati).
Il Forum intende opporsi a questa operazione di smantellamento della scuola pubblica e di violazione dei principi costituzionali, e si batterà per una scuola che sia luogo di confronto delle idee, di crescita umana e culturale per tutti/e indipendentemente da origini, condizioni socio-economiche, convinzioni politiche o religiose di ciascuno/a. Nei prossimi giorni darà il via ad una campagna di informazione (volantinaggio, assemblee aperte nelle scuole, sensibilizzazione dei Consigli di Circolo e d’Istituto, …), con l’intento di allargare il fronte della mobilitazione, coinvolgendo l’intera società civile, in un momento di generale attacco alla democrazia.


Ecco le nostre tesi:

1) Quale scuola per quale cittadino/a - Siamo consapevoli della necessità di riformare il sistema formativo, ripartendo dai bisogni della persona e della comunità civile e non da quelli del mercato del lavoro.
L’istruzione pubblica deve giocare un ruolo centrale in qualsiasi società fondata sulla democrazia e sulla giustizia sociale. Solo la scuola pubblica, laica, pluralista, è garanzia di rispetto della democrazia, luogo di confronto delle idee, di crescita umana e culturale per tutti/e indipendentemente da origini, condizioni socio-economiche, convinzioni politiche o religiose di ciascuno: la Costituzione italiana assegna allo stato tale compito. I percorsi e gli esiti della scuola pubblica sono interesse della società.
La scuola privata, invece, si fonda su interessi e/o ideologie di parte (e in tal caso rifiuta o discrimina chi non le condivide) e di mercato (è vincolata alla necessità di realizzare profitti). Ogni finanziamento pubblico diretto o indiretto alle scuole private è contrario al dettato costituzionale (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” – art. 33 )
Finalità primarie della scuola devono essere quelle di:
- abituare gli/le studenti/esse all’esercizio della ragione e della critica, fornendo strumenti di lettura e comprensione della realtà;
- mettere i/le giovani in grado di affrontare i problemi, di rapportarsi con il prossimo, con la società, con il mondo, senza ridurli al rango passivo di “utenti”;
- formare al rispetto delle differenze di ogni tipo e genere (religione, sesso, etnia, ideologia, classe sociale, disabilità,…).
Riguardo alla riforma Moratti, contestiamo il metodo della delega, di cui chiediamo l’immediato ritiro, perché contrario ai principi della democrazia, in quanto non favorisce né il dibattito parlamentare, né il coinvolgimento e la consultazione degli operatori della scuola, delle famiglie, degli studenti, dei cittadini e delle cittadine.
Perciò chiediamo forme democratiche di discussione e un ampio dibattito in parlamento, per l’elaborazione di una riforma per una scuola pubblica, laica e pluralista, come delineata dalla Costituzione, che migliori la qualità e il livello dell’istruzione, che riconosca e valorizzi quanto di valido è già presente, anche in forma sperimentale, nell’attuale sistema scolastico, compreso il lavoro di autoformazione, di ricerca e aggiornamento svolto dagli insegnanti negli anni passati.

2) Organi collegiali e democrazia scolastica - L'attuale governo, esasperando la logica aziendalistica introdotta negli anni '90, intende abrogare gli organi di democrazia scolastica che, dal '74 in poi, avevano vivacizzato la vecchia scuola gentiliana in attesa delle riforme che stiamo ancora aspettando.
Il modello Moratti si configura ancora più autoritario di quello gentiliano che, tuttavia, assumeva il collegio dei docenti (e la sua autonomia, magari “corporativa”) come luogo fondamentale della vita della scuola.
Nel progettare la nuova democrazia scolastica si tratta di andare oltre il quadro del '74, non retro-agire a prima di Gentile (con la scusa di marciare verso il futuro della scuola globalizzata); in particolare collocare in una nuova prospettiva la dialettica tra partecipazione e poteri.
Uno dei limiti più gravi del modello (democristiano) di democrazia scolastica - sottolineato in particolare dai socialisti - era che si trattava sì di democrazia “partecipata”, ma senza (o con scarsi) poteri; il suo declino si è consumato proprio qui: che senso ha partecipare senza poteri?
In questa dimensione, primi punti fermi irrinunciabili di un progetto tutto da costruire:
a) la democrazia come luogo dell'autogoverno;
b) al manager il management;
ai docenti il collegio dei docenti con presidente eletto con poteri e competenze amplificate a partire da quelle definite dai decreti del '74;
c) mantenere ruolo e funzione programmatoria dei consigli di classe, allargando la partecipazione e i poteri di genitori e studenti;
d) ampliare gli spazi e i luoghi della democrazia partecipata (assemblee di studenti e genitori); individuare nei regolamenti di istituto strumenti idonei a che un diritto non degeneri in privilegio;
e) confermare la composizione aperta a tutte le “componenti” del consiglio di istituto, distinguendo meglio le funzioni e competenze amministrativo-gestionali da quelle di indirizzo; modificando composizione, funzione e ruolo della giunta esecutiva e i rapporti tra giunta e consiglio.

3) Obbligo d’istruzione gratuita fino al 18° anno di età - Il superamento (previsto dalla riforma Moratti) del concetto di obbligo scolastico (obbligo sancito dalla costituzione – art. 34) lascia alla famiglia la decisione di esercitare il diritto-dovere, aumentando le discriminazioni derivanti dalle diverse possibilità economiche e culturali.
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3 della Costituzione). Per realizzarlo, lo stato deve adottare misure adeguate, come:
- riduzione del numero di alunni per classe, per consentire una individualizzazione dell’insegnamento (precondizione per la lotta all’insuccesso)
- forme di supporto per superare le difficoltà di apprendimento, pur salvaguardando le eccellenze;
- sostegno, per un numero adeguato di ore, ai portatori di handicap;
- investimenti di risorse economiche e potenziamento delle strutture;
- adeguamento del tempo-scuola alle reali esigenze del territorio;
- riqualificazione del lavoro docente.

4) Curricoli - La riduzione del numero di discipline e di ore obbligatorie (con possibilità di effettuare ore extra a pagamento) abbassa la qualità e il livello dell’istruzione pubblica e crea discriminazioni di classe.
Il tempo-pieno e il tempo-prolungato devono essere salvaguardati e gradualmente estesi a tutte le zone che ne sono oggi prive, in quanto costituiscono preziose risorse non solo per la salvaguardia dei bisogni delle classi sociali più deboli e delle “zone a rischio” ma perché consentono metodologie ed attività che richiedono tempi distesi di insegnamento-apprendimento.
La definizione dei programmi di studio non può essere che nazionale, per evitare la frammentazione culturale ed il rischio che prevalgano interessi localistici esterni alla scuola. Diversa cosa sono il diritto delle singole scuole di organizzare le attività in modo rispondente alle esigenze degli alunni/e ed il principio della libertà d'insegnamento di ciascun docente.

5) Scuola dell'infanzia - L'anticipo a prima dei 3 anni dell'ingresso dei bambini/e nella scuola dell'infanzia significa svilire la dignità di questo grado d'istruzione e non risponde ad alcuna necessità cognitiva ed educativa. (Piuttosto andrebbero istituiti nidi pubblici in modo generalizzato).
La scuola dell'infanzia va potenziata e la sua istituzione sul territorio nazionale spetta allo stato.
Le sezioni devono essere costituite da non più di 20 bambini/e, per garantire una scuola di qualità e non la semplice assistenza. Vanno adeguati spazi e strutture per garantire le esperienze didattiche proprie di questo livello d'istruzione.

6) Scuola di base - La scuola elementare e la media inferiore dell’attuale sistema sono indirizzate a tappe formative differenti e caratterizzate quindi da diverse missioni educative e fasi metodologico-didattiche, poiché lo sviluppo nell’età della fanciullezza e quello nell’età della preadolescenza, nei loro vari aspetti cognitivi e formativi (fasi della crescita, metodi e tempi di apprendimento, costruzione della personalità, …) si fondano su impianti psicologici e pedagogici diversi. Il problema della continuità tra elementari e medie deve essere affrontato attraverso un programma fatto di dialogo, di confronto e di esperienze comuni tra i due ordini di scuola. La fase di passaggio è un momento di crescita che permette di sviluppare la capacità di adattamento e di autonomia personale. I diversi tempi di permanenza a scuola (più estesi nella scuola elementare) rispondono appunto al differente grado di autonomia nello studio e nelle attività di tempo libero.
Occorre valorizzare quanto di positivo ha introdotto la riforma della scuola elementare dell’85
- compresenze
- moduli
- esperienze di laboratorio
- lingue
- educazione musicale, all'immagine, motoria.
La presenza di tanti bambini/e provenienti da altri paesi impone un approccio interculturale e richiede l'intervento di specialisti, quali i mediatori culturali.

7) Scuola superiore - Il sistema duale che separa i licei dalla istruzione e formazione professionale, e la canalizzazione precoce, operano una forte discriminazione di classe; tutti/e hanno diritto ad una formazione culturale critica (precondizione all’esercizio della democrazia), che, per esempio, dopo un biennio unico, potrebbe differenziarsi nel triennio, potenziando gli aspetti teorici o quelli più pratici; anche i processi formativi più pratici devono però essere integrati all’interno di un percorso scolastico.
Anche in questa fase di passaggio, un programma fatto di dialogo, di confronto e di esperienze comuni tra i due ordini di scuola potrà rendere il passaggio graduale, riducendo l’insuccesso.
E solo quei i percorsi che portano all’acquisizione di un titolo potenzialmente spendibile nel mondo del lavoro dovranno prevedere momenti d’integrazione scuola-lavoro (cosa che oggi è consolidata negli Istituti Professionali e Tecnici).
Comunque, tutte le scuole, al termine dei cinque anni, devono rilasciare un titolo di studio con valore legale (come previsto dalla Costituzione, contrariamente all’orientamento governativo, che si intravede già nella modifica delle commissioni per gli esami di stato – vedi p.to 8) che dia libero accesso alle Università, e quindi NO alla riduzione da 5 a 4 anni dell’Istruzione Professionale.
Regionalizzazione - Approfondire la conoscenza del background culturale del proprio microcosmo non è di per sé negativo; lo diventa se - per come è inteso nella riforma Moratti - invece di essere studio della cultura locale (beni culturali, ambiente,…), diventa formazione professionale, per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro (locale, legato alle contingenze del momento, non esportabile – per esempio in Puglia: abiti da sposa a Putignano, calzaturifici a Casarano, ecc…). In questo caso non è la scuola che si raccorda con il territorio, in una logica di rete, (come auspicava l’autonomia!), ma è il territorio che stabilisce le attività e le materie. L’alternanza scuola-lavoro (diversa dalle esperienze di stage inserite nella programmazione curriculare) risulta uno strumento a disposizione delle imprese per ottenere incentivi e utilizzare manodopera a basso costo (o gratuito), senza neanche dare garanzie assicurative.
Questo potrebbe essere il primo passo verso una pericolosa devolution in materia di istruzione (non dimentichiamo che era previsto nel referendum sul federalismo, del 7 ottobre scorso – modifica dell’art. 117 della Costituzione).
Aggiungiamo che gli sprechi e le inefficienze della formazione professionale, proprio in Puglia, sono finiti spesso sotto il vaglio della magistratura, così come spesso si è creato del contenzioso tra gli enti di formazione e gli stessi operatori.

8) Esami di stato - La modifica delle commissioni degli esami di stato, introdotta con la legge finanziaria, che apre la strada alla perdita del valore legale del titolo di studio, non ha il semplice e solo obiettivo di risparmiare, ma favorisce le dinamiche privatistiche (come già auspicato nel documento “Scuola libera”). Occorre ripensare la struttura dell’esame a partire da una composizione paritetica della commissione (esterni/interni).

9) Personale ATA - Siamo assolutamente contrari alla esternalizzazione dei servizi svolti dal personale ATA, che sono una grande risorsa su cui si fonda la comunità scolastica (a titolo esemplificativo va ricordato il ruolo delicato che i collaboratori scolastici rivestono nei riguardi degli alunni/e più piccoli: nessuna impresa di pulizie può sostituirli). Il Personale ATA è una componente importante del Progetto formativo delle scuole e quindi va sostenuto attraverso una formazione adeguata. E’ necessario invece coprire tutti i posti vacanti, attualmente soggetti alla continua alternanza di lavoratori precari.

10) Risorse – Chiediamo massicci investimenti per innalzare la qualità dell’istruzione pubblica.
Siamo contrari ai tagli ai finanziamenti per la scuola pubblica operati dalla finanziaria (la stessa autonomia senza sostegno economico assoggetta automaticamente la scuola alle leggi del mercato).
Gravi saranno le conseguenze del decreto taglia-organici, che non solo elimina migliaia di posti di lavoro, ma annulla la sperimentazione dell’organico funzionale (già avviata con successo in diverse scuole), rende di fatto impossibile assicurare la continuità didattica o avviare nuove classi a tempo pieno e ostacola ogni forma reale di progettualità da parte delle scuole.
La rivalutazione salariale dei lavoratori della scuola si pone come centrale, non solo per adeguare gli stipendi ai parametri europei ma anche per evitare la strisciante demotivazione e disaffezione verso il proprio lavoro. A tale proposito vanno previsti periodi di aggiornamento e scambi di esperienze, piuttosto che incentivi individuali e meccanismi competitivi.

11) Insegnamento della Religione Cattolica - L’insegnamento della Religione Cattolica deve essere facoltativo e al di fuori dell’orario curriculare. La scelta deve avvenire annualmente.
Nessun trattamento privilegiato può essere riservato agli inss. di religione che dovessero essere immessi in ruolo, per i quali devono valere le regole previste per gli altri lavoratori, come le pubbliche graduatorie, senza interferenze della Curia.


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