Barbiana oggi
Antonio Limonciello - 17-09-2002
Nella primavera scorsa 10.000 persone parteciparono alla marcia di Barbiana, quelle persone non si recarono alla canonica per una celebrazione, tanto meno per commemorare, ci andarono per riprendere la lezione di don Milani e della sua scuola, ci andarono anche per difenderla dallo sfregio strumentale del professor Bertagna, il quale citava il prete di Barbiana in una ipotesi di riforma che certamente non si ispira a principi di eguaglianza e di pari opportunità per tutti i cittadini nei confronti della cultura e del diritto alla formazione.
Ma cosa fu la scuola di Barbiana?
Fu la critica alla scuola del tempo, perché escludeva ceti sociali, perché escludeva culture, perché escludeva finalità che non erano riconducibili alla riproposizione della gerarchia dei valori e dell'assetto dei poteri di allora, Barbiana dimostrava quale fosse il ruolo reale della scuola, come essa non svolgesse la funzione costituzionale di rimozione degli ostacoli a favore della promozione sociale di tutti i cittadini.
Fu un modello didattico, operatività, territorialità, lo studente non vaso da riempire ma portatore di vissuto e di istanze da far emergere, rispettare e valorizzare, quindi rispetto e valorizzazione della cultura elaborata dalle classi subalterne.
Barbiana fu ripresa da altri in tutta Italia, da esperienza contadina essa fu riproposta nei paesi del nord che si gonfiavano di meridionali, nei paesi del sud che si spopolavano, nelle città dove a vecchie emarginazioni se ne aggiungevano altre, quelle dei figli degli immigrati di allora, italiani del sud senza il potere della
parola.
Barbiana contribuì non poco alla critica del movimento degli studenti del 1968, contribuì all’apertura di quella stagione delle lotte per il diritto allo studio che si prolungarono, non senza contraddizioni e ripensamenti, per tutti gli anni che seguirono, fino all’avvento del governo Berlusconi.
Negli anni 90 nuove emarginazioni si stavano sovrapponendo alle vecchie. Alla scuola che continuava ad escludere, ai tradizionali circuiti formativi privati alternativi o integrativi che solo una parte poteva permettersi, si aggiunsero le reti telematiche interattive, ovvero uno strumento di accesso alla cultura molto potente.
Fu subito evidente a coloro che usavano questi strumenti che essi avrebbero caratterizzato la società del futuro, le reti avevano la potenzialità di scardinare tutti i confini, quelli territoriali, quelli etnici, quelli politici, quelli gerarchici. Uno sconvolgimento degli assetti del mondo si stava preparando, uno sconvolgimento dall’esito non scontato perché le reti erano una tecnologia aperta, cioè una macchina che poteva essere usata per escludere o per includere, essa fu subito luogo di scontro feroce tra coloro che si battevano per il diritto di accesso per tutti e per tutto e coloro che si preoccupavano di controllarla, usarla come strumento di governo dei nuovi assetti, delle nuove gerarchie, del nuovo potere costituente a livello globale. Uno scontro impari che in breve tempo ha creato nuovi monopoli mondiali che detengono il controllo delle reti globali ( soggetti che producono, commercializzarono e distribuiscono cinema-televisione-musica-informazione in un unico sistema integrato), uno scontro che pero non avrà mai una conclusione definitiva perché la natura delle reti rimane immutata, sarà sempre possibile a tutti i soggetti di operare in essa, sarà sempre possibile creare l’alternativa all’attuale stato.
Cosa fare?
Cosa potevano fare tutti i soggetti autonomi che avevano operato fino a quel momento contribuendo non poco alla sperimentazione e alla realizzazione delle informazioni che accumulate da pochi si trasformavano in merce di alto valore che andava ad arricchire i nuovi monopoli, il contributo di milioni e milioni di persone che con la loro generosità avevano popolato la rete costruendo paesi e città virtuali ricche di opportunità, lentamente veniva ingoiato dai monopoli, senza che questi creativi produttori collaborativi potessero dare.
La scuola, già malata e ridimensionata nella sua funzione di luogo privilegiato della formazione, poteva entrare in una crisi definitiva, certamente sarebbe stata fortemente condizionata dai nuovi canali formativi.
Nel 1997 proposi a persone e siti che animavano la scuola in rete in quel periodo di realizzare una Neobarbiana, una movimento per una scuola virtuale che utilizzasse lo strumento rete per realizzare le finalità che si era posta la scuola di Barbiana.
La rete da utilizzare come strumento che contribuisce a soddisfare il diritto all'informazione, alla formazione permanente, all'espressione e alla cultura di tutti i cittadini. Quindi diritto di accesso gratuito a tutte le
fonti, a tutti gli strumenti, diritto a divulgare il proprio pensiero, la propria creatività senza limiti economici, di spazio e di tempo.
Proponevo allora di unire tutti i soggetti che condividevano questi principi, costruire una rete di servizi che si integravano anziché farsi concorrenza, che si alleavano anziché sottrarsi spazi virtuali come territorio da colonizzare. Il movimento si sarebbe battuto per allargare i diritti della persona, realizzare una rete spazio aperto, favorire la diffusione degli strumenti atti a rendere l'accesso sul territorio possibile a tutti.
Il movimento rinunciava alla proprietà dei diritti d’autore, si batteva per l’autore debole, l’autore collettivo al posto di quello tradizionale. Proponeva il fare collaborativo come metodo di realizzazione della cultura e degli strumenti per il fare scuola, creava luoghi di intelligenza collettiva come luoghi di potente alternativa al fare individuale.
La storia non andò proprio in questo modo, troppi soggetti del tempo si fecero incantare dalle sirene del successo personale, non si creò quell’aggregazione che poteva reggere alla commercializzazione della rete.
Fu allora, come diretta conseguenza delle idee e del rifiuto degli altri soggetti ad unirsi in questo progettato movimento, che nacque la comunità del Didaweb. La comunità era pensata come motore per creare servizi scolastici integrati fino a diventare una circuito che avesse le stesse finalità di Barbiana, anche se agiva con strumenti diversi per affrontare emarginazioni diverse.
Ma cosa deve essere la scuola oggi e chi sono gli esclusi?
La scuola dovrebbe essere il luogo dove tutti si dotano degli strumenti per essere "cittadini e persone" di una "società che diviene". Un luogo dove si "prende potere", "dove si diventa", dove ci si modifica e si creano i presupposti per modificare ciò che ci circonda.
Gli esclusi di oggi sono in fondo sempre gli stessi: sono i figli delle periferie urbane, i figli senza "genitori" e i figli di "certi genitori", sono soprattutto i figli degli immigrati, e poi i diversi, tutti i diversi del mondo.
E’ chiaro che come Don Milani con la sua critica e la sua Barbiana non intendeva sostituirsi alla scuola pubblica - la denunciava per cambiarla, come dire che non é possibile occuparsi degli esclusi senza occuparsi della riforma della scuola- così anche Neobarbiana si sarebbe battuta perché la scuola pubblica garantisse il diritto alla formazione permanente di tutti i cittadini.
Davanti alle difficoltà reali alla realizzazione di una tale scuola è giusto porsi la domanda se è veramente possibile trovare posto per tutti e tutte le diversità in un unico contenitore.
O se la scuola si salva dividendo “gli esclusi" dagli abbienti, come propone la riforma Moratti-Bertagna.
Questa riforma davanti alla smaterializzazione della produzione, alle caratteristiche che assume il lavoro sempre più interrelato, sempre più deterritorializzato, davanti alla materializzazione delle relazioni umane nelle attività lavorative, davanti al fatto che tutta l’umanità sarà migrante - da un luogo a un altro, da un lavoro ad un altro, da una cultura ad un’altra, da un contesto sociale ad un altro-, sceglie la risposta dei recinti. Il modello di riferimento è quello della divisione del “territorio” delle città americane, suddivise in quartieri non semplicemente etnici, ma per reddito. Lì stanno nascendo, per altro senza alcuna differenza con città come Lagos, Rio de Janeiro, Città del Messico, Kinshasha, Singapore, aree fortificate, difese, ad entrata controllata dove vivono i ceti abbienti, questi attraversano gli altri territori come deserti comunicativi per raggiungere il luogo di lavoro o i luoghi dove vivono altri delle stesse condizioni economiche.
Ecco il terreno dello scontro, noi non vogliamo vivere in un modo così, noi vogliamo un mondo di contiguità, vicinanze che si compenetrano senza annullarsi, che si separano senza sopraffarsi, che comunicano senza uniformarsi, che creino identità non per censo, né per cultura o religione.
La formazione delle future generazioni, la nostra scuola, dovrà essere caratterizzata da esperienze di socializzazione.
Abbiamo bisogno di una scuola laboratorio, sempre più laboratorio sociale, dove si sperimentano le interazioni delle culture, dove si sperimentano tutti i linguaggi della comunicazione, tenendo ben conto di quelli del corpo, dove si sperimenta il fare collaborativo come nuovo modello produttivo, dove l’individuo trova gli strumenti per sviluppare la propria soggettività, dove esso, nella sua piena libertà, scopre le potenzialità di un’intelligenza collettiva motore di una soggettività sociale.


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