breve di cronaca
A San Giovanni per il diritto al sapere
L'Unità - 17-09-2002
Intervista a Tullio De Mauro

ROMA Con l’inizio dell’anno scolastico i primi scioperi, le prime proteste
sono già iniziate e nell’Ulivo si è fatta avanti l’idea di una giornata di
mobilitazione nazionale in difesa della scuola pubblica. Eppure non basta:

«Ora ci vorrebbe una piazza San Giovanni per la scuola», prova a proporre
l’ex ministro De Mauro: «È sulla scuola che ora dobbiamo dire ci
opporremo». Opposizione alla riforma, ai tagli, a una politica scolastica
che penalizza insegnanti e studenti e lascia insoluto il problema dello
sviluppo culturale di questo paese. «Sono cose che non possono essere
lasciate nelle mani di questo ministro».

Che fa, professore, si mette a dare la sveglia?
«Forse molti non capiscono qual è la posta in gioco, forse noi addetti ai
lavori non siamo stati capaci di farlo capire. Però di fronte a quello che
si sta abbattendo sull’istruzione pubblica, vedo crescere l’angoscia in chi
manda i figli a scuola o in chi nella scuola lavora. E invocherei un po’
d’angoscia anche da parte delle forze sociali e della cosiddetta società
civile. Dovrebbe mobilitarsi sulla scuola come sulla giustizia. E forse ci
arriveremo a una piazza San Giovanni piena di persone che rivendicano il
diritto al sapere. Per ora mi sembra che questo tema stenti a conquistare
il primo piano che merita. Ma mi piacerebbe sbagliare... Registro per
esempio che Cofferati ha più volte parlato di scuola e lavoro come
questioni che hanno pari dignità e pari rilevanza. Staremo a vedere...».

Diceva che la posta in gioco è alta...

«Un terzo degli italiani si ritrova a non avere competenze alfabetiche di
base, leggere una scritta e computare qualche numero. Sono persone tagliate
fuori dall’informazione scritta e dall’accesso alle nuove tecnologie. Al
loro dramma, si aggiunge quello dei figli, che crescono tra adulti che non
sanno che farsene di un giornale o di un libro. La qualità dell’ambiente
culturale pesa in modo drammatico sul destino scolastico dei bambini e dei
ragazzi. E peserà sempre di più se si separa la scuola dalla formazione
professionale e dall’educazione permanente... Questo governo ha deciso di
tirare i remi in barca, noi avevamo messo a fuoco dei possibili interventi».

Quali?

Avevamo fatto partire i centri di educazione per gli adulti. È una cosa che
l’Ulivo deve rivendicare, anche se era solo un primo passo. Abbiamo
ottenuto risultati molto interessanti, ora è tutto paralizzato come il
resto d’altra parte. Questo significa abbandonare a sé stessi gli adulti e
non fare nulla per intervenire sul destino scolastico di quaranta bambini
su cento. Solo un fattore pesa di più dell’ambiente culturale ed è la
qualità personale dell’insegnante che il ragazzino si trova di fronte
quando attraversa la soglia della classe.
Secondo un recente sondaggio però un insegnante su due vorrebbe cambiare
mestiere....
Si capisce. Un sondaggio analogo fatto qualche anno fa diede risultati
molto diversi. Si vede che ormai lo scoraggiamento rischia di sopravanzare
la buona volontà. Siamo a settembre e non c’è traccia di un nuovo
contratto. Ed è uno schiaffo, uno dei tanti.
Eppure la destra aveva puntato molto sulla scuola in campagna elettorale...
«La scuola è uno dei tanti impegni lasciati cadere dal governo Berlusconi.
Del resto la filosofia educativa del presidente Berlusconi era molto
schematica: voleva delle scuole che badassero alle tre «i», mentre le
scuole hanno compiti molto più complessi. Ad ogni modo non sono riusciti a
far decollare nemmeno le tre «i». La scuola non è cosa da lasciare nelle
mani di un solo ministro».

Cosa intende dire?

«Intanto che le politiche scolastiche dovrebbero andare di pari passo con
le scelte di bilancio e che ne è chiamato a rispondere il presidente del
Consiglio. E poi che la scuola dovrebbe essere affrontata come un problema
comune, bipartisan».

Come giudica invece l’azione della Moratti?

«Naviga a vista senza avere ipotesi, idee su cui confrontarsi e tarare le
scelte. In questi anni la scuola ha accumulato un patrimonio di esperienze,
da Mario Lodi a don Milani a tutti quelli che hanno sperimentato modi
diversi di fare scuola. Nei documenti della Moratti di tutto questo non v’è
traccia».

Immagino che si riferisca anche ai documenti sulla sperimentazione?

«Certo. Sperimentare significa sottoporre a verifica un’ipotesi. Dunque per
sperimentare devo in primo luogo avere un’ipotesi per poi verificare se
funziona o no. Ho bisogno di fissare tempi e criteri, modalità di verifica
certe. Dov’è tutto questo?, mi chiedo davanti alla sperimentazione Moratti.
L’impressione è che nella testa di chi la sta pronunciando questa parola
significhi: “Proviamoci”».




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